Anche Giuliano Ferrara si è fatto incantare da quel mago di Keynes. Adesso crede che basti un colpo di bacchetta magica per annullare il debito pubblico.

Stimo molto Giuliano Ferrara. Sono quasi sempre d’accordo con lui, più sempre che quasi. Ma Radio Londra non mi piace fino in fondo. A tratti mi dà ai nervi. Non c’è gusto a condividere tutto quello che dice Ferrara, se Ferrara sta da solo davanti al microfono come Fidel Castro durante l’annuale discorso alla nazione. Il vero liberale  non rifiuta mai e anzi cerca il confronto con tutti gli illiberali di sinistra. Non lo rifuta in primo luogo perché sa di potere avere facilmente la meglio sugli avversari. In un dibattito onesto, in cui non sia lecito usare altro che argomenti razionali e dati di realtà, nessun sinistro illiberale potrebbe mai avere la meglio. E infatti i sinistri hanno orrore dei dibattiti onesti. Quando vi capitano loro malgrado, cercano di “sporcarlo” con ogni mezzo.  Oltretutto, secondo la loro ideologia totalitaria gli avversari non dovrebbero avere il diritto di esistere, figuriamoci di esprimere le loro idee. Non potendo sbattere gli avversari nei gulag, perché purtroppo per loro siamo in democrazia, i sinistri illiberali si accontentano di interrompere in continuazione, dare sulla voce e insomma togliere la parola con ogni mezzo ai liberali durante i dibattiti televisivi. Probabilmente, i dirigenti Rai del Pdl hanno concesso a Ferrara uno spazio tutto suo proprio perché hanno capito che solo in uno spazio tutto suo, bonificato dalla presenza di “interruttori” di sinistra, Ferrara sarebbe riuscito a concludere un ragionamento che è uno senza essere interrotto e portato fuori tema. Allora va bene, accettiamo Radio Londra come soluzione d’emergenza. Ma le soluzioni d’emergenza sono belle quando durano poco.

Ma il vero liberale cerca il confronto con gli avversari soprattutto perché il soliloquio è un gesto intrinsecamente illiberale. Il soliloquio televisivo ha delle analogie col potere assoluto. Entrambi sono in contraddizione con i principi del liberalismo, entrambi corrompono in maniera assoluta. Consegnare tutto il potere in mano ad una sola persona è sbagliato perché nessuna persona è buona, a parte i santi. Solo una persona santa in maniera assoluta potrebbe essere in grado di non farsi corrompere dal potere assoluto; solo una persona intelligente in maniera assoluta saprebbe gestire bene il potere assoluto, governando nella maniera migliore possibile. Quindi, sarebbe lecito e opportuno consegnare tutto il potere nelle mani di una sola persona solo se quella persona fosse santissima e intelligentissima. Ma quante persone allo stesso tempo santissime e intelligentissime ci sono in giro? Soprattutto, quante persone santissime e inteligentissime ci son state nei secoli passati fra gli eredi dei vari troni d’Europa? Giusto un paio, il resto è stato un tunnel degli orrrori. Basta studiare le prodezze compiute dai monarchi nei secoli passati per capire immediatamente che cosa intendeva Churchill quando diceva che la democrazia non  è un sistema perfetto ma è comunque il migliore che si conosca. Insomma, il potere assoluto non va bene primo  perché per governare bene ci vuole un quoziente intellettuale eccessivamente alto e secondo perché è praticamente impossibile non farsi corrompere. Pure il discorso in stile Fidel Castro corrompe. Ferrara ne è stato corrotto da tempo. Era invitabile che ne fosse corrotto. Ferrara si proponeva di usare lo spazio di Radio Londra per divulgare idee, se non proprio liberali, quasi liberali o almeno non di sinistra. Ma il problema, la contraddizione di fondo è che non si possono divulgare idee quasi liberali mediante una trasmissione in stile Fidel Castro. In altri termini, non si può ottenere un fine liberale con un mezzo illiberale esattamente come non si può ottenere un fine buono con un mezzo malvagio. Chi cerca di ottenere il bene tramite il male, alla fine ottiene il male e diventa male lui stesso. Analogamente, Ferrara non poteva non diventare illiberale  ossia di sinistra.

Ferrara ha cominciato a manifestare segni di un preoccupante deficit di capacità di ragionamento liberale nel momento in cui ha rinnegato tutte le sue precedenti polemiche contro il governo più tassassino della storia d’Italia. Milton Friedman diceva più o meno che i cretini aumentano le tasse mentre le persone intelligenti tagliano le tasse e tagliano la spesa pubblica in quanto sanno che  le tasse non potranno mai ripagare il debito. Per sua natura, infatti,  il debito tende a crescere più velocemente delle tasse. Ebbene, quel canuto tecnicuccio bocconiano  che non sa fare altro che mettere tasse all’improvviso è apparso agli occhi di Ferrara come una sorta di salvatore della patria. Ogni sera invita il popolo ad adorare Monti come fosse il vitello d’oro.  Il deficit di ragionamento liberale in Ferrara è cresciuto e continua a crescere allo stesso ritmo del debito pubblico. Non solo difende la Rai, osia un’azienda in perenne deficit che a anni brucia i nostri soldi, ma  da mesi invoca l’intervento della Bce come un keynesiano qualunque. Ascoltiamo Oscar Giannino:

La lotta ai migliori saldi per stare in Europa la stiamo facendo tutta o quasi sul versante delle tasse. (…) Dipende… da che cosa si consideri che sia davvero il debito pubblico, di cui esistono almeno quattro concezioni, e da ciascuna di esse discendono conseguenze assai diverse su come affrontarlo, quanto e da parte di chi ripagarlo.

Prima idea, quella teorizzata da Abba Lerner, il Milton Friedman dei keynesiani, geniale anticipatore dagli anni Trenta agli Ottanta di molte teorie che ad altri sono valse il Nobel. Per Lerner, il debito pubblico è in somma misura un falso problema, perché è ciò che noi dobbiamo a noi stessi. L’hanno appena riscritto, domenica scorsa su Repubblica, Guido Carandini e Paolo Leon. Lo scrive e lo ripete incessantemente Paul Krugman sul New York Times.

Seconda idea. Quella della scuola alla quale appartengo in piccolo anch’io, la Public Choice di James Buchanan. Il debito pubblico per noi è una passività a carico delle future generazioni di lavoratori e contribuenti. Tanto più negativo per crescita ed equità intergenerazionale quanto più lo si affronta con maggiori disincentivi distorcenti dovuti a imposte crescenti.

Terza idea, quella dell’equivalenza ricardiana, rilanciata dal geniale Robert Barro: afferma che sin da subito il più dei contribuenti sconta nelle sue decisioni di consumo e investimento il fatto che bisognerà affrontare il crescente debito pubblico con più tasse, anche se la politica tende a dire il contrario.

Quarta idea. Quella di Paul Samuelson. L’unica cosa che conta è se il regolatore pubblico tiene i tassi d’interesse pagati dai titoli pubblici a un tetto inferiore alla crescita nominale del Pil, allora il debito pubblico è autosostenibile qualunque sia il suo stock e la sua crescita annua.

Le idee una e quattro sono keynesiane: la prima è dei keynesiani comunitaristi che in Europa comprendono gli orfani rimpannucciati delle ideologie sconfitte collettiviste, comuniste e socialiste. Mentre l’idea Samuelson è quella alla Giuliano Ferrara di chi rimpiange un banchiere centrale asservito alla politica. Entrambe dimenticano che nel mondo globalizzato il premio al rischio è fatto proprio dalla componente di debito pubblico in mano a investitori esteri.

Additano come esempio il Giappone che ha un debito al 215% del Pil tutto in mano ai giapponesi e con tassi d’interesse negativi. Dimenticano che da 15 anni il Giappone è in stagnazione.

Le idee due e tre sono invece quelle dei liberal-mercatisti. Per loro il debito pubblico è distorcente oggi e domani, deprime la crescita, non costruisce ma brucia e ruba futuro.

In parole povere, Ferrara si è messo a credere alla favola secondo cui la banca centrale potrebbe cancellare il debito con un colpo di bacchetta magica se solo una strega cattiva di nome Angela Merkel non glielo impedisse. Vabbé, ognuno è libero di credere alle favole che vuole. Oltre a raccontarci la incantevole favola della Bce, che ci concilia il sonno, Ferrara si mette pure a difendere senza nessuna vergogna quel sistema di sprechi, nepotismi, clientele, ruberie e privilegi da ancien régime che ha nome di spesa pubblica e quella sorta di Gestapo al servizio di siffatto sistema che ha nome di Equitalia. Gli ultimi discorsi alla nazione di Giuliano-Fidél sono suonati a dire poco obbriobriosi alle orecchie dei liberali  (qui e qui e qui). Con un tono di voce talmente dolce da suonare stucchevole, con uno sguardo talmente mansueto – ah, perfino gli occhioni lucidi… – da apparire palesemente falso, recitato, Ferrara ci ripete come uno scolaretto la lezione impartita a puntate  dagli editorialisti economici di Repubblica ossia dagli scribi della sinistra statalista e tassassina: 1) il debito pubblico è causato dall’evasione fiscale, 2) è giusto pagare più tasse fino a morirne perché abbiamo campato tutti al di sopra delle nostre possibilità, 3)  l’aumento della pressione fiscale voluto da Monti è come una cura dolorosa che ci farà guarire,  4) la spesa pubblica non si può ridurre perché serve a garantirci dei servizi essenziali.

Siccome il tempo stringe,  siccome la vittoria di quel keynesiano di Hollande mi ha gettato in uno sconforto tale che quasi non riesco a scrivere, cercerò di rispondere in maniera schematica d ognuno dei quattro punti della lezione sinistrorsa ferrariana:

1) Il debito pubblico è causato non dall’evasione fiscale ma dagli sprechi pubblici ossia dalla spesa pubblica. Infatti, spesa pubblica e sprechi sono quasi sinonimi, in quanto la spesa pubblica è per sua natura orientata agli sprechi, alle inefficienze, alle clientele, alle ruberie eccetera. Dietro l’inevitabilissimo degrado della spesa pubblica in spreco e furto ci sono ragioni psicologiche che Milton Friedman ha spiegato in maniera magistrale: “Ci sono 4 modi per spendere i soldi. Voi potete spendere i vostri soldi per voi stessi: quando lo fate, allora stare davvero attenti a cosa state facendo e cercherete di avere la massima resa per la vostra spesa. Oppure voi potete spendere i vostri soldi per qualcun altro: per esempio, io ho comprato un regalo di compleanno per una persona; ora, io non ho poi grande interesse per il contenuto del dono, ma sono stato molto attento al costo. Altra possibilità, io posso spendere i soldi di qualcun altro per me: e allora se posso spendere i soldi di qualcun altro per me state sicuri che ci scapperà una bella mangiata al ristorante! Infine, io posso spendere i soldi di qualcun altro per un’altra persona ancora; e se io starò a spendere i soldi di uno per un altro, non sarò preoccupato a quanti siano, né sarò preoccupato a come li spendo. E questo è quel che fa il governo. E questo ha circa il 40% del prodotto interno” (dall’intervista a Fox News, maggio 2004).

Parallelamente, non è l’evasione fiscale a fare aumentare le tasse: è l’aumento incontrollato delle tasse a fare aumentare l’evasione fiscale. L’aliquota fiscale ha raggiunto altezze tali che molti imprenditori sono costretti ad evadere per sopravvivere. Se pagassero tutte le tasse dovrebbero chiudere bottega, di conseguenza aumenterebbe la disoccupazione, di conseguenza l’economia si deprimerebbe ulteriormente, di conseguenza il fisco incasserebbe di meno e di conseguenza dovrebbe aumentare ulteriormente le tasse…  in una spirale perversa che non si chiude mai. Milton Friedman non aveva tutti i torti: “Se l’Italia si regge ancora in piedi è  grazie al lavoro nero e all’evasione fiscale… l’evasore in Italia  è un patriota”. Certo, qui Friedman esagera, ma non troppo. Diciamo che pagare le tasse è giusto: ma solo se si mantengono al di sotto di un certo livello. E’ giusto pagare i costi dello stato: ma solo se lo stato non gonfia troppo i costi. Lo stato si occupi solo di poche cose essenziali.
2) Non è vero che abbiamo campato tutti al di sopra delle nostre possibilità. Quelli che usavano i soldi  dei contribuenti hanno campato al di sopra delle loro possibilità, i contribuenti invece – che le tasse le pagavano soltanto senza riceverne mai nulla in cambio – hanno campato al di sotto delle loro possibilità. E adesso Ferarra vorrebbe che  i contribuenti, dopo avere già nutrito per anni i parassiti di stato (ossia i burocrati, impiegati in esubero e dirigenti pubblici), adesso paghino anche i debiti accumulati dai parassiti. E no: adesso paghino i parassiti. Che i parassiti finiscano tutti su una strada. Se volete saperne di più sugli stipendi dei dirigenti pubblici, leggete qui.

3) L’aumento della pressione fiscale non avrà alcun effetto benefico. In primo luogo, non farà diminuire il debito, perché il debito cresce più velocemente degli introiti fiscali. In secondo luogo, non farà ripartire l’economia ma finirà di ammazzarla. Per avere crescita economica, occorrono molti capitali. Solo i capitali, infatti, possono creare imprese produttive. Ma come si possono creare nuove imprese produttive, se tutti i capitali vengono assorbiti e distrutti dal fisco? Per combattere il debito non bisogna aumentare le tasse: bisogna TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA. Per fare ripartire l’economia non bisogna aumentare – keynesianamente –  la spesa pubblica: bisogna TAGLIARE LE TASSE. Fine della discussione.

4) Non è vero che la spesa pubblica serve a garantirci servizi essenziali. Quelli che Ferrara e gli scribi della sinistra chiamano “servizi essenziali”, sono in realtà servizi inefficientissimi e costosissimi, produttori de deficit, che non soddisfano i bisogni concreti dei cittadini ma piuttosto soddisfano il bisogno di dipendenti pubblici di percepire uno stipendio senza impegnarsi troppo. Questa sorta di “peccato originale” dell’impiego pubblico è una conseguenza della predicazione di John Maynard Keynes. Nel suo testo fondamentale (Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936)  egli invita lo stato a creare maggior numero possibile di posti di lavoro pubblici al fine di “stimolare” i consumi. Quindi,  nell’ottica di Keynes lo scopo principale delle imprese e delle opere pubbliche non è di servire i bisogni dei cittadini ma di distribuire stipendi ai dipendenti pubblici. Se poi questi ultimi hanno pure voglia di fare bene il loro lavoro ossia di servire i cittadini con efficienza e premura, tanto meglio. Se non hanno voglia, fa niente. L’importante è che nel tempo libero vadano a fare compere. Non è uno scherzo.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma sono troppo amareggiata per la vittoria di Hollande, che non a caso ha fatto esultare l’illiberale Ferrara. Quindi per chiudere in bruttezza farò un appello a Ferrara:

Caro Giuliano Ferrara, credi pure alle favole keynesiane e festeggia pure per la vittoria di Hollande. Ma  per favore, non azzardarti più a dire che sei un liberale. 

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GLI “ORRORI” DELL’INQUISIZIONE. La vera storia di Galileo Galilei, Giordano Bruno e Tommaso Campanella

 Ho fatto di tutto per non vedere lo spettacolo di Paolini su Galileo Galilei. Infatti, volevo evitare l’ennesima arabbiatura. Sul Galilei, su Bruno, su Campanella e in generale sul tribunale della santa inquisizione sono state dette talmente tante menzogne che non può non esserci lo zampino del diavolo. Comunque, non potevo rimanermene zitta. Visto che qualcuno me lo ha chiesto, ho deciso di rivedere, correggere  e pubblicare finalmente un post che tenevo in lista d’attesa da troppo tempo. Sembra lungo  ma non lo è: dove la trovate tutta la storia dei tre famosi inquisiti in soli 20.000 caratteri? Ho pensato che non aveva senso spezzettarla perché in fondo è un discorso unico, da bere in un solo sorso. Arrivederci.

I laicisti non si stancano mai di narrare cupe leggende sull’inquisizione. A queste leggende credono tutti fuorché gli studiosi dell’inquisizione. Durante l’anno giubilare del 2000 Giovanni Paolo II ha convocato in Vaticano tutti i maggiori studiosi dell’inquisizione per un simposio sull’argomento. Politi ha esaminato gli atti del simposio: «Nelle 771 pagine si trova un’analisi particolareggiata su tutti i tipi di inquisizione (romana, portoghese, spagnola, delle Indie occidentali e così via) e con attenzione a diversi fenomeni: le streghe, gli eretici, gli ebrei, i musulmani, la censura. (…) escono ridimensionati certi dati che volevano milioni di morti e torturati. Nei tribunali dell’Inquisizione spagnola, spiega il professore Agostino Borromeo curatore degli atti, si hanno tra il 1540 e il 1700 oltre quarantaquattromila processi, ma solo l’ 1,8 per cento si conclude con un rogo e un altro 1,7 con la morte in effige [n. m. si riferisce all’uso di esporre pitture raffiguranti gente scomunicata o messa in supplizio]» (da M. Politi, “Inquisizione. Un tribunale sotto processo”, Repubblica, 16 giugno 2004). L’1,8 per cento di circa quarantaquattromila imputati giudicati in altrettanti processi sono circa ottocento imputati. Certo, ottocento condannati a morte non sono pochi. Ma provate a confrontare i numeri dell’inquisizione spagnola con i numeri dei più famosi tribunali atei della storia.  Se l’inquisizione spagnola ha impiegato centosessanta anni per mandare sul patibolo ottocento persone, invece il governo rivoluzionario ha fatto salire sulla ghigliottina quasi ventimila persone (20.000) in soli due anni (fra 1792 e 1793), e altrettante ne ha fatte morire di stenti nelle prigioni. Di queste quarantamila vittime, ottomila erano religiosi cattolici, mentre solo il 12 per cento apparteneva alla nobiltà dell’ancien régime (dati riferiti da Donald Greer). Invece il governo sovietico in soli due anni (fra 1937 e il 1938) ha condannato a morte con e senza processi sommari cinque milioni di persone inermi (cifra tratta da Stalin di Gino Rocca). E i laicisti hanno ancora il coraggio di cianciare di inquisizione e crociate.

 Dagli studi dello storico Henry Kamen, grande esperto di storia spagnola, emerge che il tribunale della santa Inquisizione di Spagna era molto rispettoso dei diritti degli imputati (Kamen ne ha pure parlato in una trasmissione della Bbc che ha fatto scalpore). In effetti, molti storici hanno notato che in tutta Europa i tribunali ecclesiastici erano molto meno severi dei coevi tribunali civili. Gli imputati condannati dall’inquisizione avevano la possibilità di fare riscorso in appello e, se carcerati, potevano contare sui permessi per malattia e sugli sconti di pena. Oltretutto, la stragrande maggioranza degli imputati erano condannati agli arresti domiciliari. Spesso gli arresti domiciliari erano sostituiti con l’obbligo di portare dei segni di riconoscimento sugli abiti, generalmente croci, o di portare l’abito penitenziale. Gli inquisitori rei di eccessiva durezza erano a loro volta inquisiti e puniti.

 Oltre ad essere mite e garantista, l’inquisizione aveva facoltà di giudicare unicamente i cristiani. Nota Adriano Prosperi: «L’Inquisizione romana nacque per difendere la Chiesa di Roma dalle eresia cristiane e non dalla presenza ebraica: è una differenza fondamentale dalle inquisizioni spagnola e portoghese». Ma per essere precisi, l’inquisizione spagnola aveva facoltà di giudicare gli ebrei che si fingevano cristiani, non gli ebrei professi. I falsi convertiti, o marranos, erano infatti causa di grande malessere sociale (vedi miei post e vedi Jean Dumont, La regina diffamata). Gli inquisitori non erano autorizzati a processare gli ebrei professi.  Se finiva davanti all’inquisizione per qualunque motivo, un ebreo professo non era esaminato dagli inquisitori ma dai rabbini. Infatti, in ogni tribunale ecclesiastico erano presenti alcuni rabbini, incaricati di vegliare sull’ortodossia dei loro correligionari.

 Dunque l’inquisizione non perseguitava affatto i credenti nelle altre religioni. Si preoccupava unicamente di isolare gli eretici cristiani e di impedire la diffusione delle loro idee. Infatti, per sua stessa definizione, l’eresia non è una “religione diversa” ma una deviazione o una distorsione di una religione data, cristiana o no. A questo proposito, bisogna tenere presente che, prima dell’Illuminismo, la fede cristiana non era concepita come un fatto privato ma come un fatto pubblico. Tutte le leggi e le istituzioni sociali si basavano sulla fede, che garantiva la coesione sociale. In quel contesto sociale, l’eretico non appariva semplicemente come un “diversamente credente” ma come un sovversivo che poteva provocare disordini. Infatti, nel corso della storia europea molti eretici, specialmente i famosi catari, avevano fatto esplicitamente ricorso alla violenza terroristica. Il primo tribunale ecclesiastico fu istituito dal papa proprio allo scopo di arginare l’eresia catara. «Ma, soprattutto, in un’epoca in cui il popolino non è affatto disposto a scherzare con l’eretico, introduceva una giustizia regolare. Infatti, in precedenza non di rado era stata la giustizia laica, o addirittura uno scatenamento di popolo, a infliggere agli eretici le pene peggiori. Basti, per convincersene, ricordare come Roberto il Pio, nel 1022, faceva bruciare a Orléans quattordici eretici, chierici e laici. D’altra parte, in numerosissime occasioni i vescovi avevano dovuto intervenire per sottrarre alle violenze della folla coloro che essa giudicava come eretici» (Régine Pernoud, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani, p. 131). E poi, l’inquisizione non si occupava solo di eretici. Passando in rassegna gli atti di tutti i processi celebrati nei tribunali ecclesiastici italiani nel XVI  secolo, si scopre che la stragrande maggioranza degli imputati erano «truffatori che si fingevano preti, bestemmiatori, pornografi, falsificatori di bolle e altra gentucola del genere» (Luigi Firpo).

 E adesso esamiiamo brevemente le vicende delle più famose “vittime” dell’inquisizione: Galileo Galilei, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Alla vicenda del Galilei ho già dedicato due post. In estrema sintesi, il Galilei fu  processato non per le sue idee scientifiche ma per le sue affermazioni teologiche. Ai tempi di Galileo l’ipotesi eliocentrica non scandalizzava nessuno, tanto meno Bellarmino. Non a caso, era già stata formulata e tranquillamente divulgata un secolo prima dal cattolico Niccolò Copernico (1473-1543). Ma prima del diciannovesimo secolo, quando Foucault riuscì trovare le prove definitive della rotazione terrestre, l’ipotesi eliocentrica era, appunto, solo una ipotesi. Ebbene Galileo pretendeva che tale ipotesi fosse considerata una teoria certa senza fornire delle prove convincenti (le sue osservazioni col cannocchiale non aggiungevano nulla a quello che già si sapeva). Peggio ancora, pretendeva di trarre dall’ipotesi eliocentrica delle arbitrarie conseguenze teologiche. In For the Glory of God, Rodney Stark nota che Galileo, presentando le sue idee scientifiche come certe anziché come ipotetiche, e per giunta facendo confusione fra scienza e teologia, “mise a rischio sconsideratamente l’intera impresa scientifica”. A Bellarmino sarebbe bastato che Galileo ricusasse le sue assurde affermazioni teologiche e ammettesse pubblicamente che non c’erano prove a favore dell’ipotesi eliocentrica. Ma poiché Galileo non ne voleva sapere di ammettere che quelle dannate prove non c’erano, alla fine gli inquisitori, spazientiti, lo obbligarono a ricusare l’ipotesi eliocentrica tout court. In ogni caso, a Galileo non andò poi tanto male. Dopo tutto quel casino, fu condannato agli arresti domiciliari e alla recita dei salmi. I salmi li fece recitare alla figlia monaca, mentre lui si godeva gli arresti domiciliari in una splendida villa sull’Aventino. Ah, che pena disumana!

 E con Tommaso Campanella come la mettiamo?  Diciamo subito che Campanella morì serenamente di vecchiaia in un convento parigino a cinque stelle. E diciamo subito che fu apprezzato e protetto da un Papa. Ma prima di entrare nelle grazie del Papa, Campanella ebbe parecchi problemi “giudiziari”. Vediamo quali. Nel 1583, quando aveva quindici anni, si fece domenicano. Alla fine del 1589 abbandonò il convento calabrese di Altomonte e andò a vivere nella residenza napoletana dei marchesi del Tufo. Due anni dopo, nel 1591, pubblicò la Philosophia sensibus demonstrata. La sua visione filosofica, che mescola materialismo e magia, appare del tutto incompatibile col pensiero tomista dei domenicani. Bisogna tenere presente che Campanella, essendo domenicano, era tenuto a rispettare la linea di pensiero dei domenicani e, più in generale, ad obbedire alla regola dell’ordine. La pubblicazione della Philosophia sensibus demonstrata e il soggiorno in casa di laici costituivano dei gravi atti di disubbidienza. Per volontà dei suoi superiori, Campanella fu processato e “condannato” dall’inquisizione a tornare nel convento di Altomonte. Non volendone sapere di tornare in convento, il domenicano ribelle se ne andò prima a Firenze, poi a Bologna e infine a Padova. Giudicando poco cattoliche alcune affermazioni contenute nell’opera De sensu rerum et magia, pubblicata da Campanella nel 1592, l’inquisizione romana decise di processare il domenicano ribelle. L’11 ottobre 1594 Campanella entrò nel carcere romano dell’Inquisizione e il 16 maggio successivo, al termine del processo, fu confinato nel convento domenicano di Santa Sabina, sul colle Aventino. Nel 1597, in seguito alle false accuse di eresia mossegli da un suo concittadino, Campanella fu nuovamente processato, ma fu rapidamente scagionato. Nel 1598 Campanella, mentre soggiornava in un convento di Stilo, in Calabria, cominciò a fantasticare sull’arrivo imminente una nuova era di felicità e giustizia, annunciata da varie catastrofi naturali e coincidenze astrali. Allora concepì un folle piano per rovesciare il governo spagnolo e instaurare in Calabria una repubblica ideale, di stampo comunistico, alle dirette dipendenze del Papa. Riuscì a coinvolgere nel suo folle piano alcune decine di congiurati, fra cui sette frati domenicani e pure un feroce pirata turco. Ma le autorità spagnole sventarono il piano, catturando tutti i congiurati. Campanella e i sette frati non furono processati da un tribunale ecclesiastico ma da un tribunale civile, sebbene presieduto da due giudici ecclesiastici nominati direttamente da papa Clemente VIII. Le autorità spagnole non volevano cedere gli imputati al Sant’Uffizio di Roma, temendo che quest’ultimo fosse troppo mite nei loro confronti. Condannato nel 1602, Campanella rimase in carcere a Napoli fino al 1626. Non sembra che il suo soggiorno carcerario sia stato poi così terribile. Infatti, in carcere ebbe modo di scrivere le sue opere più importanti, fra cui La città del sole (1602). Nel 1626 Maffeo Barberini, allora arcivescovo di Nazareth a Barletta, riuscì ad ottenere la scarcerazione di Campanella. Quando divenne papa col nome di Urbano VIII, Maffeo nominò Campanella suo consigliere personale per le questioni astrologiche. Nel 1634 un seguace di Campanella, rimasto a piede libero, organizzò una nuova cospirazione in Calabria. Per evitare nuovi attriti con le autorità spagnole, Campanella fuggì a Parigi, dove ottenne la protezione del cardinale Richelieu e del Re in persona. Campanella visse i suoi ultimi anni serenamente e agiatamente nel convento parigino di Saint-Honoré.

 Dunque Campanella non era soltanto un pensatore più o meno scomodo ma anche un sovversivo politico. Campanella, non dimentichiamolo, aveva cercato di organizzare una insurrezione armata in Calabria. Prima di cianciare di oscurantismo cattolico, i progressisti considerino che a Napoli Campanella non fu processato per quello che pensava ma per quello che aveva fatto. Si ricordino che Campanella non fu sbattuto in galera dalle autorità ecclesiastiche ma dalle autorità civili spagnole. E prima di accusare la Chiesa di intolleranza, i progressisti si ricordino che Campanella fu apprezzato e protetto da Maffeo Barberini, prima arcivescovo e poi Papa col nome di Urbano VIII. Considerino inoltre che Campanella, tutte le volte che era finito davanti all’inquisizione ecclesiastica (nel 1591, nel 1594 e nel 1597), se l’era cavata con delle pene molto miti.

 Se il tribunale di Napoli aveva giudicato gli atti di Campanella, invece l’inquisizione aveva giudicato le sue idee. Ma è ammissibile che le idee di chicchessia siano giudicate da un tribunale qualunque? La maggior arte della gente oggi risponde di no. Oggi è opinione dominante che nessuno abbia il diritto di giudicare le idee di nessuno, che ognuno abbia il diritto di pensare ed esprimere quello che vuole, godendo di una libertà d’espressione virtualmente infinita. Adesso, non mi interessa discutere sulla libertà d’espressione. Vorrei soltanto fare notare che fra le idee e le azioni c’è un filo diretto. Le idee ispirazione le azioni e le preparano. Anzi, di più: le idee sono la causa efficiente delle azioni. Le idee di Hitler hanno causato i lager, le idee di Marx hanno causato i gulag. In La città del sole (1602), Campanella immaginò una società ideale non molto diversa dalla Utopia immaginata da Thomas Moore e alla società comunista progettata da Karl Marx. Campanella, in sostanza, voleva portare il paradiso in terra, come Marx. Oggi sappiamo che tutti i tentativi di portare il paradiso in terra, in realtà portano soltanto distruzione e morte. In poco più di quaranta anni (1917-1959), il regime sovietico ha ucciso sessantasei milioni di persone (cifra tratta da Arcipelago gulag di Aleksandr Solzenitsyn). In meno di quattro anni (1975- 1979), il regime di Pol Pot ha ucciso due milioni su un totale di sette milioni di abitanti della Cambogia.In circa ottanta anni, tutti i regimi comunisti hanno ucciso un totale di circa cento milioni di persone (cifra tratta dal Libro nero del comunismo). Col senno di poi, possiamo pensare che forse era meglio fermare la diffusione le idee di Marx prima che qualcuno tentasse di realizzarle. Forse era meglio se in Germania ai tempi di Marx fosse stato attivo un tribunale della santa inquisizione. Forse era meglio se Marx fosse stato messo agli arresti domiciliari come Campanella.

Hayek batte Keynes dieci a zero

In attesa di nuovi post, godetevi questo fenomenale rap: vi spiega in poche battute gli errori di John Maynard Keynes. Perché Keynes è il colpevole remoto della crisi che sta divorando le nostre vite. Se avessimo dato retta al grandissimo Hayek, ora staremmo meglio. Margareth Thatcher gli diede retta negli anni Ottanta, e tirò furi la Gran Bretagna dalle paludi di una recessione pulridecennale.

[http://www.youtube.com/watch?v=5Y1anc4B7iA&feature=plcp]

UN DUE TRE…. CHE PALLE! Allo spettacolo della Guzzanti preferisco un bel barattolo di Nutella

Premetto che mi piace molto la satira. La satira di sinistra mi piace più della satira di destra primo perché la satira di destra contro la sinistra non esiste (se la conoscete, ditemi dov’è) e secondo perché la satira di sinistra è non soltanto molto divertente e ben fatta, ma… è una zappa sui piedi della sinistra. Per essere più precisi, la satira di sinistra dei Guzzanti brothers & company è molto buona sul piano comico e molto ingenua, per usare un eufemismo, sul piano dei contenuti politici, talmente ingenua che non può non strappare un sorriso anche allo spettatore di centro destra. Che oltre a ridere tira un sospiro di sollievo: “Se continuano a usare questi argomenti ingenui per usare un eufemismo, resteranno all’opposizione per altri cento anni”. Stimo talmente i Guzzanti brothers, che sono disposta a tollerare ogni scemenza di sinistra che esce dalla loro bocca senza smettere di divertirmi. Quindi, io personalmente ero molto ben disposta nei confronti e la Guzzanti, ero fiduciosa che il suo spettacolo “Un, due, tre… Stella!” mi avrebbe strappato almeno qualche sorriso. E invece… i commenti pubblicati in tempo reale su Twitter testimoniano impietosamente che lo spettacolo della Guz non ha divertito neppure quelli di sinistra. Il problema di quello spettacolo è che non è lo spettacolo comico che uno si aspetterebbe, ma è un rosario di pessime prediche bolsceviche intervallate da qualche non molto brillante siparietto comico. Non c’è più la Sabina di una volta.

Va bene dire qualche scemenza di sinistra, se quella scemenza serve a farci un bel pezzo comico. Ma la Guz di scemenze ne ha dette in quantità industriale senza saperle o volerle rendere divertenti. Anzi, le sue prediche avevano un che di funebre, cimiteriale. Ne ha dette talmente tante… Anzi direi che ha dispiegato l’intero arsenale delle scemenze post-marxiste: la crisi economica è stata causata da Wall Street e dagli evasori fiscali, gli imprenditori  godono a sbattere i lavoratori sulla strada  a chiedere l’elemosina, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri… Accidenti, erano troppe per confutarle tutte adesso. Tanto per rinfrescarvi la memoria, ripeto al volo quello che ho più volte detto: la principale anzi l’unica causa della attuale crisi internazionale è il debito pubblico accumulato da tutti gli stati occidentali, Giappone e Usa compresi. La finanza internazionale non c’entra un tubo, al massimo ne è una concausa molto secondaria. Stop.

Ma adesso vorrei concentrarmi soltanto sulla scemenza macabra che la Guzz ci ha propinato ieri sera. Mi ha disgustato a tal punto che, per consolarmi, ho dovuto addolcirmi la bocca con un po’ di nutella, giusto un cucchiaino che siamo ancora in quaresima.   Vado a memoria: “In Italia dieci ricchi possiedono quanto tre milioni di poveri, fra loro c’è Ferrero, quella della nutella. A lui vorrei dire: caro Ferrero, ma lei vuole veramente vivere in un mondo in cui voi ricchi sempre più ricchi sarete costretti a chiudervi in fortezze circondate dal filo spinato per tenere alla larga milioni di poveri sempre più poveri che allungano le mani versi di voi  chiedendo l’elemosina?”. No, questo è troppo. Tanto per cominciare, la storia dei dieci Paperoni che si tuffano in piscine piene di soldi mentre tre milioni di poveri rovistano nella spazzatura è una colossale panzana mediatica. Ma per capire che la storia dei ricchi sempre più ricchi che rubano pulsvalore ai poveri sempre più poveri nel mondo globale è una boiata pazzesca, non c’è bisogno neppure di spulciare dati Istat. Basta usare un po’ di logica elementare. Pensiamo proprio al signor nutella. Come si è arricchito: rapinando le banche? No: producendo e vendendo un prodotto dolciario che non ho ancora trovato qualcuno a cui non piaccia. Sono sicura che la maggior parte di voi che  leggete avete in casa almeno uno di quei magici barattoli pieni di dolcezza. Dunque, l’arricchimento di Ferrero dipende da almeno due fattori. Il primo è, appunto, la bontà del suo prodotto. Ma la bontà del suo prodotto, da sola, non basta. Non basta che il suo prodotto piaccia a tutti tranne che a qualche eccentrico: occorre che tutti quelli cui piace abbiano in tasca abbastanza soldi per comprarsela. Se fuori dalla casa di Ferrero ci fossero solo straccioni che rubano gli ossi ai cani, lui la sua nutella a chi la venderebbe? Agli altri nove ricchi? Ma se potesse vendere solo nove barattoli alla volta, come potrebbe rimanere ricco? Non sarebbe destinato ad unirsi anche lui all’esercito degli straccioni?

L”esempio del signor nutella insegna due semplici verità che le ottuse menti di sinistra non riescono ad intendere. La prima è che i Rockfeller non hanno nessun interesse a impoverire il prossimo, la seconda è che nell’economia di mercato più i Rockfeller si arricchiscono e più i poveri si arricchiscono a loro volta, seppure in proporzioni minori. D’accordo, è innegabile che impoverire il prossimo possa portare un vantaggio materiale sul breve periodo. Ma la stragrande maggioranza degli imprenditori guardano al lungo periodo. Per arricchirsi, un imprenditore può fare due cose: o abbassare lo stipendio dei suoi dipendenti al di sotto della soglia di povertà, dirottando sul suo conto svizzero tutti gli utili dell’azienda, oppure migliorare costantemente il suo prodotto per conquistare sempre nuovi mercati. Ebbene, non può fare entrambe le cose contemporaneamente. Se maltratta e affama i suoi dipendenti, questi non danno il meglio, non migliorano il prodotto, non migliorano le tecniche di produzione e di conseguenza il prodotto diventa presto obsoleto e l’azienda fallisce. Quindi, se vuole restare sul mercato sul lungo periodo, all’imprenditore conviene trattare bene i dipendenti, facendoli partecipare agli utili e premiando i più bravi. Tutti gli imprenditori hanno interesse non soltanto a non impoverire i loro dipendenti ma a non impoverire ed anzi ad diffondere ricchezza nella società intera. Se tutti gli imprenditori si  mettessero d’accordo, come nelle più grottesche fantasie marxiste, per dare ai loro dipendenti paghe da fame, la società nel suo complesso si impoverirebbe irrimediabilmente… e chi li comprerebbe più i loro bei prodotti? Chi se la spalmerebbe la nutella sul panino?

Certo, il discorso è molto più complesso. L’economia di mercato non è il migliore dei mondi possibili, è piena di difetti, si può e si deve  migliorare. Ma è sotto gli occhi di tutti che l’economia di mercato fa stare meglio tutti. Guardate l’India: da quando i ricchi e intraprendenti imprenditori indiani sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre meno poveri. Infatti, gli imprenditori stanno creando una quantità tale di posti di lavoro che in India ormai è più difficile rimanere disoccupati che lavorare. Se un indiano povero per una qualche paradossale ragione volesse rimanere disoccupato, sarebbe costretto a passare la maggior parte del suo tempo ad allontanare quelli che vengono a proporgli un lavoro.  Ieri i poveri dormivano e marcivano per strada, oggi dormono ancora per strada ma guadagnano abbastanza per fare tre pasti al giorno, vestirsi e dormire su un materasso. E si sentono dei nababbi. Siamo sicuri che domani potranno addirittura dormire sotto un tetto, e si sentiranno super nababbi. Certo, sono piccoli passi. Ma un passo dopo l’altro si fanno le lunghe traversate. E leggete il Vangelo: Cristo non dice da nessuna parte che la ricchezza è una colpa e che il ricco ruba plusvalore al povero. Piuttosto, invita il ricco a soccorrere il povero e condanna alla gheenna quello che non lo fa. Inoltre, Cristo non condanna ma anzi esalta il modello economico dell’impresa proto-capitalista. Nel vangelo si parla spesso di padroni e dipendenti. Ricordate la parabola dei talenti: un “padrone” ossia un imprenditore consegna a ciascuno dei suoi “servi” ossia dipendenti una certa somma di denaro e poi va via. Al suo ritorno, condanna il servo che non ha fatto fruttare i denari e invece premia quello che li ha investiti e li ha fatti fruttare. Ebbene, quel servo buono che fra fruttare i suoi talenti è il primo capitalista della storia occidentale.

Il mio scandaloso parere sull’articolo 18

In questi giorni si è detto tutto e il contrario di tutto sull’articolo 18. Più che altro, mi sembra che non solo la gente comune ma anche i politici e i sindacalisti ne parlino senza conoscere bene né l’articolo 18 né le modifiche all’articolo 18 proposte dal governo Monti. Neanche io conosco bene né l’uno né le altre. In realtà non me ne frega nulla. E sapete perché? Perché a mio parere tutti gli articoli e tutte le leggi che  pongono limiti alla facoltà di licenziare sono moralmente illegittimi a prescindere da qualunque altra considerazione. A mio parere, un datore di lavoro dovrebbe avere una facoltà di licenziare assoluta, indiscriminata e perfino discriminatoria. Vi spiego perché.

Oggi tutti, anche nella sinistra più estrema, considerano legittimo il licenziamento “per ragioni economiche” mentre nessuno, né a destra né a sinistra né al centro, trova legittimo il licenziamento  “discriminatorio”. Nel concreto: se un lavoratore viene licenziato perché l’azienda va male, i sindacati non protestano; se invece viene licenziato per le sue idee politiche, per il suo orientamento sessuale o per la sua origine etnica, si scatena la bufera. Quindi, tralasciamo l’ormai politicamente corretto licenziamento economico e concentriamoci su quello discriminatorio. Per capire meglio la questione, immaginaimo un caso limite che più limite non si può. Immaginiamo che io ottenga il posto di lavoro dei miei sogni e che dimostri di essere molto più brava dei miei colleghi maschi. Immaginiamo che i miei colleghi e il mio datore di lavoro maschio, accecati dal rancore maschilista,  comincino a trattarmi male. Dopo mesi di inferno, il datore di lavoro trova la scusa per licenziarmi. Lui dice di avermi licenziato per ragioni economiche ma io so che lo ha fatto perché non mi sopporta in quanto donna. In altri termini, io so di essere vittima di un licenziamento discriminatorio. Sono sicura che, se facessi causa al datore di lavoro, la vincerei facilmente e il giudice mi farebbe tornare al posto dei miei sogni. Domanda: vale la pena fare causa? Voi che fareste al mio posto? Scommetto che la stragrande maggioranza di voi  direbbe che sì, vale la pena fare causa e vincerla.  Io invece dico di no. Lo so, sono controcorrente, ma dal mio punto di vista…  chi me lo fa fare di lavorare insieme a – scusate il linguaggio franco e diretto – dei porci bastardi? Non sarà certamente la sentenza di un giudice che potrà convincere dei porci bastardi che fino a un minuto prima mi hanno trattato male a trattarmi bene. Per paura di ritorsioni sindacali e legali, per qualche tempo faranno gli ipocriti, sforzandosi di fare i cortesi. Ma sotto sotto continuerebbero ad essere porci bastardi e a rendermi la vita impossibile. Chi me lo fa fare di stare lì? Soprattutto, chi me lo fa fare di impiegare il mio enorme talento nell’azienda dei porci bastardi, favorendo gli affari  e il conto in banca dei porci bastardi? Ne vale la pena? Voi direte: sì che ne vale la pena, perché comunque quello è il posto dei tuoi sogni, tu lo fai molto bene e soprattutto, se perdi quel posto, difficilmente ne troverai uno altrettanto buono. Bene vi ho atteso al varco. Il punto è proprio questo: trovare o non trovare un altro posto di lavoro adatto a me. Dal mio punto di vista assolutamente controcorrente, il problema della disoccupazione e della sotto-occupazione non si risolve scoraggiando i licenziamenti ma favorendo la creazione del maggior numero possibile di posti di lavoro in ogni settore.  E per favorire la creazione del maggior numero possibile di posti di lavoro in ogni settore ci sono solo  due cose da fare: dimezzare subito le tasse sul lavoro e favorire i licenziamenti. Voi che preferite: essere reintegrati in un posto di lavoro pieno di porci bastardi oppure accettare il licenziamento come una liberazione dalla presenza dei porci bastardi e trovare subito un posto di lavoro altrettanto buono se non migliore con dei colleghi migliori? Io non ho dubbi.

Dunque, dal mio punto di vista il licenziamento non è un problema. Il vero problema è la mancanza endemica di posti di lavoro. E ormai si sprecano gli studi e le inchieste che dimostrano che  in Italia i datori di lavoro non assumono anche quando potrebbero perché ormai assumere fa paura.Voi vi mettereste in casa una domestica sapendo che non potrete licenziarla neppure se si dimostrasse essere una pessima domestica? E perché un imprenditore che sta sempre sul chi vive, che è costretto ogni giorno a  fronteggiare spietati concorrenti globali, si dovrebbe mettere in azienda qualcuno sapendo che quel qualcuno, se farà male il suo lavoro,  non potrà licenziarlo se non a costo di enormi sforzi legali e finanziari? Se l’imnprenditore sapesse di poter licenziare facilmente, assumerebbe anche più facilmente. Ed io che sono controcorrente affermo impunemente che il licenziamento fa bene non soltanto al datore di lavoro ma anche al dipendente. La costante minaccia del licenziamento, infatti, sprona il dipendente a fare sempre il suo dovere e a dare il suo meglio. (E’ proprio la mancanza della minaccia del licenziamento che rende gli impiegati statali dei fannulloni senza vergogna, ma questo è un altro discorso). L’istituto del licenziamento favorisce la meritocrazia. E come ho detto sopra, a mio scandaloso parere il licenziamento fa bene al dipendente  anche quando è discriminatorio. Ma voglio essere ancora più scandalosa: dal mio punto di vista il datore di lavoro ha diritto di licenziare chi vuole per la ragione che vuole a prescindere da ciò che è bene per il dipendente. Al limite, potrebbe licenziarti perché non gli piace il colore dei tuoi capelli. Se ti licenzia perché sei gay o sei donna o hai la pelle nera o  ti sei tinto i capelli di rosa, sicuramente commette un peccato dal punto di vista morale. Ma la giurisprudenza cristiana insegna che non tutti i peccati devono essere considerati reati. Ebbene, io ritengo che il peccato del licenziamento discriminatorio non debba essere considerato reato primo perché è meglio per la vittima di discriminazione non lavorare assieme ad un “peccatore” e secondo perché ognuno nella azienda di sua proprietà di deve poter fare come  a casa sua: quello che vuole.

Basta pagare il “pizzo” per trasmissioni pornografiche

 

FRECCERO CONTRO BORGONOVO

Se non l’avete vista, guardate la puntata, linkata qui in alto in azzurro, della puntata di In onda di sabato scorso.

Riassunto dell’antefatto: Borgonovo, giornalista di Libero, scrive un articolo di fuoco contro un telefilm ispano-zapatero ad alto tasso di volgarità (Fisica o chimica) che va in onda su Rai 4, poco dopo qualcuno molto in alto fa pressione su Freccero, direttore di Rai 4, per chiudere quella trasmissione e Freccero se la prende al telefono con Borgonovo coprendolo di insulti.

Riassunto del telefilm ispano-zapatero: “ggiovani” pre-adolesceni e adolescenti di oggi si drogano e fanno sesso in tutte le maniere possibili (noi reazionari che crediamo nell’esistenza di una legge naturale diremmo “secondo e contro natura”) fra di loro e con gli insegnanti trentenni.

Riassunto del pensiero di Telese, Freccero e di tutti i sinistresi fighetti filo-zapateri: è uno scandalo che un giornalista “di merda” di un giornale “di merda” che obbedisce ai “vescovi pedofili” si permetta di criticare e chiedere la chiusura  una trasmissione “pedagogica” che riflette il linguaggio e le problematiche dei “ggiovani” .

Riassunto del pensiero di Porro e di tutti quelli – fra cui me – che i sinistresi chiamano “berlusconiani servi del capitale ignoranti che non leggono neppure un libro”: in primo luogo Borgonovo non ha chiesto di rimuovere il telefilm da Rai 4 ma si è limitato a criticarlo, in secondo luogo uno sul suo giornale può scrivere quello che vuole e può criticare chi vuole proprio perché esiste la libertà d’espressione.

Nel corso della trasmissione ci si è scannati intorno a questo quesito: se Borgonovo non avesse scritto quell’articolo, qualcuno avrebbe chiesto e ottenuto di chiudere quella trasmissione? Dal mio punto di vista, chissene frega. Non mi interessa scoprire chi esattamente abbia chiesto e ottenuto di chiudere quella schifezza e se quel qualcuno sia stato infuenzato direttamente o indirettamente da questo o quel giornalista di questo o quel giornale. Il vero problema è un altro: è consentito ad una rete televisiva pagata dai contribuenti spacciare trasmissioni che insegnano ai tredicenni le gioie della droga e del sesso sporcaccione con gli adulti? Telese, gettando la maschere e mostrando che brutta pasta d’uomo è, ha esclamato con tono canzonatorio e sarcastico “che scandalo” quando Borgonovo faceva pacatamente notare che in quel telefilm i tredicenni fanno sesso con i trentenni. In quel momento, ho capito che il vero problema è un altro ancora: è giusto che lo stato-padrino ci costringa a pagare il “pizzo” per finanziare trasmissioni che ci fanno schifo? In altri termini: è giusto pagare il canone Rai? In teoria, una rete televisiva pubblica dovrebbe avere una funzione educativa nei confronti di maggiorenni e minorenni, specialmente minorenni. Ma purtroppo, in era di  relativismo trionfante è impossibile trovare un accordo circa il concetto di “funzione educativa”. Secondo Telese, Freccero e gli altri sinistresi fighetti è “educativo” un telefilm che insegna  le gioie dello sballo e dell’orgasmo selvaggio ai ragazzini, secondo noi servi di Berlusconi, del Capitale e dei “vescovi pedofili” invece questo telefilm è una porcheria. QUINDI LA SOLUZIONE E’ SEMPLICE: ABOLIAMO IL SERVIZIO PUBBLICO E LASCIAMO A CIASCUN CITTADINO LA LIBERTA’ DI FINANZIARE LA RETE TELEVISIVA CHE MEGLIO CORRISPONDE AI SUOI VALORI. TELESE E FRECCERO SARANNO LIBERI DI DARE I LORO SOLDI AD UNA RETE CHE INSEGNA AI LORO FIGLI A BUCARSI E A PERDERE LA VERGINITA’ A DODICI ANNI CON GLI ADULTI, NOI INVECE SAREMO LIBERI DI DARE I NOSTRI SOLDI A CHI INSEGNA BEN ALTRI VALORI AI NOSTRI FIGLI. E SAREMO  CONTENTI TUTTI .

ALTROCHE’ POSSESSIONI. Il diavolo agisce attraverso il cinema, la televisione, le tasse e…

Dunque, ultimamente ho parlato  diavolo da due diversi punti di vista qui e qui. Rimaniamo in argomento. Padre Amorth ci informa che i casi di possessione diabolica sono molto rari, perché il diavolo preferisce lavorare nel nascondimento. In fondo, quando il diavolo mette in scena tutto quel repertorio a base di letti che traballano, levitazioni, oscenità verbali e lingue morte un po’ agisce contro i suoi interessi. E’ come se i membri dei servizi segreti di una potenza nemica infiltrati nei posti chiave di una nazione andassero a farsi intervistare nella televisione di quella stessa nazione.  Quando il diavolo allestisce dal vivo uno spettacolo tipo L’esorcista,  la gente si spaventa a morte e chiede aiuto a Dio. E in effetti, un film come L’esorcista e ancor più il libro omonimo da cui è tratto sono assolutamente meritori e unici nel loro genere. Quello che mi ha colpito del libro, che ho letto a quindici anni, è l’estrema precisione scientifica degli argomenti.  Si sente che l’autore, William Peter Blatty, ha studiato seriamente il fenomeno delle possessioni diaboliche. Fino quasi  alla metà del libro, che fra l’altro è molto voluminoso, sono descritte tutte le minuziose e invasive analisi mediche condotte sul corpo della piccola posseduta e tutti i fallimentari tentativi di interpretazione scientifica dei sintomi da parte di medici, psichiatri e scienziati. Alla fine, come dice più o meno Conand Doyle nel Mastino di Baskerville, scartate tutte le ipotesi plausibili, l’unica rimasta, per quanto improbabile, deve essere quella vera. Con la forza dell’amore materno e della disperazione, la madre della ragazzina, che fino a quel momento era rimasta arroccata nel suo agnosticismo, abbraccia l’ultima ipotesi e va a chiedere aiuto al prete.  Proprio in quanto l’autore esamina una ad una tutte le possibilità “naturali”, il libro è un pugno nello stomaco di tutti quelli che, appunto, si illudono di poter dare di questi fenomeni una spiegazione scientifica, scartando a priori l’esistenza del soprannaturale. D’altra parte, il soprannaturale non esclude il “naturale” ossia credere nel soprannaturale non significa disconoscere il “naturale” e la scienza, al contrario. I piccoli e ridicoli positivisti atei dipingono i cattolici come dei cretini che per credere in Dio e al diavolo non credono più nelle leggi della fisica e nella scienza in generale. In realtà, proprio la fede nel soprannaturale, positivo e negativo, ci rende anche più capaci di intendere la natura. In primo luogo, ho spesso ripetuto e ripeto ancora che senza fede non c’è scienza: per credere nella scienza bisogna credere in un Dio che ordina razionalmente l’universo. E ho già più volte ripetuto e qui ripeto che, fra tutti gli dei e le divinità di tutte le religioni del mondo, solo il Dio cristiano è un Dio razionale. E ho già più volte ripetuto e qui ripeto che quasi tutti i più grandi scienziati del passato erano cristiani , e che ancora oggi fra gli scienziati quelli che abbracciano le fede rappresentano una percentuale molto alta. In secondo luogo, per quanto riguarda le possessioni diaboliche, la Chiesa esige che siano scartate tutte le possibilità alla portata della scienza, mediante analisi scientifiche preliminari molto scrupolose, prima di riconoscere un caso di vera possessione e mandare un esorcista. Gli stessi esorcisti sono persone molto preparate dal punto di vista scientifico: sanno distinguere immediatamente fra un caso di semplice isteria o di malattia neurologica e un caso di vera possessione. Cosa ancora più importante, dire che la fede nel soprannaturale eclude la fede nella scienza è come dire che credere nell’esistenza di terre e mari posti oltre la linea dell’orizzonte significa non credere nell’esistenza del pezzo di mondo che rientra nell’orizzonte del nostro sguardo. Veramente irrazionale non è chi crede nell’esistenza del resto del mondo oltre l’orizzonte, ma chi non ci crede. Analogamente, negare a priori l’esistenza del soprannaturale è irrazionale, è un atto di fede cieca, un fideismo.  Il positivismo è un fideismo piuttosto cretino.

Comincio a credere che sia stato necessario l’intervento diretto ed eccezionale di qualcuno lassù per rendere possibile la produzione e la distribuzione  un film unico e irripetibile come L’esorcista. Infatti, non si è mai più visto nella storia del cinema mondiale un film in cui non soltanto il diavolo è visto come una presenza reale, ma della Chiesa non si parla male, anzi nel complesso se ne parla bene. Ma appunto, quel film è un unicum. Nella stragrande maggioranza dei film, se si parla della Chiesa, se ne parla male.  E poiché si parla male della chiesa, bisogna parlare male anche degli scrittori che ne parlano bene, come Dante Alighieri. Infatti oggi gruppi di pressione laicisti chiedono che la Divina Commedia non figuri più fra i testi di studio nelle scuole dell’obbligo. Ma come dice Camillo Langone, se oggi censurano Dante domani censureranno la Bibbia. Altroché letti che traballano, levitazioni e lingue morte: la minaccia di censura della Divina Commedia più terrificante della più terrificante possessione! Dall’articolo di Langone sottolineo un passaggio:

Come si può reagire? Non con le parole. Bisogna togliere i fondi, affamare la bestia. Associazioni come Gherush92, dedite alla distruzione della nostra cultura, devono essere liquidate eliminando qualsiasi sostegno economico. Da dove vengono i soldi per le loro ricerche? Temo da noi contribuenti. Inizio a credere che l’evasore, se riesce ad affrontare e superare i meccanismi sovranazionali, sia un eroe.

E siamo all’ultimo punto: le tasse sono diaboliche. Noi siamo sudditi di un mostro che ci leva quasi il cinquanta dei frutti del nostro lavoro per nutrire i suoi clienti e i suoi parassiti e per mantenere luciferine associazioni onusiane che vogliono distruggere la nostra cultura. Esistono molte  maniere di compiere stermini di massa. Una è, ad esempio, schiantare due aerei di linea contro due grattacieli. Un altro è alzare le tasse oltre il livello di guardia, provocando il fallimento a catena delle imprese economiche e la distruzione di decine di migliaia di posti di lavoro. E se i posti di lavoro si distruggono, le famiglie muoiono di fame  o non si formano affatto. Le tasse impediscono ai bambini di nascere. Conosco donne in età fertile che rinunciano alla maternità perché non possono permettersi il lusso di rallentare il ritmo di lavoro. Mirano alla carriera? No: mirano soltanto a non finire su una strada a chiedere l’elemosina. Da quando il governo ha alzato l’aliquota fiscale, introducendo perfino l’imu, in tasca per vivere rimangono pochi soldi. Se una donna lavora di meno o smette di lavorare a causa di una maternità, rischia di non avere più i soldi per vivere, a meno che non sia sposata ad un uomo molto, molto ricco o a un evasore fiscale. Alle tasse  si unsce una cultura basata sul culto del divorzio, e l’inverno demografico è assicurato.

Oltre che calunnie contro la fede, il diavolo dissemina i prodotti cinematografici e televisivi di messaggi contro la famiglia. Usa anche mamma Rai. Alcuni giorni fa, sono andati in onda gli spot di Provaci ancora prof con la Pivetti. Premesso che non avrei visto quella scemenza per nessuna ragione al mondo, a parte una consistente riduzione fiscale, mi ha colpito la ragazzina che nello spot incitava la mamma divorziata a coinvolgersi di più col nuovo fidanzato… Il messaggio è che basta un simpatico divorzio dal solito noioso marito, qualche colpo di botox e la gioventù rifiorisce. Il messaggio è che a molto più cinquant’anni, con le labbra che cadono irrimediabilmente verso il mento e i capelli consumati da tinte sgargianti tipo segnaletica nella nebbia, puoi giocare a fare la ragazzina innamorata piena di rossori mentre tua figlia adolescente ti fa da confidente amica del cuore. Che orrore!!!!!! E io dovrei pagare ancora il canone?

IL DIAVOLO E IL CONFESSIONALE

Desidero immortalare sul mio blog una intervista, pubblicata su tempionline, di Massimo Giardina all’esorcista padre Amorth.

Padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma, combatte quotidianamente vis-à-vis con il demonio. La sua esperienza è contenuta nel libro L’ultimo esorcista scritto insieme al vaticanista del Foglio, Paolo Rodari. In una videointervista concessa a tempi.it, padre Amorth spiega le ragioni del male e il modo per combatterlo: «Il diavolo si muove nel nascondimento, cerca di non farsi scoprire perché Gesù nel Vangelo dice: “Chi non è con me è contro di me”. Non ci sono terze vie: chi non è con Cristo è contro Cristo».

Qual è la preda preferita del diavolo? «Il diavolo tenta tutti, nessuno escluso. Anzi coloro che hanno più potere sono una preda golosa per Satana. Persino nelle gerarchie ecclesiastiche nessuno si salva dalla tentazione e non escludo che qualcuno sia caduto. Ma non mi scandalizzo perché la Chiesa va avanti in forza della presenza di Cristo e si sentirà sempre odore di zolfo nella casa del Signore. Il demonio cerca di tentare le persone al vertice perché così non pesca con l’amo, ma con la rete: capi di governo, responsabili dell’economia, dello sport, del divertimento e tutti i sacerdoti; figuriamoci se non ci prova in Vaticano, cioè il vertice dell’antisatanismo».  

Un ruolo importante nella lotta contro Satana l’ha assunto il pontificato di Karol Wojtyla: «Il demonio un giorno mi disse che Giovanni Paolo II era pessimo, ma il Papa attuale era peggio. Le parole del demonio furono un elogio per Benedetto XVI». L’esorcista della diocesi di Roma in un dialogo con il diavolo riporta: «Se fossimo visibili agli occhi, oscureremmo il sole» disse Satana, «ma – commenta padre Amorth – gli angeli sono molti di più, sono miliardi e vincono sulle presenze sataniche. In questa lotta noi dobbiamo fare la nostra parte. Gesù lo dice chiaramente nel Vangelo: occorre la fede». L’esorcista suggerisce l’accostamento al sacramento della confessione: «I peccati, dopo la riconciliazione, sono distrutti, non esistono più. Succede a volte che il diavolo durante gli esorcismi elenchi le mancanze dei presenti, ma non può dire gli errori già confessati, perché di quelli non c’è più traccia, Dio nella sua misericordia li cancella».

Dunque, padre Amorth ci dà due bellissime notizie, che allietano la quaresima. La prima è che gli angeli sono più numerosi del demoni e la seconda è che il sacramento della confessione cancella i peccati. Li cancella veramente, anche se non ce ne accorgiamo, anche se il tempo non cancella in noi il ricordo del nostro male, e anche se questo ricordo può degenerare in ossessione. Certo, non è facile entrare nel confessionale. Mi sono sempre chiesta perché il Padre Eterno abbia inventato questo sacramento così poco “comodo”. E una cosa credo di averla capita: fra le altre cose, il confessionale è come una palestra della nostra coscienza. L’obbligo di fare l’esame di coscienza, in un certo senso, ci rende più intelligenti, più capaci di capire non soltanto noi stessi ma anche gli altri uomini.Capiamo che noi stessi, che spesso mettiamo al di sopra degli altri, in realtà non siamo migliori degli altri  e soprattutto che gli altri, che spesso disprezziamo, non sono peggiori di noi. Impariamo non soltanto ad individuare subito i singoli atti cattivi ma anche a riconoscere la presenza all’interno noi stessi di una ferita che ci fa deboli di fronte alla seduzione del male. Dio non ci chiede di curarci da soli, che sarebbe infinitamente superiore alle nostre forze. Non ci chiede neppure di portare a termine chissà che difficile compito, che eroica impresa. Ci chiede soltanto di fare la diagnosi. E come per fare una diagnosi medica corretta bisogna essere dei bravi medici, preparati ed esperti, così per riconoscere il male compiuto e la ferita interna bisogna essere dei bravi cristiani, che non vuol dire, appunto, cristiani senza peccato ma cristiani preparati, esperti e intelligenti. Certo, la “diagnosi” non basta: occorre pure il pentimento, che si distingue nei due gradi dell’attrizione e della contrizione. Ma fare una buona “diagnosi” è un buon inizio, anzi è quasi metà dell’opera. E poi l’opera immensa la conclude un Altro. Scusate, ma quale notizia può essere migliore di questa? In quale ospedale curano le malattie incurabili? E’ come andare in un ospedale con un tumore in metastasi o quasi e incontrare un medico che non solo ti toglie il tumore in una frazione di secondo ma non vuole nulla in cambio. E noi non ce ne accorgiamo. “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. E non ci accorgiamo che essere liberati dai peccati è più che essere paralizzati e recuperare all’improvviso l’uso delle gambe. “E’ più facile dire: ti sono perdonati i tuoi peccati, oppure: alzati e cammina? E allora ti dico: alzati e cammina”.

Come ho detto, Dio ci vuole intelligenti E infatti, Dio ci ha donato un papa intelligente. Anzi, non solo intelligente ma colto, coltissimo. Riflettete sul fatto che, come testimonia Padre Amorth, il diavolo detesta Benedetto XVI: un papa-professore che fa spesso e  volentieri “lectio magistralis” piene di riferimenti culturali e filosofici, guadagnandosi l’antipatia dei non pochi cattolici che credono di vedere il “principe di questo mondo” in ogni forma di sapere umano, anche nel sapere cattolico, e che tendono a scambiare l’orgoglio dell’ignoranza per umiltà evangelica. Non sarà che, al contrario, una cultura cattolica ben fatta, una cultura piena di fede, potrebbe essere un’arma potentissima contro gli errori di questo mondo e contro colui che li ispira?

di Reginadistracci Inviato su fede Contrassegnato da tag

DA SPLINDER A WORDPRESS. Il bilancio dolce-amaro delle mie microscopiche battaglie culturali

Poco meno di due settimane fa, il 31 gennaio del 2012,  spariva nel nulla Splinder e, con esso, il mio vecchio blog.  Sono rimasta connessa al vecchio “Rottami e diamanti” per tutto il 31 gennaio nella speranza di cogliere l’attimo vertiginoso della cancellazione del blog, di assistere alla distruzione del mio vecchio castello di stracci, ormai deserto. Ma a tarda sera  il momento della fine non era ancora arrivato, e così ho lasciato perdere. Poi ho cercato Splinder il giorno successivo  e ho scoperto che Splinder non c’era più.  La fine era già arrivata e me la ero persa. Ma nessun nodo in gola, neanche  una lacrima.  La fine di Splinder non  ispira in me pensieri sepolcrali o amare riflessioni sulla caducità di tutte e cose. Casomai, mi fa capire che a volte la fine di qualcosa è l’inizio di una cosa  più bella. E Worpress è stata una piacevole novità per me. Questo nuovo castello è più grande  e meglio attrezzato.  Quindi, brindo alla fine di Splinder, lo ringrazio di tutto e guardo avanti. Ma prima devo capire a che scopo.

Ancora oggi, se digito “reginadistracci” su google, escono fuori i link dei post del vecchio blog di Splinder. Se anche è vero che i link rimandano a WordPress, dal momento che ho fatto da tempo il “redirect”, la domanda rimane: come è possibile che Google peschi nella rete dei link che rimandano a Splinder, se Splinder non c’è più? Che cosa sono questi link: fantasmi digitali? (Sai che bel soggetto per un horror soprannaturale se ne potrebbe ricavare….)  Fantasmi a parte, la più triviale verità è che, probabilmente, nella rete non si può cancellare davvero mai nulla. La rete non conosce l’oblio. Tutto nella rete è al presente, soprattutto il passato. Durante i lunghi lavori di trasloco virtuale, tutto il mio passato di blogger mi è passato davanti agli occhi. I vecchi post, le vecchie discussioni, le vecchie amicizie digitali. Finite anzi mai iniziate, come tutte le amicizie. Mi sono ricordata del primo giorno su Splinder. Era l’agosto del 2007 e non sapevo neppure bene perché stavo aprendo un blog. Sfuggivo dall’angoscia. Scelsi Splinder perché il mio blogger preferito, che allora già non scriveva più, e che nessuno ha mai saputo eguagliare, e che ancora spero di poter ritrovare sul web, aveva un blog su Splinder. Arrivata di fronte al modulo dell’account, dovetti pensare in fretta. Chiusi gli occhi e mi ricordai che  anni addietro, in un diario, avevo scritto che mi sentivo una regina coperta di stracci. Poi cercai delle parole in me e trovai in pochi secondi  “rottami e diamanti”.  Ho sempre pensato che dagli accostamenti ermetici di parole che denotano cose molto diverse e molto lontane fra loro si sprigioni una speciale magia.  Insieme,  il nick e il titolo del blog alludono al mio gusto per le cose da buttare: stracci e vestiti logori, rottami arrugginiti, vetri rotti, cocci e carabattole di poco prezzo. Per me quasi diamanti. Cerco di trovare i riflessi di una bellezza superiore anche nelle cose apparentemente brutte e insignificanti . In fondo, su un piccolo frammento di vetro rotto può riflettersi il sole. E i diamanti per me non sono simboli di lusso arrogante. In quelle pietre chiare e lucenti vedo il simbolo anzi, la viva immagine di tesori superiori, spirituali.“Parev’a me che nube ne coprisse\ lucida, spessa, solida e pulita, \ quasi adamante che lo sol ferisse” (Paradiso, canto II). E poi, nessuna espressione mi descrive meglio dell’espressione “reginadistracci”. La mia mente è un regno pieno di tesori, fuori dal mio regno sono soltanto una “stracciona” ossia non contro nulla. Prima di sucitare facili sacsmi a base di ma-chi-ti-credi-di-essere, chiarisco i tesori in me non sono tesori in sé – evvai col gioco di parole – ma tesori secondo me e per me.

Osservando questo mio passato digitale, sono costretta a chiedermi perché ho iniziato, perché continuo e perché non mi decido a mollare tutto. La domanda si tinge di dramma, perché mi accorgo di avere dato troppo a questo blog. Ma la riposta arriva quasi subito alla coscienza: do troppo perché non posso farne a meno. In realtà, non si tratta di dare qualcosa a qualcuno in cambio di qualcos’altro o di nulla. Si tratta del fatto che io ho già delle cose e, dovendo scegliere se buttarle via o regalarle, preferisco regalarle agli sconosciuti. Già le ho scritte e, se non le ho ancora scritte, le scriverei lo stesso. Certo, l’ideale sarebbe farmele pagare. Ma questo ideale è ormai irrealizzabile  nella società contemporanea, che da tempo è oppressa dalla dittatura commerciale della maggioranza incolta. Se sei giornalista o pubblicista, hai una pistola puntata alla tempia: o accorci fino all’osso il numero dei caratteri-con-spazi ossia abbassi il più possibile il livello del ragionamento o sei “fuori target” ossia  muori. Siamo arrivati al punto che offrire il ragionamento e l’approfondimento significa suicidarsi, così come per un artista significa suicidarsi offrire arte invece che spazzatura. D’altronde, i social-network  hanno aggravato la malattia della cultura occidentale, togliendo lettori perfino ai blog. Splinder si è dovuta suicidare perché aveva perso utenti a scapito di Twitter e Facebook, che hanno abassato ulteriormente la capacità di riflessione e approfondimento delle persone offrendo contenuti brevi e frivoli. I giornali dal canto loro, anche se si sforzano di ridurre i contenuti all’osso per inseguire lo stile Twitter, ormai sono morti che camminano: fra poco chiuderanno i rubinetti del denaro pubblico.

Molte delle  cose che ho già scritto e che scriverò le considero molto più importanti della  gratitudine altrui, che in ogni caso non ricevo mai. Infatti,  non è stato un vano desiderio di avere successo che mi ha spinto ad aprire il blog. Questo desiderio, quando si presenta, cerco di soffocarlo, perché ne riconosco troppo bene l’illusorietà. Ho aperto un blog perché avevo l’urgenza di dire alcune cose. Sono sempre stata tormentata dal bisogno di combattere contro le menzogne partorite dalla modernità. Quando su un giornale leggo una palese menzogna contro la Chiesa e contro la storia e contro la scienza  – le tre cose spesso coincidono (vedi Il caso Galileo)- di notte non dormo tranquilla. E così, se nessuno interviene,  provo ad intervenire io. Mi sento come la famosa madre dell’esempio che, se nessuno entra nella casa in fiammea salvare il suo bambino, interviene lei. Prendiamo quella schifezza di Zeitgeist. D’accordo, è una schifezza, ma è una schifezza pericolosa che attira le menti deboli e suggestionabili come il fuoco attira e brucia gli insetti. Non potevo non intervenire. E sembrerebbe che il mio intervento, che non mi ha fruttato nulla, neppure un grazie, sia servito molto a molti. Linkati un po’ ovunque in forum e siti cattolici, i miei articoli su Zeitgeist e Zeitgeist Addendum hanno molta visibilità e sono molto letti. Nell’altro blog il primo post su Zeitgeist ha raccolto molto più di duecento commenti, adesso non ricordo la cifra esatta.   Poiché  quasi tutti i commenti che si accumulavano, alla spicciolata,  sotto questo post erano caratterizzati da un tasso insolitamente alto di idiozia e di odio, all’incirca verso il centesimo commento ho deciso di non approvarne più nessuno. E il bello è che ne sono continuati ad arrivare fino all’ultimo mese di vita di Splinder. Il fatto che una serie di post pubblicati su un blog marginale, con scarsissima visibilità, abbiano attirato così tanta attenzione dovrebbe suggerire che il caso Zeitgeist non deve essere preso sottogamba. Bisognerebbe indagare per capire le esatte dimensioni e il grado di influenza di quel movimento, ispirato direttamente da colui che fa di tutto per far credere che non esiste.

Insomma, su Rottami e Diamanti ho portato avanti tante piccole battaglie contro le menzogne della modernità: innanzitutto le menzogne contro la Chiesa (vedi Chiesa ed ebrei) e poi quelle a favore della libertà sessuale (vedi Pornografia e vergogna),  del comunismo (Il marxismo è una conseguenza della corruzione materialistica del capitalismo), della socialdemocrazia, del darwinismo e altro. Per quanto riguarda l’interesse sucitato, i miei articoli contro il darwinismo  sono secondi solo ai post su Zeitgeist. Il bello è che da quando mi sono convertita fino a poco tempo fa, non solo non ho mai avuto il benché minimo dubbio sulla teoria di Darwin ma non mi ha mai neppure sfiorato l’idea che questa teoria potesse mettere in pericolo la fede. E infatti, non la mette affatto in pericolo. Illudendosi, i neo-darwinisti credono di poter trasformare la teoria evolutiva in una sorta di paradossale “prova a-teologica dell’inesistenza di Dio”. Ma si illudono: Dio continuerebbe ad esistere anche se Darwin avesse ragione (ne parlo approfonditamente in questi post). Consapevoli del fatto che nessun “anello mancante” potrà mai nulla contro la fede, la stragrande maggioranza dei cattolici trascurano di verificare la fondatezza della teoria di Darwin  e la danno subito vinta ai darwinisti per quieto vivere: “Vi diamo subito ragione così poi ci lasciate in pace e possiamo parlare d’altro”. So che questo non fa di me una persona migliore, ma io personalmente al quieto vivere ho sempre preferito l’ardore delle polemiche; alla “pace armata” ho sempre preferito lo scontro aperto con gli anti-teisti .    Dopo avere letto alcuni articoli appassionanti di Marco Respinti, ho deciso di approfondire l’argomento. Molto semplicemente, gli argomenti contro la teoria di Darwin portati dai sostenitori dell’Intelligent Design mi sembrano molto più convincenti degli argomenti a favore di Darwin. Invece, gli argomenti sul “progetto” e sul “Progettista” mi interessano poco, perché dubito che si possa dimostrare Dio tramite la scienza. Dubito che la paleontologia o la biologia molecolare possano rendere superflua l’azione della grazia. Invece, un numero crescente di cattolici, che tuttavia sono ancora in minoranza rispetto ai cattolici evoluzionisti (che si dividono in indifferenti che accettano l’evoluzionismo per pigrizia e in teo-evoluzionisti entusiasti), abbracciano con entusiasmo la teoria dell’Intelligent Design. Essi credono fermamente che sia sufficiente fare fuori definitivamente la teoria di Darwin per riportare tutto il mondo alla fede. Pia illusione. Sebbene infatti la scienza si fondi sulla fede (Impetus! Come la fede aiuta la scienza), tuttavia la fede non si fonda sulla scienza. La scienza potrà fornire al massimo indizi, ma mai e poi mai prove scientifiche a favore della fede, che è “sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi” (Dante). Se l’Id potesse dimostrare Dio, “mestier non era parturir Maria” (Dante).

Dunque, sono convinta che la teoria di Darwin non possa nulla contro la fede e che, simmetricamente, la teoria dell’ID non possa nulla contro l’ateismo. A mio parere, la teoria di Darwin è pericolosa per altre ragioni. La prima è che il clima di terrore inquisitorio creato dai darwinisti, che controllano quasi tutte le facoltà di biologia e quasi tutte le riviste scientifiche peer-reviewed, sta danneggiando la scienza. Occultando sistematicamente l’enorme quantità di prove contrarie alla teoria evolutiva e mettendo a tacere chiunque osi proporre argomenti nuovi, impediscono alla scienza di progredire (ne parla anche Berlicche). La seconda è che dalla teoria di Darwin derivano necessariamente l’eugenetica e il culto della violenza. Ripeto: necessariamente. In termini più precisi, dalla teoria di Darwin derivano necessariamente i campi di sterminio nazisti. Lo ripeto ancora: necessariamente. Nei post della serie Darwinismo fa rima con nazicomunismo (I, II, III  e IV, V, VI, VII) ho illuminato a giorno i legami fra il darwinismo e le peggiori ideologie della modernità: non solo l’eugenetica e il razzismo, ma anche il nazismo e il comunismo. Legami innegabili, mai negati e anzi rivendicati con orgoglio dai diretti interessati. Poche storie: eugenisti e nazisti hanno giustificato i loro crimini contro l’umanità con gli stessi argomenti usati da Darwin ne L’origine dell’uomo. Adesso, mi resta il compito più arduo, in un certo senso titanico: dimostare che, appunto, i campi di sterminio sono la conseguenza necessaria e inevitabile delle fede evolutiva. Non si può credere in Darwin senza credere anche nell’eugenetica, e non si può credere nell’eugenetica senza approvare le politiche naziste volte allo smaltimento industriale degli umani “inadatti”. Insomma, mi resta da combattere contro l’ultima, più sottile menzogna, cui per inciso credono ciecamente anche certi cattolici “adulti”: la menzogna secondo cui eugenisti e nazisti avrebbero distorto e tratto conseguenze sbagliate  dalla teoria di Darwin,  la quale sarebbe in se stessa buona. Se fosse correttamente interpretata – dicono – la teoria di Darwin porterebbe addiritura alla negazione dell’eugenetica e all’estinzione definitiva di ogni tentazione nazista. Questo non è vero. Se la teoria di Darwin non è contro la fede, è tuttavia contro la legge divina-naturale. Se Darwin avesse ragione, verrebbe meno il decalogo: infatti, non sarebbe più lecito soccorrere i bisognosi. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Dunque, su Rottami e diamanti ho ingaggiato delle piccole, piccolissime, microscopiche  battaglie culturali “in proprio”, a spese mie, contro le menzogne della modernità. Ogni tanto, mi concedo di parlare del mio argomento preferito, quello che conosco meglio: l’arte e la filosofia estetica. Anche in questo campo, la modernità ha sparso menzogne. Le conseguenze pratiche, materiali, tangibili delle immateriali idee estetiche, o sarebbe meglio dire anti-estetiche, degli modernisti  le vediamo nelle Biennali e nelle grosse esposizioni internazionali (vedi i post della serie Il fallimento dell’arte contemporanea qui e qui). Confesso che progetto da tempo di scrivere un saggio sull’argomento. Forse ci riuscirò. E d’altra parte, non posso restare con le mani in mano mentre la cultura contemporanea nega l’esistenza della bellezza. Infatti, la bellezza è un bene di prima necessità, come il pane o più. E poi negare la bellezza è come negare Dio, che è somma bellezza. Oltre che di arte figurativa e poesia, ogni tanto parlo anche di cinema, e spero di parlarne più spesso. Mi piace scoprire valori estetici e verità importanti anche dove meno me lo aspetto. Ad esempio, di recente scoperto inaspettatamente dei significati in qualche maniera legati alla teologia in un film di Dario Argento.

Insomma, di me si può dire tuto tranne che non abbia la capacità di spaziare da un argomento all’altro. E in effetti, secondo Edith  Stein la mente femminile tende tipicamente alla “universalità” ossia cerca costantemente il “filo rosso” che lega fra loro tutti gli aspeti del’universo. Se la mente maschile tende a concentrarsi su un solo argomento, approfondendolo fino in fondo, invece la mente femminile tende a “ficcare il naso” in ogni argomento e “impicciarsi” degli argomenti altrui, col rischio però di rimanere sempre alla superficie, di non approfondire mai niente. E a proposito, ho parlato anche di femminismo e questione femminile (ad esempio Vanitas vanitatum e Benevenuti nell’era della porca femmina). Sebbene mi sia sforzata di rimanere nel giusto mezzo, sebbene abbia denunciato la piaga del maschilismo senza tuttavia mai negare né sminuire di una virgola la piaga speculare del vetero-femminismo sessantottardo, sono divenuta bersaglio di critiche orrende, non ci sono altri aggettivi per definirle. In pratica, i miei critici non volevano che io rimanessi inequilibrio fra due eccessi contrari: pretendevano che io condannassi uno solo dei due eccessi e abbracciassi incondizionatamente l’altro. Non si davano pace perché non riuscivano a ottenere da me un atto ufficiale di sottomissione ad una ideologia mefistofelica secondo cui quasi tutti  gli uomini sarebbero virtuosi e geniali mentre le donne sarebbero tutte completamente prive di genio e quasi tutte “peccatrici” – eufemismo per troie – ,  ragione per cui gli uomini avrebbero il diritto e il dovere di esercitare un dominio assoluto sulle donne e contemporaneamente le donne, per evitare la dannazione eterna, dovrebbero farsi dominare in silenzio. Naturalmente, dal loro punto di vista  lo stupro sarebbe una invenzione delle femministe: nessun uomo stuprerebbe se non fosse “indotto in tentazione” dalla donna…  Scusate ma prima di andare avanti un VAFFA  è obbligatorio. Bene, mi sento meglio, possiamo procedere. E adesso mi sento ancora meglio. Infatti, i miei avversari mi offrono, metaforicamente parlando, la “palla gol” a porta vuota. Con qualche bella citazione puntuale, prima sfondo la loro porta e poi infierisco su di loro mentre stanno riversi per terra a piangere la sconfitta. Dunque, i miei avversari non sanno di darsi la zappa sui piedi tirando in ballo la pornografia, dal momento che su quell’argomento ne so troppo. Infatti, è stato proprio un “trauma” a sfondo pornografico a spingermi sulla strada della scrittura di tipo giornalistico. Per farla breve, anni fa la lettura di un articolo finto-ironico sulle merci da sex-shop mi provocò un piccolo choc. Infatti, capii immediatamente che quell’articolo finto-ironico, pubblicato non a caso su una rivista fighetta della sinistra radical-chic,  era una in realtà una pubblicità occulta della pornografia. Capii che le élite culturali fighette stavano iniziando a portare avanti  una campagna occulta di “normalizzazione” della pornografia, che si inseriva in una strategia più ampia tesa alla distruzione della famiglia e alla rimozione degli ultimi avanzi della eredità morale e culturale cristiana. Per combattare questa piaga purulenta, scelsi l’arma delle parole. Ma per prima cosa, andai in biblioteca a fare incett di saggi scientifici sul’argomento.

Dunque, se ho ben capito, i  miei avversari sostengono, fra le altre ignobili cose, che a monte della diffusione pandemica della piaga della pornografia  ci sarebbe l’emancipazione delle donne. Da quel che ho capito, la stragrande maggioranza delle donne, ossia tutte tranne quelle che accettano la sottomissione, non solo farebbero uso di pornografia ma  morirebbero dalla voglia di fare le attrici porno. Infatti il sogno segreto di ogni donna, secondo loro, sarebbe quello di sedurre e corrompere quanti più uomini possibile, distoglierli dai loro casti e puri pensieri e portarli sulla via della perdizione. Davvero? Peccato che gli studiosi comportamentali  abbiano dimostrato che, sebbene siano in aumento gli “utlizzatori finali” di sesso femminile,  la stragrande maggioranza degli “utilizzatori finali” dei prodotti pornografici sono e saranno sempre di sesso maschile. Perché la pornografia è un prodotto concepito dagli uomini e per gli uomini, totalmente conformato alle fantasie maschili. E adesso infierisco con le citazioni. Il racconto pornografico ruota attorno al “super-maschio” che “esercita la sua onnipotenza sulla donna”, la quale “deve assumere comportamenti seduttivi richiesti dall’immaginario maschile, che vagheggia un mondo di ‘donne facili’… brave ragazze, brave casalinghe ‘fare’ le prostitute senza esserlo”. Quindi nella pornografia “molto raramente il rapporto sessuale uomo\ donna nasce su un piede di parità, per libera e reciproca scelta”, ragione per cui non bisogna sottovalutare il fatto che il consumo di pornografia sia più alto fra i detenuti per violenza contro le donne che fra i detenuti per altri reati  (Renato Stella, L’osceno di massa. Sociologia della comunicazione pornografica, Milano, Franco Angeli, 1991).  La «pornografia, in quanto connubio di sesso e potere, non contempla l’uguaglianza. Non può farlo. L’uguaglianza, infatti, eliminerebbe il potere, il concetto chiave della pornografia, il quale abbisogna per la sua pensabilità, di asimmetria. Il sogno venduto dalla pornografia dipinge le donne in balia del potere» (Annalisa Verza, Il dominio pornografico, Liguori 2006). In questa gustosa intervista, la porno-attrice Selen testimonia che nei set porno il piacere femminile è quasi un tabù: per godere, il maschio deve vedere donne “piangenti e sottomesse”.  Non a caso «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito», e anche in età adulta «registrano una maggior frequenza di esposizione a foto o a libri che descrivono rapporti sessuali»(Goldstein e Kant, Pornography and Sexual Deviance, 1978).  (Alcune citazioni le ho prese da questo articolo).  Ma scommetto che siete pronti a dire che gli autori di questi studi sono “femministe” anche se sono uomini. Allora ascoltiamo un cattolico molto ortodosso, ma non tradizionalista, come Vittorio Messori: “proprio i credenti nel peccato originale dovrebero sapere che ‘normalità’ significa anche attrazione per ciò per ciò che è oscuro; inclinazione, da sorvegliare costantemente, per la dimensione del vizio se non del pervertimento. ‘Normale, dunque – e proprio in una prospettiva cristiana – non è l’uomo che allontana istintivamente, con ribrezzo, l’erotismo, anche quando si presenta nel suo volto porrnografico; ma, al contrario, ‘normale’ è colui che ne avverte l’inquietante attrazione che solo Grazia e volontà da essa sostenuta possono vincere. (…) E parliamo di ‘uomini’ non come categoria filosofica, che comprenda cioè anche le persone di sesso femminile: ma di ‘uomini’ in senso proprio, fisiologico; di maschi, cioè. Le donne non sono certamente esenti dalle conseguenze della caduta di Adamo ed Eva, ma sono vulnerabili ad altre tentazioni: non a quella – e parliamo, anche qui, di casi nella norma, non escludendo ovviamente qualche eccezione – della pornografia. La quale, per definizione, è l’esibizione del sesso staccato dall’amore: proprio ciò che non interessa nella prospettiva femminile, per la quale l’amore è il prius indispensabile e il sesso la conseguenza”. Certamente le affermazioni di Messori devono essere ridimensionate, dal momento che, oggettivamente, il pubblico femmile del porno è in crescita. Ma la crescita del pubblico femminile non modifica di una virgola il carattere maschile della pornografia. Tanto è vero che studiosi comportamentali e psichiatri interpretano la figura della protagonista femminile del racconto prnografico come uno “pseudo-maschio” ossia una donna che nel campo sessuale si comporta esattamente come il maschio medio si comporta o sogna di comportarsi. Ossia, la “zoccola” non è una donna-donna, ma piuttosto una donna… mascolinizzata.

In conclusione, credo che la cultura occidentale non sia rimasta immune  dall’influsso dei totalitarismi religiosi extra-occidentali, tutti ferocemente maschilisti. Penetrato a fondo da questo influsso, l’Occidente ha partorito un nuovo tipo di totalitarismo ideologico: un totalitarismo neo-maschilista post-moderno che è il contrario speculare del vecchio femminismo sessantottardo. Secondo i miei avversari  il “maschilismo” sarebbe una invenzione delle femministe. Suppongo che essi pensano – ma naturalmente non dicono – che  bisognerebbe piantarla di fare campagne contro l’oppressione e la violenza sulle donne, in quanto opprimere le donne significherebbe in realtà tenerle al loro posto.  E invece io insisto:  il maschilismo esiste ed è sbagliato. Cercare della “cause” all’epidemia di violenza sulle donne che ammorba i paesi avanzati, continuare a cianciare con Risé della “crisi del maschio” di fronte alla “emancipazione della donna”, significa giustificare e legalizzare questa violenza. Diciamo che il femminismo è stato la risposta sbagliata ad un problema reale: il maschilismo. Quindi, sono sbagliati entrambi. Il femminismo è sbagliato perché vuole fare della donna uno pseudo-maschio, il maschilismo è sbagliato perché vuole fare della donna un essere inferiore al maschio.  Mentre la donna deve essere donna. Ma naturalmente la mia parola non conta nulla. Allora non state a sentire me. Se vi fidate della mia testimonianza, vi dico  che la scorsa domenica nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, durante la messa festiva, il monsignore che la celebrava (purtroppo non sono riuscita a saperne  il nome) ha usato l’espressione “maschilismo”. Quella parola è giunta alle mie orecchie come un dono del cielo. Commentando il brano del Vangelo relativo alla cena di Gesù in casa del fariseo, faceva notare che Gesù, accogliendo le manifestazioni di affetto della prostituta, in un certo senso “scandalizza” i suoi commensali. Infatti, per gli ebrei di quei tempi, caratterizzati da una mentalità profondamente MASCHILISTA, una donna come quella era da  disprezzare  non soltanto in quanto “peccatrice” ma proprio in quanto “donna”.

Ora, chi professa un credo totalitario manifesta dei sintomi inequivocabili, fra essi la tendenza ad accusare di “pazzia” o almeno di qualche scompenso psichiatrico chiunque osi negare il credo totalitario medesimo. In Urss, ricordiamolo, i dissidenti erano mandati in manicomio a farsi l’elettrochoc. I neo-sovietici del maschilismo, atteggiandosi a profondi conoscitori della psiche umana in generale e della mia in particolare, urca!, hanno detto che avrei dentro un “veleno rabbioso”, che sarei interiormente “ferita” e che tutto questo veleno su tutte queste  ferite – haia che male! –  mi indurrebbe a “pensare sempre al sesso”. Davvero? Grazie di avermelo detto, perché sapete, da sola non me ne era mai accorta, succede che uno pensi ad una cosa senza saperlo, mi avete aperto gli occhi. A parte questo, chiunque tu sia, “ferite”, “pensi solo al sesso” e “veleno rabbioso” lo dici a tua sorella, la rabbia nel senso della malattia canina ce l’avrai tu, ignorantello\a che non sai neppure che cosa sia il Don Giovanni di Mozart. Se non conosci il Don Giovanni, che c… vivi a fare?

E scusate per questa divagazione sui commenti altrui, ma dovevo proprio togliermelo dalle scarpe il sassolino del “veleno rabbioso”. E d’altra parte, dagli albori di Rottami e Diamanti ad oggi di commenti violenti ne ho ricevuti tanti. In calce a certi post che toccano argomenti caldi si sono svolte delle risse furibonde fra cattolici e anti-cattolici. Il numero dei commenti superava troppo spesso le tre cifre. Io come padrona di casa non ce la facevo a leggere tutti i commenti, figuriamoci a rispondere. Poi i cattolici hanno disertato in massa il mio blog e sono rimasta da sola a fronteggiare decine di commenti violenti. Ad un certo punto, ho dovuto smettere. Rispondere per le rime alle obiezioni dei trolls anti-cattolici mi prendeva troppo tempo. Quindi ho deciso di mettere tutti i commenti in moderazione al fine di bloccare quelli de soliti trolls anti-cattolici che i hanno preso di mira. Se togliessi il filtro, sarei costretta a trasformare il blog in un posto di lavoro a tempo pieno. Ma me lo pagate voi, lo stipendio? Tanto  i trolls anti-cattolici ripetono sempre le stesse cose: Galileo, crociate, inquisizione e via discorrendo di menzogne. Adesso di commenti ne arrivano meno di un decimo di quelli che arrivavano un tempo. Un po’ naturalmente mi dispiace, ma in fondo è megio così. Meglio ricevere pochi commenti ma buoni.

Più che rispondere ai commenti, mi interessa scrivere dei post. Più ancora che scrivere post, mi interessa scrivere e basta. Non ho ancora detto che il blog è per me, soprattutto, una palestra personale di scrittura. Ho l’ambizione di diventare una umile artigiana delle parole. Guardo con ammirazione e invidia a quei giornalisti che, decenni addietro, quando non c’era ancora il pc, sapevano produrre in pochi minuti un “pezzo” battendo fuoriosamente le mani sulla macchina da scrivere. Perché in fondo non conta neppure quale sia il contenuto el “pezzo”. Conta la capacità di sapere usare le parole con chiarezza, di saperle unire in maniera coerente.  Se non mi fossi già dispersa in troppi interessi, studierei la linguistica. Infatti,  tutta la nostra vita è appesa alle parole e alla relazione delle parole fra loro. La nostra stessa sopravvivenza fisica dipende dalla capacità di comunicare dei messaggi agli altri. La mia stessa esistenza di blogger e la possibilità di entrare in relazione con qualcuno tramite il web dipende dalle parole. Io per voi sono solo un insieme di parole su uno schermo.

In conclusione, per me non conta il numero dei comnenti, non conta lo “share”, non conta il successo. Per me conta soprattutto diffondere delle idee. Io non faccio nulla  per “alzare lo share”. Se volessi alzare lo share, dovrei parlare in maniera facile di cose facili ossia di porcherie assortite, specialmente porcherie sessuali. L’esito fisiologico della mia ostinazione a pubblicare post lunghi e approfonditi è il progressivo abbassamento della share. Io infatti parlo solo alle persone che sono all’atezza di capire quello che dico, ossia una esigua minoranza. In cima alla piramide ci sono pochi posti, alla base invece è pieno di gente. La mia speranza, che purtroppo non si è ancora realizzata, è di entrare in contatto e interloquire con questa esigua minoranza. Infatti, sono le esigue minoranze che muovono la storia e fanno rifiorire le civiltà.