2012 in review

Il mio blog non fa dei numeri di cui vantarsi, ma la simulazione preparata dai “folletti” di WordPress era troppo carina, e così ho deciso di pubblicarla.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 8.100 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 14 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Annunci

Basta pagare il “pizzo” per trasmissioni pornografiche

 

FRECCERO CONTRO BORGONOVO

Se non l’avete vista, guardate la puntata, linkata qui in alto in azzurro, della puntata di In onda di sabato scorso.

Riassunto dell’antefatto: Borgonovo, giornalista di Libero, scrive un articolo di fuoco contro un telefilm ispano-zapatero ad alto tasso di volgarità (Fisica o chimica) che va in onda su Rai 4, poco dopo qualcuno molto in alto fa pressione su Freccero, direttore di Rai 4, per chiudere quella trasmissione e Freccero se la prende al telefono con Borgonovo coprendolo di insulti.

Riassunto del telefilm ispano-zapatero: “ggiovani” pre-adolesceni e adolescenti di oggi si drogano e fanno sesso in tutte le maniere possibili (noi reazionari che crediamo nell’esistenza di una legge naturale diremmo “secondo e contro natura”) fra di loro e con gli insegnanti trentenni.

Riassunto del pensiero di Telese, Freccero e di tutti i sinistresi fighetti filo-zapateri: è uno scandalo che un giornalista “di merda” di un giornale “di merda” che obbedisce ai “vescovi pedofili” si permetta di criticare e chiedere la chiusura  una trasmissione “pedagogica” che riflette il linguaggio e le problematiche dei “ggiovani” .

Riassunto del pensiero di Porro e di tutti quelli – fra cui me – che i sinistresi chiamano “berlusconiani servi del capitale ignoranti che non leggono neppure un libro”: in primo luogo Borgonovo non ha chiesto di rimuovere il telefilm da Rai 4 ma si è limitato a criticarlo, in secondo luogo uno sul suo giornale può scrivere quello che vuole e può criticare chi vuole proprio perché esiste la libertà d’espressione.

Nel corso della trasmissione ci si è scannati intorno a questo quesito: se Borgonovo non avesse scritto quell’articolo, qualcuno avrebbe chiesto e ottenuto di chiudere quella trasmissione? Dal mio punto di vista, chissene frega. Non mi interessa scoprire chi esattamente abbia chiesto e ottenuto di chiudere quella schifezza e se quel qualcuno sia stato infuenzato direttamente o indirettamente da questo o quel giornalista di questo o quel giornale. Il vero problema è un altro: è consentito ad una rete televisiva pagata dai contribuenti spacciare trasmissioni che insegnano ai tredicenni le gioie della droga e del sesso sporcaccione con gli adulti? Telese, gettando la maschere e mostrando che brutta pasta d’uomo è, ha esclamato con tono canzonatorio e sarcastico “che scandalo” quando Borgonovo faceva pacatamente notare che in quel telefilm i tredicenni fanno sesso con i trentenni. In quel momento, ho capito che il vero problema è un altro ancora: è giusto che lo stato-padrino ci costringa a pagare il “pizzo” per finanziare trasmissioni che ci fanno schifo? In altri termini: è giusto pagare il canone Rai? In teoria, una rete televisiva pubblica dovrebbe avere una funzione educativa nei confronti di maggiorenni e minorenni, specialmente minorenni. Ma purtroppo, in era di  relativismo trionfante è impossibile trovare un accordo circa il concetto di “funzione educativa”. Secondo Telese, Freccero e gli altri sinistresi fighetti è “educativo” un telefilm che insegna  le gioie dello sballo e dell’orgasmo selvaggio ai ragazzini, secondo noi servi di Berlusconi, del Capitale e dei “vescovi pedofili” invece questo telefilm è una porcheria. QUINDI LA SOLUZIONE E’ SEMPLICE: ABOLIAMO IL SERVIZIO PUBBLICO E LASCIAMO A CIASCUN CITTADINO LA LIBERTA’ DI FINANZIARE LA RETE TELEVISIVA CHE MEGLIO CORRISPONDE AI SUOI VALORI. TELESE E FRECCERO SARANNO LIBERI DI DARE I LORO SOLDI AD UNA RETE CHE INSEGNA AI LORO FIGLI A BUCARSI E A PERDERE LA VERGINITA’ A DODICI ANNI CON GLI ADULTI, NOI INVECE SAREMO LIBERI DI DARE I NOSTRI SOLDI A CHI INSEGNA BEN ALTRI VALORI AI NOSTRI FIGLI. E SAREMO  CONTENTI TUTTI .

Post dal 14 novembre 2009 al 17 gennaio 2010

domenica, 17 gennaio 2010

TERREMOTO

E’ successo di nuovo. Prima all’Aquila, adesso ad Haiti, il terremoto ha portato distruzione e morte. Perché? Ripubblico il post che avevo scritto subito dopo il terremoto dell’Aquila (http://reginadistracci.splinder.com/post/20290546/VENERDI%27+SANTO).In questi giorni, molti chiedono a Dio: “Se esisti, perché hai permesso il terremoto?” Ci sembra che Dio non risponda. In realtà, ci ha già risposto. Ci risponde tutti i giorni. La sua risposta non è una filosofia ma una persona. È una persona schernita, schiaffeggiata, frustata, incoronata di spine, attaccata alla croce, ferita al costato e infine morta per soffocamento. Quella persona è Dio stesso. Per risponderci, si è fatto uomo,. Egli non vuole il terremoto, non vuole il dolore, non vuole il male. Semplicemente, li permette. Li permette perché li ha già vinti morendo sulla croce. Morendo ha distrutto la morte. Egli è morto di una morte divina, profonda come l’eternità. Egli ha portato su di sé tutto il male e tutto il dolore del mondo, anche il dolore delle vittime di Haiti. Egli permette il terremoto, permette i nostri piccoli terremoti personali, per renderci migliori. Permette la morte perché con lui possiamo risorgere. Ci vorrà tutta la vita per capire queste cose.

P. S.
Potete mandare due euro alla Croce Rossa italiana mandando un sms al 48541.
Sosteniamo anche l’AVSI, che aiuta la popolazione locale da molti anni:
http://www.avsi.org/

venerdì, 01 gennaio 2010

Buon anno

 

giovedì, 19 novembre 2009

GIORNATA NAZIONALE DELLA COLLETTA ALIMENTARE

 Sabato 28 novembre si svolgerà in tutta Italia la giorntaa Nazionale della Colletta Alimentare organizzata dalla Fondazione Baco Alimentare Onlus e dalla Compagnia delle Opere – Opere Sociali. In oltre 7.600 supermercati più di 100.000 volontari inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati e alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola – che saranno distribuiti a circa 1,3 milioni di indigenti attraverso gli 8.000 enti convenzionati con la Rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza ecc.). In occasione della “Colletta Alimentare” del 2008 oltre 5 milioni di italiani hanno donato 8.970 tonnellate di cibo per un valore economico di oltre 27.000.000 di euro. L’obiettivo di questa edizione della Colletta è di sensibilizzare ancora di più le persone a questo gesto di carità e alla condivisione dei bisogni di chi è in difficoltà.

“La confusione e lo smarrimento, in questo tempo di crisi, sembrano diventati lo stato d’animo più diffuso tra la gente.
Imbattersi, però, in volti lieti e grati, per la sorpresa di essere voluti bene, scatena un desiderio e un interesse che trascinano fuori dal cinismo e dalla disperazione.
Per questo anche quest’anno proponiamo di partecipare alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, perché anche un solo gesto di carità cristiana, come condividere la spesa con i più poveri, introduce nella società un soggetto nuovo, capace di vera solidarietà e condivisione del destino dei nostri fratelli uomini”.

 

http://www.bancoalimentare.org/colletta/


sabato, 14 novembre 2009

UNA PRESENZA IRRIDUCIBILE

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani – l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera – si sono scandalizzati della decisione.

«E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora.

Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo.

Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale.

Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta.

I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima!

Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere – ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti – abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale.

Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita.

La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi? O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?».

Comunione e Liberazione

Scarica il volantino di CL in PDF

Post dal 6 aprile al 16 maggio 2009

martedì, 05 maggio 2009

Ecco che cosa mi terrorizza, 2

  Guardate bene questo filmato e poi leggete:

http://www.youtube.com/watch?v=DKAM2iNO0_E

Nei decenni scorsi, la Svezia ha generosamente (e stupidamente) accolto centinaia di migliaia di immigrati mediorientali. Questi mediorientali hanno fatto dei figli. Questi figli sono ufficialmente cittadini svedesi. Ma loro non si sentono svedesi. Non si definiscono svedesi. Si definiscono palestinesi, egiziani ecc. Il settanta per cento (percentuale esatta) di questi falsi svedesi non ha lavoro. I falsi svedesi ti dicono che il lavoro non lo trovano. In realtà non lo cercano neppure. Infatti non amano lavorare. Preferiscono incassare i generosi sussidi di disoccupazione elargiti (stupidamente) dallo Stato svedese . In parole povere, questi falsi svedesi sono mantenuti dai contribuenti svedesi autoctoni.  Diciamola meglio: sono parassiti.
Parassiti ingrati. Invece di ringraziare lo nazione che li fa campare di rendita, la aggrediscono. Da diversi anni, la cittadina di Malmo è devastata da una serie di rivolte simili a quelle scoppiate nelle banlieues francesi nel 2005. Le rivolte delle banlieues sono arrivate sui telegiornali. Invece le rivolte di Malmo sono state deliberatamente oscurate da tutti i media europei. Infatti i governi europei vogliono tenere gli europei all’oscuro dei fatti. Non vogliono che gli europei aprano gli occhi.  Non vogliono che gli europei si ribellino agli invasori. I governi vogliono che gli europei si sentano colpevoli di colpe immaginarie. Vogliono che gli europei si sentano colpevoli di tutto il male del mondo.  Vogliono che gli europei guardino agli invasori come a vittime dell’Occidente. Vittime da risarcire e coccolare. Tutti i politici e i giornalisti di sinistra dicono di avere a cuore la sicurezza dei cittadini italiani. Ma analizzate bene i loro discorsi. Scavate ben nei loro discorsi. Al di sotto della superficie, alla radice dei loro discorsi, trovate sempre questi due concetti fantasma. Primo: gli immigrati del del terzo mondo invadono l’Occidente a causa della povertà, la povertà del terzo mondo è causata dall’Occidente, quindi (conclusione del sillogismo) gli immigrati  hanno il diritto di invadere l’Occidente. Secondo: gli immigrati derubano e violentano gli occidentali perché gli occidentali trattano gli immigrati con odio razzista, quindi gli occidentali si meritano di venire deubati e violentati dagli immigrati. Ovviamente questi concetti fantasma si basano su delle bugie vergognose. Non è vero che l’Occidente deruba il terzo mondo, non è vero che gli occidentali sono razzisti. La verità è che l’Occidente produce in proprio (senza rubarlo a nessuno) l’80% delle ricchezze mondiali. La verità è che gli occidentali sono oppressi dalla violenza di molti immigrati (più della metà dei detenuti nelle carceri italiane sono immigrati). La verità è che gli immigrati musulmani non vogliono integrarsi. Vogliono dominare l’Europa.
Dicono che tutte le televisioni siano in mano alla destra berlusconiana. Non è vero. Tutte le televisioni, compresa Mediaset, sono in mano alla sinistra anti-occidentale. Prendete Studio aperto su Italia uno. Oggi, per miracolo, si parla dell’ennesima, violenta guerriglia scoppiata a Malmo. Al di là dello schermo, centinaia di parassiti dei sussidi di disoccupazione (dei bei ragazzotti ben nutriti e ben vestiti) incendiano le macchine, aggrediscono i poliziotti e tirano pietre perfino ai poveri medici accorsi per curare i feriti. Ecco il commento della giornalista buonista di Studio Aperto: “Questi ragazzi si comportano così perché sono disperati, non vedono un futuro davanti a loro, il sogno dell’integrazione è svanito…”. Alla giornalista buonista non viene in mente che il sogno dell’integrazione è svanito per colpa loro, per colpa di questi parassiti che, invece di lavorare e impegnarsi, vanno in giro a distruggere tutto quello che incontrano. Secondo la gionalista buonista il sogno dell’integrazione è svanito per colpa degli svedesi e degli europei in generale.
Ormai è chiaro che i nostri nemici principali non sono gli immigrati violenti. Sono i giornalisti e i politici che proteggono gli immigrati violenti.
P.S. Rivolte come quella di Malmo scoppiano regolarmente in altri centri della Svezia, della Norvegia, della Damimarca e dell’Inghilterra.
Non si può andare avanti così.

lunedì, 04 maggio 2009

Ecco che cosa mi terrorizza

Muslim Demographics
http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU&eurl=http%3A%2F%2Foper.ru%2Fnews%2F&feature=player_embedded

Nel corso dei dibattiti televisivi tutti i politici di sinistra, ma anche alcuni di destra, ripetono con una insistenza sospetta questo concetto-chiave:  “l’Italia ha bisogno di un numero crescente di immigrati perché gli italiani non fanno figli”. Quello che mi colpisce, mi indigna e infine mi terrorizza, è che nessuno ma proprio nessuno dice la cosa giusta: “Bisogna aiutare gi italiani a fare più figli”. Ho l’impressione che i politici facciano di tutto per accelerare l’estinzione dell’identità italiana, europea e infine occidentale.

 Io credo che l’immigrazione possa rendere più ricca, più bella e più interessante la società italiana ed europea. Ma  la società europea può assorbire solo un numero relativamente limitato di immigrati. Non ne può assorbire a  decine di milioni. Se i flussi migratori non verranno limitati, le nostre città diventeranno un mosaico di ghetti, ognuno in mano ad una diversa etnia. E tutte le etnie saranno in guerra fra loro. E tutte le etnie faranno guerra alle donne (tutte le culture non occidentali  considerano la donna un essere inferiore da sfruttare, picchiare e violentare). E nella guerra  di tutti contro tutti, i vecchietti  europei non avranno scampo. I vecchietti europei saranno circondati da orde di giovani baby-gangsters sudamericani, mafiosi cinesi e fondamentalisti islamici. I primi e i secondi saranno fatti fuori dai terzi, che saranno i padroni dell’Europa. Forse solo l’America si salverà.
Oggi chi osa chiedere delle leggi contro l’immigrazione clandestina viene marchiato come un “razzista”. I media (tutti in mano alla sinistra post-comunista) santificano gli immigrati clandestini e insultano gli italiani che chiedono più sicurezza. E nessuno, proprio nessuno, sulla Rai o su Mediaset dice la cosa giusta: “fate più figli”. Piero Angela ci ha provato, ma è stato silenziato. Non è possibile andare avanti così.
lunedì, 20 aprile 2009

SWEDED MOVIES

     Questo è un blog molto serio. Ma oggi non parlerò di crisi dell’Occidente e di altre cose molto serie. Ogni tanto c’è bisogno di prendersi una vacanza dalla serietà e di vagare per un’ora nel regno della fantasia e del gioco. Ogni tanto c’è bisogno di farsi due risate, meglio se in compagnia. D’altra parte, c’è della serietà nelle risate, nei giochi e nella fantasia. La cultura moderna svaluta la fantasia, la relega nella stanza dei giochi dei bambini. Che errore. La fantasia è la vicina di casa della poesia. Dunque oggi non parlerò della crisi dell’Occidente. Parlerò di uno strano fenomeno di costume che in Italia, stranamente, è passato quasi del tutto inosservato. Poco più di un mese fa, ho digitato la parola “Blade Runner” su You-tube. Come al solito, sono uscite decine di pagine zeppe di sequenze (edite e inedite) tratte da Blade Runner nonché di spot pubblicitari, video musicali e perfino sfilate di moda ispirate a Blade Runner. Verso le ultime pagine, trovo uno strano filmino amatoriale. In esso, alcuni ragazzi si divertono come matti a recitare le scene principali di Blade Runner fra gli interni di una villetta e gli esterni di un anonimo sobborgo americano o inglese. Perché rifare Blade Runner in maniera così approssimativa, senza uno straccio di scenografia e con la classica, pessima illuminazione da filmino amatoriale? Quel filmino mi sembrava del tutto insensato. Talmente insensato che doveva per forza avere un senso. Dopo una settimana, riesco ritrovarlo fra i meandri di You-tube. Accanto ad esso, sulla colonna dei video collegati, sono segnalati decine di paradossali rifacimenti casalinghi di film famosi. Si chiamano “sweded movies”. Che c’entra la Svezia? La risposta a questa domanda si trova nel film di Michel Gondry Be Kind Rewind, che ho prontamente recuperato da Blockbusters. In seguito ad un incidente, tutte le videocassette di un videonoleggio si smagnetizzano irrimediabilmente. Nel disperato tentativo di tenere il proprietario all’oscuro dell’accaduto, il commesso del videonoleggio, un suo amico elettrauto, e una lavandaia filmano in fretta e furia, con mezzi di fortuna, decine di rifacimenti “maroccati” (in inglese “sweded”, ossia “alla svedese”) di film famosi, da Ghostbusters a Robocop.Uscito al principio del 2008, il film di Gondry ha lanciato in tutto il mondo la moda degli sweded movies. Dopo avere visto il film, centinaia di videoamatori sparsi per il mondo hanno deciso di filmare dei brevi remake dei loro film preferiti. Li trovate tutti su You-tube e su un paio di siti specializzati .

Gli sweded movies sono “fatti in casa” come le torte. Sono fragranti e genuini come le torte fatte in casa. Al loro confronto, gran parte dei blockbusters hollywoodiani sono i noiosi dolciumi industriali dei distributori automatici. I film d’autore invece sono creazioni d’alta pasticceria. Ma non si può mangiare tutti i giorni la Sacher torten.

Perché gli sweded movies hanno tanto successo? Intendiamoci, non sono niente di speciale. A dire il vero, sono tutti parecchio grossolani e infantili. Ma appunto, gli sweded piacciono proprio perché sono grossolani. Se fossero fatto meglio di come sono fatti, non si potrebbe ridere. Quando vedi della gente che recita in maniera approssimativa fra il tinello e la cucina, sotto una luce immancabilmente orrenda, o storci la bocca o ti metti a ridere. Quando vedi una astronave di carta stagnola che vola, sorretta da una mano, sullo sfondo di un lenzuolo nero punteggiato di lucine di Natale, ridi di gusto. Quando vedi un assortimento di pupazzi e orsetti di peluche, prelevati al bambino di casa, che “recitano” nella parte dei mostri spaziali alla corte di Jabba the hutt, ridi a crepapelle. Ti diverti un mondo quando vedi una falsa Uma Thurman in tuta gialla versione Kill Bill che combatte nel cortiletto di casa, fra i panni stesi, contro una falsa giapponese avvolta da un accappatoio che dovrebbe sembrare un kimono. Inoltre, ti puoi divertire a curiosare all’interno di case lontane di gente sconosciuta. E ti accorgi che le case, in fondo, sono tutte uguali.

Ma negli sweded movies non c’è soltanto la comicità involontaria. C’è anche del surrealismo involontario. In Be kind rewind, i tre amici girano i film “maroccati” (noi diremmo “taroccati”) in una officina-sfasciacarrozze, fra cumuli di attrezzi anti-graziosi, macchine sventrate e rottami arrugginiti. Con i rottami, il cartone e i pennarelli riescono a costruire un universo fantastico. Il costume del robocop-sweded è fatto di rottami assemblati. I modellini dei grattacieli di New York, usati per le riprese “aeree”, non sono altro che scatole di cartone rifinite maldestramente col pennarello. Insomma, lo sweded movie di Gondry è soprattutto un surreale teatrino degli oggetti: oggetti comuni, oggetti rotti, oggetti da buttare via, rottami e kipple. In questo teatrino, gli effetti speciali si fanno col cartone e i pennarelli.

Gli autori di sweded movies hanno imparato la lezione di Gondry. Nei loro set improvvisati, cercano di usare solo ed esclusivamente materiali poveri e “oggetti trovati” in casa o in cantina o in soffitta (e così rinasce la poetica surrealista e dadaista dello “object trouvé”). Lo spettatore raffinato si diverte a vedere degli oggetti comuni che diventano degli oggetti fantastici, degli ambienti comuni che diventano degli ambienti fantastici. Metamorfosi surreale! Il retro di un fast-food, con i suoi immancabili scatoloni ammonticchiati, i tubi dell’acqua, i contatori elettrici, la caldaia e i terminali, diventa ad esempio l’interno dell’astronave di Alien. Una scatola di cartone con dentro divani e i mobilini di carta si trasforma per magia in una sala dell’Overlook hotel di Shining nel momento in cui viene inondata di salsa di pomodoro. E come ho già detto, le lucine di Natale su un telo nero diventano immediatamente stelle.

Se vogliamo, il fenomeno degli sweded movies è espressione di una sorta rivolta “popolare” contro l’iperrealismo hollyoodiano. La fabbrica multimiliardaria degli effetti speciali ha un unico scopo: fare sembrare reale ciò che non lo è. In una parola, ingannare. Invece nei migliori sweded non ci si sforza di dare delle apparenze reali ciò che non esiste, ma si evoca metaforicamente (e magicamente) il fantastico mediante oggetti reali. Il procedimento della vera arte e della vera poesia questo: evocare il fantastico mediante il reale, evocare il significato attraverso il significante, evocare lo spirituale attraverso il materiale. Mi scuso per questa allusione a questioni di estetica troppo complesse per parlarne in questa sede.

Dunque, il retro di un fast-food o il sotterraneo di una scuola può somigliare all’interno di una astronave. Sapete che vi dico? Molti scorci di questa città somigliano agli scorci di una metropoli fantastica del futuro. Di grattacieli e insegne luminose in caratteri cinesi, se ne trovano in abbondanza. Quasi quasi ci giro un remake di dieci minuti di Blade Runner

E adesso, se vi va, potete godervi una raccolta con alcuni dei miei sweded preferiti:

Kill Bill sweded

http://www.youtube.com/watch?v=UjNovjuxs4Y

Die hard sweded

http://www.youtube.com/watch?v=pT6XYtlIGj0&feature=related

Alien sweded

http://www.youtube.com/watch?v=eHkXMHyfpFg&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=X5xY0w_uCX8

http://www.youtube.com/watch?v=70UcjEJgnEE

http://www.youtube.com/watch?v=JXMKB9pTBgg&feature=related

Aliens scontro finale sweded

http://www.youtube.com/watch?v=b5So9m0tX3o&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=V1bFPD2aQIQ&feature=related

The dark knight sweded

http://www.youtube.com/watch?v=p1fPcD5hgBc&feature=PlayList&p=D834AE03E5921E0A&playnext=1&playnext_from=PL&index=6

http://www.youtube.com/watch?v=3FeDpy3IUHA&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=M9nTUltGXtQ&NR=1

http://www.youtube.com/watch?v=8sYBqhOEdRQ&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=TjBOTT0tr84&feature=related

Star Wars sweded

http://www.youtube.com/watch?v=SHbS7mCo6Xs

http://www.youtube.com/watch?v=thI0x8PenlQ&feature=related

Empire stikes back sweded

http://www.youtube.com/watch?v=sfF_vmRIeD4&feature=related

The return of the jedy sweded

http://www.youtube.com/watch?v=uQITO2uOfrY&feature=related

Blade runner sweded

http://www.youtube.com/watch?v=9xfMGPGeRsc

domenica, 12 aprile 2009

LE COSE E IL LORO SIGNIFICATO

Cosa è la più generica e banale di tutte le parole. Si chiama cosa qualunque cosa che esiste. L’universo è un insieme di cose. Le galassie, le stelle e i pianeti sono cose. Il pianeta terra è un insieme di cose. Noi siamo circondati da cose, innanzitutto case. Le nostre case sono cose piene di cose: vestiti, stoviglie, mobili, libri, bambole, lavatrici, computers,  kipple. Anche le strade, i palazzi, le automobili, le merci, gli alberi, i fiori che stanno fuori dalle case sono cose. Le stagioni e i cieli sono cose. I nostri ricordi sono armadi ingombri di cieli e stagioni e cose. Tutte le cose che stanno sotto i cieli e dentro le stagioni. Anche i ricordi, in fondo, sono cose. Anche le vacanze di Pasqua sono cose.L’universo è una trama di corrispondenze fra le cose grandissime e le cose piccolissime. Gli atomi somigliano a stelle circondate dai pianeti. Dentro un solo globulo del nostro sangue c’è una galassia sconosciuta.

In un piccolo frammento di vetro si riflette la sagoma accecante della stella che brilla nel cielo. Tutte le cose sono frammenti finiti di materia che riflettono la luce dell’infinito. L’infinito è bellezza. La bellezza splende in una parte più e meno altrove. Alcune cose sono più belle, altre sono meno belle. Altre ancora ci appaiono totalmente prive di bellezza. Ma anche queste ultime in realtà hanno dentro almeno una particella di bellezza. Dunque ogni cosa che esiste merita il nostro interesse. Merita un po’ del nostro amore.

Ma non dobbiamo amarla troppo. Infatti finirà. Le cose finiranno tutte, il loro significato invece resterà in eterno. Le cose sono finite, il loro significato è infinito. Le cose belle finiscono, la bellezza invece resta in eterno. Quando le cose finiscono, il riflesso di bellezza che brilla su di esse, come scintilla, si riunisce al fuoco della bellezza infinita.

Per amare veramente le cose, noi dobbiamo amare il loro significato più di esse. Per amare veramente le cose belle, noi dobbiamo amare la loro bellezza più di esse. Per amare veramente ciò che è finito, dobbiamo amare di più l’infinito. Se amiamo le cose più del loro significato, non amiamo veramente le cose. Le possediamo e basta. Si possono possedere anche le persone. E il possesso della lussuria lo chiamiamo ingannevolmente amore. Noi spesso non amiamo le cose e le persone ma le possediamo e basta. Tutto ciò che possediamo lo perderemo. Lo stiamo perdendo nell’atto stesso di possederlo.

Possedere vuol dire essere attaccati all’involucro materiale delle cose anziché al loro significato. Vuol dire essere attaccati alle cose come le cozze al loro scoglio. Le cozze si accontentano del loro scoglio, ignorando i segreti nascosti nelle profondità del mare. Noi spesso ci accontentiamo delle cose che possediamo, trascurando il mistero degli imprevisti. Il mistero dell’infinito si nasconde negli imprevisti, ci parla attraverso i fatti della vita. Un fatto è, ad esempio, qualcuno che ci parla di Cristo. E noi spesso chiudiamo la porta ai fatti, accontentandoci di ciò che possiamo prevedere e pianificare.

 La felicità è scomoda. Ogni giorno rischiamo preferire la vita comoda alla felicità. Rischiamo di rinunciare alla felicità solo per evitare la fatica di conquistarla. La felicità costa fatica, costa sacrificio. Sacrificio vuol dire rinuncia ad un bene minore in cambio di un bene maggiore, rinuncia alla vita comoda in cambio della vita vera.

Il sacrificio è la legge della vita. Per laurearmi, devo faticare sui libri. Per amare veramente qualcuno, devo rinunciare alla soddisfazione immediata dell’istinto. Per avere figli e crescerli, devo rinunciare ad avere tutte le serate libere. Per conquistare l’infinito, devo rinunciare ad un po’ di finito. Per avere il significato di tutte le cose, dobbiamo rinunciare ad alcune cose. Certo, la rinuncia è sempre faticosa. Ma sul piano “commerciale” la rinuncia è una transazione molto vantaggiosa: dare qualcosa in cambio di tutto. La sfida della vita è questa: accettare la croce come prezzo del paradiso. Per seguire Cristo dobbiamo portare la nostra croce sulle spalle. Ma seguire Cristo è il centuplo. Il sacrificio l’inizio della resurrezione.

C’è chi dice che l’Eden perduto sia un simbolo letterario del grembo materno da cui siamo stati scacciati. È vero il contrario: il grembo materno di cui serbiamo memoria nel subcoscio è una immagine sbiadita dell’Eden perduto. C’è chi dice che Dio sia un’idea che simbolizza la figura materna e la figura parterna. È vero il contrario: la figura materna e la figura paterna sono immagini concrete di Dio. Egli ci fa nascere da un padre e da una madre per farci capire che è Lui. Il suo amore passa attraverso l’amore concreto dei padri e delle madri. C’è chi dice che l’esperienza mistica sia solo una trasfigurazione spirituale della passione amorosa. È vero il contrario: la passione amorosa è una immagine concreta della mistica. Dio ci fa vivere l’esperienza dell’innamoramento per farci capire chi è Lui. Un amante geloso. Negli occhi della persona amata intravediamo Lui, anche se non ce ne accorgiamo. Ardere d’amore per un uomo o una donna è ardere d’amore per l’infinito.

Ma la mistica non è solo l’esperienza straordinaria di pochi santi. Mistica non è misticismo. Mistica vuol dire amore al significato delle cose. Il significato si è fatto uomo. Il Verbo si è fatto carne ed abita in mezzo a noi. Noi amiamo Dio amando l’uomo, la donna, i figli, gli amici, gli sconosciuti. Per amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo amare l’uomo, la donna, i figli, gli amici, gli sconosciuti come noi stessi.

venerdì, 10 aprile 2009

VENERDI’ SANTO

In questi giorni, molti chiedono a Dio: “Se esisti, perché hai permesso il terremoto?” Ci sembra che Dio non risponda. In realtà, ci ha già risposto. Ci risponde tutti i giorni. La sua risposta non è una filosofia ma una persona. È una persona schernita, schiaffeggiata, frustata, incoronata di spine, attaccata alla croce, ferita al costato e infine morta per soffocamento. Quella persona è Dio stesso. Per risponderci, si è fatto uomo,. Egli non vuole il terremoto, non vuole il dolore, non vuole il male. Semplicemente, li permette. Li permette perché li ha già vinti morendo sulla croce. Morendo ha distrutto la morte. Egli è morto di una morte divina, profonda come l’eternità. Egli ha portato su di sé tutto il male e tutto il dolore del mondo, anche il dolore delle vittime dell’Aquila. Egli permette il terremoto, permette i nostri piccoli terremoti personali, per renderci migliori. Permette la morte perché con lui possiamo risorgere. Ci vorrà tutta la vita per capire queste cose.
lunedì, 06 aprile 2009

PREGHIAMO

Preghiamo per le vittime del terremoto e per la nostra conversione. All’inizio della settimana santa, questa tragedia interroga ciascuno di noi. Siamo costretti a chiederci chi salva i sopravvissuti, che hanno perso tutto, e anche quelli che non sono sopravvissuti. Chi salva noi. Siamo costretti a chiederci se se la morte ha sempre l’ultima parola o se Cristo ha veramente sconfitto la morte. Siamo costretti a chiederci se quel Cristo che morendo ha distrutto la morte c’entra con la nostra vita.

Post dal 1 marzo al 5 aprile 2009

domenica, 05 aprile 2009

PORNOMACELLERIA II

Nel post precedente ho parlato di Hostel, un horror ordinario (o addirittura mediocre) che tuttavia, a mio parere, ha un soggetto straordinario. Con un soggetto così, un Kubrick avrebbe potuto fare un capolavoro. Ho altro da dire su quel film. Oltre ad alludere all’inferno, l’ ostello-fabbrica di Hostel allude ai lager nazisti e ai gulag comunisti. In effetti, sia i lager che i gulag erano stati concepiti come vere e proprie “fabbriche”. Le sevizie che i secondini nazisti infliggevano ai prigionieri ebrei nella vita reale non erano molto dissimili dalle sevizie che i clienti infliggono ai turisti nella finzione cinematografica di Hostel. Purtroppo, gli autori di Hostel non approfondiscono minimamente questa allusione, contenuta nel soggetto, agli orrori del secolo scorso. Tuttavia, fra gli aguzzini nazi-comunisti e gli aguzzini post-moderni di Hostel c’è una differenza abissale.

I comunisti duri e puri concepivano la violenza come un mezzo e l’utopia come un fine. L’utopia è l’idea, il progetto, il sogno della società perfetta ossia del paradiso in terra. Dunque la violenza rivoluzionaria, per i comunisti, era giustificata da un sublime fine utopico. Nella società utopica, quando si fosse realizzata, sarebbe scomparsa definitivamente ogni forma di violenza dell’uomo sull’uomo. Quindi, si può dire che il fine ultimo della violenza comunista fosse l’estinzione definitiva della violenza medesima. Anche la violenza nazista aveva un fine a suo modo utopico: la sottomissione del mondo intero alla razza ariana. Certo, a noi questo fine sembra più che altro aberrante. Ma quello che importa è che ai nazisti sembrava sublime. I giacobini tentarono, ben prima dei nazisti e dei comunisti, di costruire il paradiso in terra per mezzo della violenza. Più che il paradiso, i giacobini e i comunisti (per non parlare dei nazisti) sono riusciti a costruire l’inferno in terra. In effetti, il paradiso può stare solo in cielo. Essendo tutti “imperfetti”, gli uomini non potranno mai realizzare una società perfetta. Viceversa, nessuna società perfetta potrebbe mai rendere gli uomini perfetti, ossia liberarli dal peccato originale.

Alla violenza ideologica degli aguzzini nazi-comunisti, succede la violenza post-ideologica degli aguzzini post-moderni di Hostel. Sia i comunisti che i nazisti torturavano e uccidevano per delle (aberranti) ragioni ideologiche. Invece gli aguzzini di Hostel non hanno nessuna ragione, neppure aberrante. In fondo, questi aguzzini non odiano le loro vittime, ne ignorano perfino l’identità. Essi torturano ed uccidono solo per il piacere di torturare e uccidere. Nell’ostello-inferno la violenza si svuota di ogni ideologia e diventa un puro esercizio edonistico, un macabro fitness (non a caso il biglietto da visita dell’organizzazione, con annesso listino dei prezzi delle torture, somiglia al biglietto da visita di un qualunque centro benessere). Questa violenza vuota ed edonistica diventa una perfetta espressione del nichilismo post-moderno.

Il business della tortura e della morte non esiste solo nella finzione cinematografica di Hostel. Falliti tutti gli esperimenti utopici della modernità (basati sull’ingegneria sociale), il profitto diventa l’unico valore nel mondo post-moderno. Se rimane sottomesso ai valori morali, il profitto è una cosa buona (l’ho detto più volte che il capitalismo è implicitamente cristiano). Ma oggi non è più il profitto ad essere sottomesso alla morale, bensì la morale ad essere sottomessa al profitto. Il mercato non riconosce più una legge naturale al di sopra della legge della domanda e dell’offerta. Ebbene, oggi cresce l’offerta di pornografia violenta, legale e illegale. Se i filmati legali mostrano delle violenze simulate, recitate dagli “attori”, invece i filmati illegali mostrano delle violenze reali. Ogni anno, migliaia di donne e bambini vengono violentati, torturati e uccisi sotto le telecamere da criminali senza scrupoli. I filmati prodotti da questi criminali si chiamano snuff movies. Secondo l’Fbi, il mercato degli snuff movies è in continua espansione in tutto il mondo. Ora, in economia la domanda crea l’offerta. L’offerta di snuff movies è generata da una crescente domanda. Perché questa domanda sta crescendo a ritmi vertiginosi?

(Continua)

giovedì, 02 aprile 2009

PORNOMACELLERIA I

L’altra notte le immagini di un film misterioso in onda su Italia uno catturano la mia attenzione. Decido di vedere quel film per un minuto. Al di là dello schermo, una ragazza ambigua conduce un ragazzo in un grosso stabilimento in disuso, isolato nella campagna slovacca. Scaduto il minuto, decido di vederlo per un altro minuto, poi per un altro minuto ancora. I minuti si accumulano. Alla fine, decido che vale la pena vedere fino in fondo quel film, la cui struttura visiva mi sembra interessante. Sono disposta a perdonare molte cose ad un film, se la sua struttura visiva mi soddisfa. E in effetti, Hostel ha molte cose da farsi perdonare. Tanto per cominciare, è un’orgia impudica di sangue. Più che al genere horror, appartiene ad un nuovo genere che si potrebbe definire alta macelleria. In secondo luogo, la sceneggiatura di Hostel è superficiale (non mi stupisco che sia stato massacrato dalla critica e dagli amanti del genere). Tuttavia la location e il soggetto di Hostel sono molto interessanti e avrebbero potuto essere meglio sfruttati. La vicenda del film si svolge principalmente all’interno è un un tetro edificio industriale molto degradato, relitto della vecchia industria socialista. Questo edificio mi è apparso immediatamente come un simbolo dell’agonia della modernità e delle sue utopie violente. E veniamo al soggetto. Se avete intenzione di vedere questo film senza saperne nulla, smettete di leggere il post. ALLARME SPOILERS! Se invece detestate l’horror macellaio e quindi Hostel non lo vedrete mai, leggete tranquillamente. Non mi sogno neanche di descrivere le scene di alta macelleria (che in effetti non ho nemmeno ben visto, avendo quasi sempre le mani davanti agli occhi). L’edificio industriale di cui ho parlato è l’ostello del titolo. In realtà non è un vero ostello. In esso si può entrare in due maniere: pagando o non pagando. Quelli che entrano senza pagare vengono torturati e uccisi da quelli che entrano a pagamento. Per soddisfare i loro istinti omicidi, questi ultimi sono disposti a pagare cifre esorbitanti all’organizzazione che gestisce l’ostello con la complicità delle autorità e di buona parte della popolazione locale.

Come si vede, il soggetto del film è totalmente privo di ogni elemento pseudo-soprannaturale tipico dei vecchi horror degli anni Settanta e Ottanta (lupi mannari, streghe, fantasmi eccetera). Meglio così. Quando lo pseudo-soprannaturale si estingue, il soprannaturale autentico emerge. Quando non vediamo più i mostri finti, cominciamo ad intuire la presenza di un mostro vero che è sempre nei paraggi. Noi non lo vediamo, lui ci vede. Ci vede dentro. Cerca costantemente di attizzare il piccolo fuoco del male che arde dentro noi stessi. Sto parlando del diavolo. Che gli autori di Hostel ne siano coscienti o no, la violenza sadica del loro film ha molto a che fare col diavolo.

Premessa: c’è modo e modo di rappresentare la violenza. C’è un modo morale e un modo immorale. Solo i grandi scrittori, i grandi tragediografi e i grandi registi sanno rappresentare la violenza in modo morale, ossia con un distacco razionale e un giudizio morale. Invece quasi tutti gli autori horror rappresentano la violenza con un compiacimento implicitamente immorale. La rappresentazione morale della violenza è generalmente meno ricca di particolari cruenti rispetto alla rappresentazione immorale (si tratta ovviamente di una distinzione di massima, bisogna valutare caso per caso). La rappresentazione morale della violenza sucita nello spettatore un sentimento di orrore e lo induce a formulare un giudizio morale di condanna della violenza. In questo senso, tale rappresentazione è propriamente “catartica”. Al contrario, la rappresentazione immorale della violenza suscita nello spettatore un sentimento di piacere. Il piacere del male. Ebbene la violenza splatter di Hostel è sostanzialmente immorale ma può comunque avere una funzione morale. Guardando il film, lo spettore si può immedesimare tanto con con le vittime (e questo è morale) quanto con i carnefici. Immedesimandosi con i carnefici, provando lo stesso piacere sadico che essi provano mentre macellano delle vittime supplicanti, in una parola godendo della violenza che i carnefici compiono al di là dello schermo (e non importa che questo violenza sia solo una finzione cinematografica a base di effetti speciali), egli predispone se stesso a commettere la violenza nella vita reale. Non sto dicendo che egli diventerà necessariamente un torturatore, ma che potrebbe non dispiacergli del tutto l’idea di potere torturare qualcuno. E se non gli dispiace del tutto questa idea, ha buone probabilità di realizzarla nel momento in cui gli si presenta l’occasione giusta. Sant’Agostino era convinto che gli spettacoli violenti e licenziosi inducessero gli spettatori al peccato.

Tuttavia lo spettatore può anche immedesimarsi con i carnefici di Hostel senza compiacersi sadicamente del male che essi compiono. Se riesce a mantenere un sufficiente distacco critico dentro l’immedesimazione (involontaria) con i carnefici, egli può avvertire dentro se stesso la presenza di una inclinazione al male senza tuttavia assecondarla. Allo stesso modo, un uomo può provare le tentazioni della carne senza tuttavia cedere ad esse. Se riesce a mantenere un sufficiente distacco critico nel momento i cui si immedesima con i malvagi immaginari del cinema e della letteratura (ma anche con i malvagi reali della storia e della cronaca), l’uomo può accorgersi (nel caso non se ne sia mai accorto) di essere potenzialmente malvagio come i peggiori malvagi della terra. Può capire che la radice del male è nel suo cuore (come nel cuore di ogni uomo) e non nella società. Insomma, può finalmente liberare la sua mente dalle tenebre dell’oscurantismo illuminista, secondo cui “L’uomo è buono ed è reso cattivo soltanto dalle istituzioni” (celebre massima di Jean-Jacques Rousseau), e iniziare a credere nel dogma del peccato originale.

Ma torniamo al film. Il tetro ostello-fabbrica appare anche come una metafora dell’inferno. Al suo interno, i turisti-dannati vengono tormentati da carnefici-diavoli. In Hostel c’è ancora qualche residuo del (tutto sommato non deprecabile) moralismo puritano americano. I tre personaggi principali (due amici americani e un islandese) viaggiano attraverso l’Europa alla ricerca di “sballo” e di facili avventure sessuali. Fingendosi diponibili al sesso occasionale, alcune ragazze-sirene legate all’organizzazione attirano i tre verso l’ostello-scoglio. Insomma, in fondo alla strada del vizio trovano l’inferno. Le torture che i tre subiscono all’interno dell’ostello sembrano quasi delle “pene di contrappasso” dei loro vizi capitali. Ma a sorpresa, uno dei tre ragazzi riesce a fuggire dall’inferno. Egli diventa meritevole della fuga compiendo un atto di generoso eroismo. Dopo essere sfuggito dalle grinfie del suo aguzzino ed essersi camuffato da cliente dell’organizzazione, decide di rimandare la fuga, proprio nel momento in cui è a portata di mano, per salvare una sconosciuta ragazza giapponese, che poi lo affiancherà nella fuga. E pazienza se, alla fine del film, il ragazzo punirà il suo aguzzino, quando lo incontrerà per caso in una affollata stazione ferroviaria, con una crudeltà eccessiva. Certo, quando la vittima e il carnefice si scambiano i ruoli, lo spettatore prova una inconfessabile soddisfazione. Ma allo stesso tempo non può non chiedersi dove finisce la legittima difesa e dove inizia la violenza gratuita, dove finisce la punizione e dove inizia la vendetta.

lunedì, 16 marzo 2009

Perché le teste di c… come Hervé Kempf distruggono il pianeta

 Questo non è un post ma uno sfogo di rabbia. Da tempo fantastico di organizzare un V day in stile Beppe Grillo in piazza Duomo a Milano. Nel mio immaginario V day, noi occidentali fieri di esserlo manderemo affan… tutti i responsabili del crollo dell’Occidente, ormai terra di conquista della barbarie. Solo l’Occidente è civiltà; al di fuori dell’Occidente esiste solo la barbarie. La lista delle teste di c.. da mandare affan.. comprende tutti i principali nomi della sinistra post-comunista internazionale. In cima alla lista, accanto a Paul Herlich (autore del libello satanico “La bomba demografica”, di cui riparlerò) sta Hervé Kempf, che ha appena declamato le sue scemenze dal pulpito di Otto e mezzo. Nel libro Perchè i ricchi distruggono il pianeta (Garzanti 2008), Kempf fa una sintesi di tutti gli argomenti dell’anti-occidentalismo satanico: 1) il capitalismo è il male; 2) l’Occidente ruba risorse al Terzo mondo e inquina il pianeta; 3) gli occidentali sono razzisti; 4) la crisi economica globale è effetto del capitalismo occidentale; 5) l’islamismo terrorista è una “sovrastruttura” ossia una reazione alla violenza economica dell’Occidente.

In questo breve sfogo di rabbia, mi limiterò ad accennare alcuni argomenti, senza approfondirli:

1) Dove c’è il capitalismo, ci sono più libertà e più ricchezza per tutti; dove non c’è il capitalismo, c’è più miseria e più dispotismo. Il capitalismo è figlio del Vangelo. A livello storico, la prima definizione del capitalismo è contenuta nella parabola dei talenti.
2) L’Occidente non ruba risorse agli altri bensì se le produce in proprio. L’Occidente PRODUCE l’80% delle risorse mondiali. Gli occidentali producono più degli altri perché lavorano più degli altri. Infatti il Cristianesimo ha insegnato agli occidentali l’etica del lavoro. La povertà del Terzo Mondo è effetto del degrado morale e culturale dei popoli del Terzo mondo. Gli ecologisti malthusianin sostengono che le risorse del pianeta sono limitate e che l’Occidente se le mangia tutte. In realtà le risorse sono potenzialmente infinite. Gli occidentali  sanno sfruttare le risorse, gli altri no. Infine, le industrie occidentali inquinano molto meno delle industrie antiquate dell’Asia.  Quanto più avanza il progresso tecnologico, tanto più diminuisce l’inquinamento. Le industrie di cento anni fa inquinavano molto più delle industrie di oggi.
3) Gli occidentali non sono razzisti, bensì sono vittime del razzismo di molti immigrati, che trattano l’Occidente come terra di conquista. Anche gli ntellettuali di sinistra (soprattutto Gad Lerner e Lilli Gruber) mostrano un vero e proprio disprezzo razzista verso gli occidentali.
4) L’attuale crisi economica globale è effetto dell’indebolimento del capitalismo occidentale connesso alla decrescita demografica occidentale. Questa decrescita è effetto delle politiche malthusiane, applicate dai governi occidentali dalla fine degli anni Sessanta. Noi siamo sempre meno numerosi e sempre più vecchi, i barbari sono sempre più numerosi. E ce li abbiamo dentro casa.
5) L’islamismo radicale non è “sovrastruttura della povertà prodotta dall’Occidente”. Infatti l’islamismo è alimentato dai soldi del petrolio. Osama è ricchissimo.
 Fine dello sfogo. Non dico altro perché c’è troppo da dire. Spero solo che questi brevi appunti che ho buttato giù possano stimolare qualche riflessione e, magari, una discussione.
domenica, 08 marzo 2009

ATEI CIOE’ CRISTIANI

   Non tutti gli atei sono talebani. Più precisamente, non tutti gli atei sono anti-teisti. L’ateismo puro e semplice è la mancanza di fede, invece l’antiteismo è il rifiuto consapevole della fede. L’ateo non crede che Dio esista ma, in fondo, vorrebbe crederci; l’anti-teista dice che Dio non esiste ma lo detesta lo stesso. Quando gli fai notare che non si può detestare ciò che non esiste, non sa bene che rispondere. Ma ciò che differenzia l’antiteismo dall’ateismo è soprattutto il rifiuto della legge naturale e l’anti-cristianesimo ideologico. La legge naturale, scoperta dai greci, coincide col decalogo rivelato da Dio a Mosé. Prima che nelle tavole della legge, il decalogo è scritto nel cuore dell’uomo. In sostanza, la legge naturale è scoperta dalla ragione nella natura ed è successivamente confermata dalla fede. In ogni caso, la legge naturale non è oggetto di fede ma di ragione (anche la fede è oggetto di ragione, come dirò altrove). Quindi è possibile credere nella legge naturale senza credere in Dio. Ebbene, l’ateo crede nella legge naturale e la difende insieme al cristiano. Invece, l’anti-teista sostituisce la legge naturale con la legge positiva (implicitamente relativista) e avversa la Chiesa, in cui riconosce la depositaria storica della legge naturale. In effetti, gli anti-teisti non avversano la fede tanto quanto avversano la legge naturale e divina. Più precisamente, essi non avversano la fede protestante ma la fede cattolica. La fede protestante è una fede puramente sentimentale e poco razionale (la ragione essendo per Lutero “sposa del diavolo”) mentre la fede cattolica è saldamente ancorata alla ragione. I protestanti non disconoscono il carattere razionale della legge naturale ma spesso la fraintendono, avendo poca fiducia nella ragione. Ecco perché le opinioni dei pastori valdesi e a proposito dell’eutanasia e del testamento biologico sono vicine alle opinioni degli anti-teisti radical-chic. Durante un sermone, il pastore valdese Sergio Manna, ha detto con accenti schiettamente neo-catari: “M’immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l’aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione” (Tempi). La fede protestante è una fede relegata nel privato, la fede cattolica invece diventa principio di azione sociale. Il papa non sta zitto quando è il momento di parlare. Non smette di richiamare il popolo e i governanti al rispetto della legge naturale, ad esempio a proposito dell’aborto e dell’eutanasia. Per gli anti-teisti radical-chic e i loro amici valdesi, i richiami morali del papa si configurerebbero addirittura come “indebite ingerenze del Vaticano negli affari dello Stato italiano”. Insomma, gli anti-teisti sono anti-cattolici ma non sono anti-protestanti. In effetti, la riforma protestante è stata la prima “rivoluzione” della modernità. Jacques Maritain parla di “tre riformatori”: Lutero, Cartesio e Rousseau.

Per i cattolici la legge divina coincide con la legge naturale, che è oggetto della ragione. Invece per i musulmani non esiste la legge naturale ma solo la legge divina, che non ha un fondamento razionale ma è espressione dell’infinito arbitrio del loro Dio. Similmente, per gli anti-teisti non esiste la legge naturale ma esiste solo la legge positiva, che sconfina nel relativismo morale. Quando si slega dalla legge naturale, la legge positiva diventa la legge del più forte. Indifferente alla distinzione fra bene e male, la legge positiva esprime il parere variabile della maggioranza al potere.

Secondo la legge naturale, rispettata anche da Kant, la vita umana deve essere sempre trattata come il fine delle azioni, mai come il mezzo. Invece, la legge positiva mette la vita umana al di sotto del parere della maggioranza. Se la maggioranza referendaria vota a favore dell’aborto e dell’eutanasia, allora lo Stato gius-positivista legalizza l’aborto e l’eutanasia. Se un la maggioranza vota a favore della deportazione dello sterminio degli ebrei, idem. La maggioranza, in sostanza, ha il potere di degradare la vita umana da fine a mezzo, del progresso o del piacere. Ieri gli anti-teisti comunisti uccidevano gli uomini per il progresso dell’umanità, mentre gli anti-teisti nazisti uccidevano i disabili e gli ebrei per il progresso della razza. Oggi gli anti-teisti edonisti sacrificano i bambini non nati e i malati al loro comodo e al loro piacere. L’aborto e l’eutanasia sono i sacrifici umani post-moderni. Come si vede il giuspositivismo sconfina nel relativismo, secondo cui non esiste il bene e non esiste il male ed ogni opinione è uguale all’altra ossia la sharia islamica è uguale alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il relativismo culturale e morale giustifica allo stesso tempo l’aborto e l’infibulazione, l’eutanasia e la poligamia. Il relativismo giuspositivo apre le porte dell’Occidente ai suoi nemici. Oggi la sinistra post-stalinista relativista e multiculturale protegge esplicitamente i fondamentalisti che si moltiplicano indisturbati in Europa. Anche i cattolici tradizionalisti, vittime di un clamoroso abbaglio, li proteggono.

I cattolici tradizionalisti (sito ufficiale: Effedieffe) sognano, con René Guenon, di distruggere  la “Babilonia” occidentale “corrotta” dal materialismo a fianco dell’Islam fondamentalista in nome di una mitologica “tradizione religiosa” . Evidentemente, i tradizionalisti non capiscono molte cose. Non capiscono l’incompatibilità assoluta fra la fede cristiana, che è la fede in un Dio di ragione, e la fede islamica, che esclude totalmente la ragione. Non capiscono che il Cristianesimo è più vicino all’ateismo (non anti-teismo) occidentale che all’Islam. Non capiscono che l’Islam è più vicino all’anti-teismo occidentale che al Cristianesimo. Non capiscono che non si può difendere la fede cristiana senza difendere anche la civiltà occidentale. Non capiscono che i cosiddetti “valori occidentali”, che coincidono con i valori della legge naturale e divina, non negano la fede ma introducono alla fede. Non capiscono che i cattolici devono difendere i valori occidentali a fianco degli atei (non anti-teisti). In conclusione, non capiscono la differenza fra ateismo e anti-teismo. E così, invece di prensersela con l’oscurantismo talebano, se la prendono con i “valori occidentali”, che per loro sarebbero addirittura degli “idoli massonici”. Invece di prendersela con i tagliateste e i kamikaze, i tradizionalisti se la prendono con Giuliano Ferrara, Marcello Pera, Oriana Fallaci e Leo Strauss. Se la prendono perfino con il povero Magdi Allam, colpevole di essere passato dall’Islam al Cristianesimo.

Dio ci salvi dagli anti-teisti ma anche dai tradizionalisti cattolici, che insultano tutti gli atei che guardano con simpatia alla Chiesa. L’ateismo (non l’anti-teismo) è un naturale alleato della fede cristiana, in quanto della fede cristiana è figlio. Come vedremo nel prossimo post, il Cristianesimo è l’unica religione al mondo che esalta la libertà, compresa la libertà di non credere in Dio.

domenica, 01 marzo 2009

ATEISMO TALEBANO

L’11 settembre 2001 il fondamentalismo islamico ha dichiarato guerra all’Occidente. Bernard Lewis, il più grande islamologo vivente, sostiene autorevolmente che i fondamentalisti non distinguono fra Occidente e Cristianesimo. Secondo Samuel Huntington (scomparso di recente) i terroristi rappresentano l’avanguardia armata della civiltà islamica mentre la civiltà occidentale si può definire ancora, nonostante tutto, cristiana. La teoria di Huntington sullo “scontro” fra la civiltà islamica e la civiltà cristiana-occidentale è rigettata sdegnosamente dalla stragrande maggioranza degli intellettuali alla moda, per i quali la realtà è meno importante dei loro pensieri. Nei loro pensieri l’Islam è una religione molto più pacifica, tollerante e illuminata della religione cristiana. Essi sono convinti in primo luogo che il fondamentalismo islamico non rappresenti l’Islam, in secondo luogo che i fondamentalisti identifichino l’Occidente con l’ateismo. Ha scritto ad esempio Marcello Veneziani: “il nemico principale dell’Islam fanatico non è la civiltà cristiana, che infatti non è stata colpita in nessuno dei suoi simboli, ma l’Occidente ricco e ateo, cinico e potente” (Libero, 16 settembre 2006). In sostanza, gli intellettuali alla moda non vedono uno scontro fra l’Islam e il Cristianesimo ma uno scontro fra il fanatismo religioso (indifferentemente islamico o cristiano) e l’ateismo. Essi spronano gli occidentali a combattere non solo contro il fondamentalismo islamico ma anche contro quel che resta della fede cristiana. Dal loro punto di vista, all’oscurantismo talebano non bisogna opporre il Cristianesimo ma l’illuminismo ateo; alla morale fondamentalista non bisogna opporre la morale cristiana ma il gioioso immoralismo ateo,  la libertà sessuale e lo spinello libero.

Dunque, secondo gli intellettuali alla moda il contrario dell’oscurantismo talebano non è il Cristianesimo ma l’illuminismo ateo. Ora, è vero che l’Occidente non è più cristiano. Tuttavia, non è vero che i terroristi combattono contro l’ateismo. A torto o a ragione, i terroristi identificano la civiltà occidentale con la civiltà cristiana. In effetti, la civiltà occidentale non è più cristiana ma è ancora figlia del Cristianesimo. Anche l’ateismo è figlio del Cristianesimo, come spiegherò in altra sede. Ma l’opinione dei fondamentalisti e dei terroristi adesso non ci interessa. Ci interessa sapere se è vero che l’illuminismo ateo è il contrario dell’oscurantismo talebano. Chiediamolo a Friedrich Nietzsche, il filosofo ateo e anti-cristiano per eccellenza. Nell’Anticristo scrive: “se l’Islam ha in dispregio il Cristianesimo, ha in ciò mille volte ragione: l’Islam ha per presupposto dei maschi”. A quanto pare, Nietzsche è anti-cristiano ma non anti-islamico. Il grande filosofo trova che gli atei abbiano qualche cosa da imparare dall’Islam. La “religione guerriera” dei beduini del deserto non dispiaceva affatto neanche ai nazisti. Accenno di sfuggita che esistono delle straordinarie affinità fra la teocrazia islamica e il totalitarismo comunista.

Nel mondo post-moderno il nazi-comunismo non va più di moda. Oggi va di moda l’edonismo libertario sposato ad un relativismo morale che sconfina nella negazione della morale. Insomma, oggi Nietzsche va più forte che mai. Secondo la morale cristiana, i forti devono rispettare i deboli. Invece secondo Nietzsche i forti hanno il diritto darwiniano di sopraffare i deboli. Nella Genealogia della morale, Nietzsche invita i forti a liberarsi dalla “morale da schiavi” di Cristo e ad esprimere la loro libertà “al di là del bene e del male”. Secondo la dottrina darwiniana, di cui Nietzsche è un convinto assertore, il motore dell’evoluzione della razza umana sarebbe la “selezione naturale” basata sulla “lotta per la sopravvivenza”. Nella “lotta per la sopravvivenza”, gli individui più forti e dotati sarebbero destinati a sopravvivere e riprodursi, mentre i deboli e “difettosi” sarebbero destinati a soccombere prima di riprodursi. I progressi della medicina e il benessere diffuso fra tutte le classi sociali hanno inceppato il meccanismo della selezione, con sommo disappunto dei darwiniani. Essi ritengono che, se non si ripara al più presto questo meccanismo, la razza umana comincerà a guastarsi. Spronati dai darwiniani,  vari governi occidentali nel secolo scorso hanno applicato delle politiche eugenetiche, che prevedevano l’aborto dei feti “difettosi” e la sterilizzazione forzata degli adulti “difettosi”. I nazisti, molto più coerentemente, uccidevano i ”difettosi” non solo quando erano ancora feti ma anche quando erano adulti. La soppressione degli adulti “difettosi” (essendo considerati “difettosi” anche i malati terminali o i pazienti gravemente lesionati) si chiamava “eutanasia” (vedi post Il trionfo della volontà di fare morire i disabili:   ). Anticipando i nazisti, il nostro spietato denigratore del Cristianesimo e fervente ammiratore dell’Islam scrive: “L’individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie ai sacrifici umani” (Frammenti postumi).

I sacerdoti maya strappavano i cuori alle loro vittime davanti alla folla in delirio (non è solo un film, succedeva veramente). I nazisti mandavano gli ebrei e i disabili nelle camere a gas. I terroristi islamici tagliano le teste ai loro prigionieri davanti alle telecamere. Gli occidentali post-moderni, invece, fanno dei sacrifici umani diversi, molto più puliti, quasi profumati. I loro sacrifici si chiamano aborto ed eutanasia. Alla vecchia eugenetica, gli occidentali post-moderni uniscono l’edonismo. Essi non vogliono che la responsablità della vita adulta interrompano troppo presto la loro dolce vita, consacrata al divertimento. Mediante l’aborto, essi si sbarazzano non soltanto dei feti “difettosi” ma anche di quelli indesiderati, benché sani. Mediante l’eutanasia, si sbarazzano dei parenti scomodi. Infatti prendersi cura dei bambini e dei malati è una occupazione contraria al dogma edonistico. Si suppone che, fra poco, verranno indotti al suicidio, pardon, aiutati a morire anche i vecchietti improduttivi, che gravano troppo sulle casse dell’Inps. Tuttavia, gli edonisti post-moderni non si sentono nazisti. Infatti secondo loro l’aborto e l’eutanasia non avrebbero nulla a che fare con l’omicidio. L’embrione e il feto, essi dicono, non sono in grado di provare dolore. E pazienza se la scienza dice il contrario. Per il malato terminale e il disabile, essi dicono, la morte è una liberazione. E pazienza se i malati e i disabili che chiedono di morire sono tutti depressi.  (vedi post La morte vi farà liberi). Oltretutto, in molti casi la “dolce morte” viene imposta a chi non la chiede affatto. Né Terry Schiavo né Eluana Englaro hanno chiesto espressamente di morire di sete e di fame. Quando Terry Schiavo fu condannata a morte, Oriana Fallaci disse: “Ne deduco che da noi essere malati in modo inguaribile è un delitto per cui si rischia la pena capitale. Ne deduco che nel nostro tempo chi è malato in modo inguaribile viene considerato un cittadino inutile, un disturbo da cancellare, quindi un reprobo da punire. Ne deduco che, per non esser gettati dalla rupe, nella nostra società, bisogna essere sani e belli e in grado di partecipare all’Olimpiadi o almeno giocare la fottuta partita di calcio. (…) Forse grazie ai kamikaze, alle loro stragi, alle loro decapitazioni, l’islamico Culto della Morte sta avanzando in Occidente”. Quale è l’antidoto a questo Culto della Morte ateo e islamista? “Ci pensi bene: il Cristianesimo rifiuta la Morte. Attraverso il poetico concetto di resurrezione esalta la vita fino a vedere nella morte un’altra forma di vita”. Insomma, l’atea Oriana Fallaci aveva capito che l’unica alternativa alla cultura della morte è il Cristianesimo. Aveva capito che, per non morire, l’Occidente deve tornare cristiano.

Post dal 4 febbraio al 22 febbraio 2009

domenica, 22 febbraio 2009

LA MORTE VI FARA’ LIBERI

Di recente, un giudice ha incaricato una équipe medica di eseguire una sentenza di condanna a morte a carico di una imputata, colpevole di non potere partecipare né al Grande Fratello né alle Olimpiadi.

Tutti i laicisti d’Italia hanno salutato la sentenza di condanna a morte come “una conquista della civiltà” e una “vittoria della ragione sulle tenebre dell’oscurantismo cattolico”. Sebbene venerino la “ragione” come una dea (ad essa i giacobini consacrarono l’altare della ghigliottina), questi laicisti sembrano poco propensi al ragionamento logico. I loro argomenti sono straordinariamente confusi e contraddittori. Provo ad enumerarli:

1. “L’interruzione della nutrizione artificiale coincide con l’interruzione dell’accanimento terapeutico”.

2. “Eluana era già morta diciassette anni fa”.

3. “Eluana è stata aiutata a finire la sua vita in maniera naturale”.

4.“La vita di Eluana era indegna di essere vissuta”.

5. “Quando era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, Eluana ha detto che avrebbe preferito morire piuttosto che sopravvivere come un vegetale. Bisogna rispettare la sua volontà”.

Ora, l’argomento 1. è semplicemente contrario a verità: la nutrizione artificiale non costituisce “terapia” ma “sostegno vitale”. La legge italiana vieta al medico di sospendere il “sostegno vitale” ad un paziente, secondo o contro la volontà di quest’ultimo. Il decreto emesso dal governo e respinto dal Quirinale avrebbe imposto alla equipe medica de “La Quiete” il rispetto della legge esistente, né più né meno. In ogni caso, non perdiamo tempo a polemizzare sull’accanimento terapeutico. Laici e cattolici, credenti e non credenti, tutti siamo tutti d’accordo sul fatto che il malato ha il diritto di rifiutare l’accanimento terapeutico. L’unico problema è individuare il confine esatto fra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Ma solo ai medici possono individuare questo confine è un compito che spetta .

Eliminato l’argomento 1, notiamo che l’argomento 2 è in contraddizione con l’argomento 4. Se Eluana era “già morta”, allora la sua vita non poteva essere indegna. L’argomento 2. è in contraddizione anche con l’argomento 3. Se Eluana era “già morta”, non c’era bisogno di farla morire una seconda volta – pardon – aiutarala a finire la sua vita in maniera naturale togliendole il sondino. Cosa ancora più importante, non c’era bisogno di imbottirla di sedativi. I cadaveri, infatti, non sentono dolore. Fa impressione che i sedativi le siano stati sommistrati dagli stessi che si dicevano sicuri fosse “già morta”. Essi si affannano a precisare: “Il suo corpo era vivo ma la sua coscienza era morta. Non avendo più una coscienza, Eluana non era più un essere umano”. L’idea secondo cui un paziente in stato vegetativo sarebbe un corpo senza coscienza (senz’anima, se preferite) è espressione di un fideismo irrazionale. Infatti noi non sappiamo niente di quello che avviene nel cervello dei pazienti in stato vegetativo. A questo proposito, il medico Enzo Jannacci (“ateo laico molto imprudente”) ha detto: “Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo”; “Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi” (Corriere della sera, 6 febbraio 2009).

Da profana, ritengo che non possa esistere un corpo senza coscienza. Se il corpo vive, la coscienza vive in esso, anche se non riusciamo a trovarla. Secondo i medici, il sistema nervoso periferico di Eluana era perfettamente funzionante. Ora, il sistema nervoso periferico è come l’occhio. L’occhio non “vede” nulla, è il cervello che “vede”. L’occhio si limita ad inviare informazioni visive al cervello. Allo stesso mondo, il sistema nervoso periferico non “sente” nulla: si limita ad inviare informazioni al cervello. Se il sistema nervoso periferico continua a veicolare informazioni, probabilmente esiste ancora una “coscienza” che riceve queste informazioni. Sappiamo che in Eluana, come in tutti i pazienti in stato vegetativo, il cosiddetto “cervello rettiliano” funzionava ancora a pieno regime. È opinione comune che il cervello rettiliano non possieda nessuna “coscienza”. Io non ne sarei così sicura. Io credo che la coscienza viva in tutte le aree del cervello, sebbene in forme e in misure diverse. D’altra parte questo nessuno lo sa. Quindi, per favore, non fate finta di sapere quello che nessuno sa.

“Eluana avrà una morte dolcissima, la disidratazione non è dolorosa”, ha detto il neurologo Carlo Alberto Defanti, che ha supervisionato l’esecuzione capitale di Eluana (Repubblica del 5 febbraio 2009). Insomma, secondo lui morire di sete è bello. Non ne sarei così sicura. Il fratello, presente al suo capezzale, ha visto Terry Schiavo soffrire terribilmente negli ultimi giorni di vita. In effetti, l’illustre neurologo non era tanto convinto che Eluana non soffrisse. Infatti le ha somministrato delle dosi industriali di sedativi. Nel corso di una intervista a proposito del caso Terry Schiavo, un anestesista americano ha affermato che neppure alti dosaggi di morfina riescono ad alleviare le atroci sofferenze provocate dalla disidratazione in qualunque essere umano, non importa se sano o in stato vegetativo.

Adesso vediamo gli ultimi due argomenti, che a mio parere sono i più determinanti. I laicisti d’Italia chiedono insistentemente al parlamento di varare una legge sul “testamento biologico”. Da qualunque punto di vista lo si esamini (morale, filosofico, giuridico), il “testamento biologico” è una pura e semplice aberrazione. Gli esseri umani cambiano spesso idea, ed è un loro diritto cambiarla. Domani non vorrò necessariamente le stesse cose che voglio oggi. Il mio io di oggi non può imporre la sua volontà al mio io di domani. La maggior parte dei sani pensano che è meglio morire che vivere come disabili. Invece la maggior parte dei disabili pensano e dicono che è meglio vivere come disabili piuttosto che morire. Anche loro, quando erano sani, pensavano che avrebbero preferito la morte alla disabilità. Il loro io di ieri, se avesse potuto redarre un testamento biologico, avrebbe quasi sicuramente condannato a morte il loro io di oggi.

Purtroppo, i pazienti in coma o in stato vegetativo non possono farci pervenire la loro opinione a proposito della morte e della vita. Tuttavia molti di loro si risvegliano. Che io sappia, nessuno di questi “risvegliati” ricorda di avere desiderato la morte mentre era ancora immerso nel suo misterioso sonno. Quasi tutti i “risvegliati” ci testimoniano che, durante il coma o lo stato vegetativo, si rendevano conto di quello che avveniva attorno a loro. Alcuni ricordano di avere fatto delle esperienze misteriose e bellissime, al limite del soprannaturale. Se i medici li avessero spediti anticipatamante all’altro mondo, adesso non potrebbero riferirci queste loro singolari esperienze.

Il cattolico “adulto” Ignazio Marino suggerisce di affidare il proprio testamento biologico ad un “tutore”, possibilmente il coniuge o un parente stretto. Nel caso in cui l’estensore del testamento biologico si trovasse in una situazione critica, il suo tutore avrebbe la facoltà di interpretare il testamento in questione e di vegliare sulla sua applicazione. L’idea del “tutore” non è male. Per disfarsi di un coniuge o di un parente insopportabile senza tanti problemi, basterà soltanto diventarne “tutore”. Se la moglie-strega andrà in coma, l’inconsolabile marito, ansioso di farsi consolare da una ventenne, potrà chiedere al dottore di staccare la spina: “Io so che lei vuole così”.

Ma che cosa è l’eutanasia? I radicali non trovano delle differenze sostanziali fra l’eutanasia e il suicidio. Ai diritti fondamentali dell’uomo, sanciti dall’omonima Dichiarazione, essi aggiungono un fantomatico “diritto al suicidio” (comunque fra i radicali il dibattito sul “diritto al suicidio” è ancora aperto: http://www.lucacoscioni.it/node/7735). Invece per la morale cattolica e per la legge naturale il concetto di “suicidio” è incompatibile con concetto di “diritto”. Scrive il cristiano Gilbert K.Chesterton: “Per me il suicidio non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo e assoluto, il rifiuto di prendere interesse all’esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso, uccide tutti gli uomini: (…) il ladro rende omaggio alle cose che ruba se non al loro proprietario; il suicida insulta tutte le cose per il fatto stesso di non rubarle. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, oltraggia tutti i fiori. Non c’è al mondo la più piccola creatura cui egli non irrida con la sua morte” (Ortodossia, 1908). Per la morale cristiana il suicidio è un peccato gravissimo. Una volta ai suicidi era interdetta la sepoltura nella terra consacrata. Tuttavia, il Cristianesimo ha sempre distinto fra morale e legge, fra legge naturale e legge positiva. Tutti (o quasi tutti) i reati sono peccati, ma non tutti i peccati sono reati. Ebbene, il suicidio è un peccato ma non è un reato.

Secondo il contratto sociale, che idealmente è alla base di tutte le costituzioni moderne,  gli  unici limiti alla libertà individuale sono la vita, la proprietà e la libertà altrui. In parole povere, il contratto sociale vieta all’individuo di danneggiare gli altri ma lo lascia libero di danneggiare se stesso, fino a suicidarsi. In Italia, come nella maggior parte dei paesi occidentali, non esistono leggi contro il suicidio o il tentato suicidio. Se il suicidio fosse un reato, sarebbe comunque impossibile punire i “rei” di suicidio. Arrestare quelli che sono riusciti a suicidarsi è impossibile; arrestare quelli che non sono riusciti a suicidarsi è inopportuno e controproducente. Infatti chi ha provato a suicidarsi una volta, spesso ci riprova una seconda e una terza volta. Può tranquillamente riprovarci, e riuscirci, anche in carcere.

Come abbiamo visto, il suicidio è moralmente illecito ma legalmente lecito. In Italia la legge non tutela un presunto “diritto al suicidio” bensì tollera il suicidio come una espressione patologica. Perché dunque la legge italiana non tollera anche l’eutanasia? Perché fra il suicidio e l’eutanasia c’è una differenza sostanziale che i radicali fanno finta di non vedere. Il suicidio è un gesto squisitamente individuale, l’eutanasia è tutto fuorché un gesto individuale. Il suicida sano si suicida da solo, senza l’aiuto di nessuno; il suicida malato, invece, si fa “suicidare” dai medici, non potendo o non volendo o non avendo il coraggio di farlo da solo. Nel concreto, l’eutanasia è in contrasto con l’articolo 580 del codice penale, che punisce severamente l’agevolazione in qualsiasi modo del suicidio altrui. Punisce anche l’istigazione al suicidio e il rafforzamento del proposito suicida altrui. In effetti, dietro ogni malato che chiede l’eutanasia ci sono sempre dei pietosi dottori e dei pietosi parenti che rafforzano o, almeno, non si sforzano di indebolire il proposito suicida del malato.

L’eutanasia è un piano inclinato verso l’omicidio. Alla legalizzazione dell’eutanasia seguirebbe, presto o tardi, la depenalizzazione 1. dell’istigazione al suicidio, 2. del rafforzamento del proposito suicida, 3. dell’agevolazione in qualsiasi modo del suicidio altrui. Quando l’articolo 580 del codice penale verrà rimosso, sarà possibile mascherare un omicidio come semplice “agevolazione del suicidio altrui”. Ogni assassino potrà cercare di convincere la giuria e il giudice che la sua vittima lo ha pregato di aiutarla a morire.

 Se il presunto “diritto all’eutanasia” venisse riconosciuto ai malati, presto o tardi verrebbe riconosciuto anche ai sani. In effetti, nell’ottica dell’ortodossia radicale l’eutanasia dovrebbe essere accessibile a tutti. Perché infatti i sani non potrebbero esercitare il loro lucacoscioniano “diritto al suicidio” in maniera confortevole, come i malati? Perché i malati possono farla finita col mondo crudele in maniera piacevole, sotto anestesia, mentre i suicidi sani devono buttarsi dalla finestra, tagliarsi le vene o fare altre cose per nulla piacevoli? Perché i sani non possono andare alla clinica “La Quiete” a farla finita col mondo crudele con l’aiuto dell’esimio prof. Carlo Alberto Defanti? Accidenti, questa è discriminazione verso i sani! Mi hai sentito Cappato? Tu e i tuoi compagni di merende dovete andare sotto Montecitorio a urlare col megafono: “Anche i sani hanno diritto alla dolce morte, eutanasia per tuttiiii!!!” Sto scherzando, ma non troppo. Vedrete che, dopo avere ottenuto l’eutanasia per i malati, i radicali chiederanno l’eutanasia per tutti. Se sono coerenti con i loro principi, la chiederanno. Per i laicisti riuniti di tutto il mondo, il divorzio e l’aborto e l’eutanasia sono addirittura “conquiste di civiltà”. Queste “conquiste di civiltà” sono tutte sotto il segno della morte. Il divorzio è l’uccisione dell’amore, l’aborto è l’uccisione di un bambino indifeso, l’eutanasia è l’uccisione di un malato indifeso. In sostanza, sono conquiste della civiltà della morte. L’ultima “conquista” della civiltà della morte sarà la morte della civiltà medesima.

I laicisti riuniti di tutto il mondo non chiedono ancora l’eutanasia per tutti. Per il momento, essi cercano di vendere la “dolce morte” solo ai consumatori malati, contrabbandandola come una efficacissima “terapia del dolore”. In effetti, gli anestetici conosciuti non riescono a lenire le sofferenze fisiche e psichice di certi malati terminali. Cari medici, invece di abbattere i pazienti che soffrono, perché non cercate la maniera di alleviare le loro sofferenze? Possibile che non riusciate a trovare un anestetico più decente della morte? Perché non vi rimboccate le maniche e non cercate di portare avanti le ricerche sulle cosiddette cure palliative?

In ogni caso, oggi la medicina è in grado di alleviare la maggior parte dei sintomi dolorosi. La stragrande maggioranza dei malati che chiedono l’eutanasia non sono gravemente sofferenti. Più che nel corpo, soffrono nell’anima. Vittime della solitudine e dell’angoscia, cadono in depressione. Come tutti i depressi, cominciano a pensare di farla finita. Sfortunatamente, trovano sempre qualche pietoso dottor morte disposto ad aiutarli a liberare il letto d’ospedale. D’altra parte i parenti non si sognano nemmeno di farli recedere dal loro proposito suicida. Non vedono l’ora di liberarsi del disturbo di andarli a trovare in ospedale. La società intera non vede l’ora di liberarsi del loro “inutile” peso (  http://deliberoarbitrio.splinder.com/post/19551147#comment ).

Dunque, la stragrande maggioranza dei malati o disabili che chiedono l’eutanasia soffrono nell’anima più che nel corpo. In effetti, tutta la società che li circonda cerca di persuaderli del fatto che la loro vita sia indegna di essere vissuta. E siamo all’argomento 4.

Un passo dopo l’altro, la cultura occidentale si è allontanata dalla fede. In fondo alla strada dell’apostasia c’è il post-modernismo, all’inizio c’è l’Umanesimo. Il cristiano aspira alla santità, l’umanista invece, pure credendo ancora in Dio, aspira soprattutto al successo terreno. Per il cristiano la felicità terrena è una caparra della beatitudine eterna. “Chi mi segue avrà il centuplo quaggiù e nel futuro la vita eterna”. Invece per l’illuminista, che non crede più in Dio, esiste solo la felicità terrena ossia il piacere immediato. Dio ha detto al primo uomo e alla prima donna: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Genesi, 1, 28). Thomas Malthus invece ha detto agli uomini e alle donne occidentali di non essere fecondi e non moltiplicarsi. Secondo l’ideologia di Malthus, oggi molto diffusa fra i membri delle agenzie internazionali, il suolo terrestre può nutrire un numero molto limitato di esseri umani. Secondo il Cristianesimo tutti gli esseri umani hanno una dignità infinita, anche i più deboli e malati. Il Dio cristiano ha una predilezione per quesi ultimi. Invece secondo l’ideologia darwiniana i deboli e i malati non hanno la stessa dignità dei forti dei sani. Nella darwinina “lotta per la sopravvivenza”, i deboli e i malati sono destinati ad essere sopraffatti dai forti e dai sani. Secondo il Cristianesimo, la libertà individuale deve rispettare dei precisi limiti morali e, in ogni caso, non può determinare gli eventi. Nel diciannovesimo secolo, Friedrick Nietzsche ha “liberato” la libertà dell’uomo dai limiti morali, proiettandola “al di là del bene e del male”.

Nel dna dell’ideologia post-moderna ci sono ancora i geni dell’Umanesimo, dell’Illuminismo, del malthusianesimo, del darwinismo e del superominismo di Nietzsche. I geni del totalitarismo politico, invece, sono stati apparentemente espulsi, solo apparentemente (nel post precedente ho cercato di spiegare il passaggio dal relativismo al nazismo). Gli ideali supremi dell’uomo post-moderno sono il piacere immediato e il successo. Quando il caso o la malattia gli impediscono di realizzare i suoi ideali supremi, egli cerca di fuggire dalla vita. Disconoscendo la morale e la legge naturale, non trova nulla di male nel suicidio. Per mezzo del testamento biologico, il suo io sano di oggi condanna a morte il suo ipotetico io malato di domani.

 

Secondo quella che, per comodità, ho chiamato ideologia post-moderna, la vita del malato-disabile è “indegna” da tutti i punti di vista. Infatti il malato-disabile non può vivere in funzione del piacere, non può diventare famoso, non può dominare il proprio destino, è un consumatore improduttivo delle limitate risorse terrestri e non può sopravvivere nella lotta per la sopravvivenza. Insomma, il malato-disabile è il contrario del “superuomo” di Nietzsche. Tuttavia, neppure la maggior parte dei sani sono propriamente superuomini. Non tutti hanno il fisico degli atleti di Olympia, non tutti sono belli come gli attori e le modelle. Pochi riescono a fare i soldi in borsa, a creare una impresa di successo, a sfondare nel mondo dello spettacolo, a vincere un premio letterario o almeno (se proprio non sanno fare niente) ad entrare nella casa del Grande Fratello. La stragrande maggioranza dei sani conducono delle vite ordinarie, piene di problemi e di sofferenze ordinarie. Per farla breve, anche molti sani potrebbero giudicare “indegna” la loro vita. Anche loro potrebbero rivendicare il “diritto” alla “morte dignitosa”, con l’aiuto del medico. Perché mai questo “diritto” dovrebbe essere riservato solo ai malati? Vedrete che, presto o tardi, le porte delle cliniche della “dolce morte” si apriranno anche agli innamorati delusi, agli studenti bocciati, agli azionisti che hanno perso tutto in borsa e ai “falliti” che non riescono a sfondare nel mondo dello spettacolo o della letteratura (essendo ormai la letteratura poco distinguibile dallo spettacolo). Ben presto, potrebbero diventare realtà le cliniche del suicidio che Benson descrive nel romanzo di fantascienza Il padrone del mondo.

L’ideologia post-moderna libera la libertà da ogni limite, proiettandola “al di là del bene e del male”. Ma senza il limite del vero, del bene e del bello, la libertà impazzisce, fino a diventare la negazione di se stessa. L’uomo post-moderno vuole essere padrone assoluto della sua vita. Quando il caso o la malattia gli impediscono di dominare il suo destino, egli è tentato dalla morte. Ma la morte è la negazione della libertà. Il suicidio, invocato come diritto, è l’ultimo rantolo di un libertà impazzita. La civiltà occidentale, ebbra di una libertà senza verità, si sta suicidando sul piano demografico.

domenica, 15 febbraio 2009

Il trionfo della volontà di fare morire i disabili

Ieri notte ho sognato che i nazisti avevano vinto la guerra. Gli scienziati del Reich erano riusciti ad allungare la vita di Adolf Hitler, impiantando nel suo corpo i tessuti prelevati dai feti abortiti ed inoculando nel suo cervello migliaia di cellule staminali embrionali. Nel sogno mi trovo in presenza del Führer e di tutti i membri del partito nazista. Su un tabellone luminoso appeso al muro, sopra una gigantesca svastica, leggo: 14 febbraio 2009. I sogni sono spesso privi di logica. Dunque non chiedetemi perché mi trovavo lì né perché ho pronunciato il seguente discorso:

«

Herr Führer,

signori del partito,

vi chiedo ufficialmente scusa per le offese che ho arrecato a voi e alla maggioranza che rappresentate. Davvero, non so che mi è preso. Ma adesso ho capito i miei errori. Mi pento di avervi accusato di essere dalla parte del torto.  Ero convinta che tutti quelli che non la pensavano come me fossero dalla parte  del torto. Si può essere più dogmatici e intolleranti? Certi illuminati intellettuali italiani, ad esempio Gustavo Zagrebelsky, mi hanno fatto capire che in democrazia nessuno può arrogarsi il diritto di avere ragione. In democrazia ognuno ha la sua opinione e nessuna opinione è più vera dell’altra. In democrazia ognuno ha la sua propria concezione del bene e del male e nessuna concezione è più vera dell’altra. Che cosa è infatti il bene, che cosa è il male? Mentre la fame e la sete liberavano una donna dalla prigione corporea, il grande filosofo italiano Emanuele Severino, secondo solo a Platone, notava: “il problema si può impostare così: è bene che si sospenda la vita di questa donna? Ma che cosa significa ‘bene’: la nostra cultura è in grado di dire che cos’è ‘bene’? E poi: è giusto sospendere questa vita? Ma daccapo: la nostra cultura è in grado di indicare il vero senso della giustizia?” (08 febbraio 2009). Esistono dieci, cento, mille concezioni diverse del bene e del male. Nessuna è vera, nessuna è falsa. Sono tutte un po’ vere e un po’ false. Ognuno si sceglie quella che più piace, così come si sceglie i vestiti ai grandi magazzini. La concezione cattolica non è né migliore né peggiore delle altre novecentonovantanove. Secondo la concezione cattolica, il divorzio e l’aborto sono ingiusti. Quando ero una oscuratista cattolica, avevo tutto il diritto di astenermi dal divorzio e dall’aborto, ma non potevo pretendere che lo Stato vietasse a tutti di divorziare e di abortire. Non potevo pretendere che lo Stato vietasse a tutti quello che a me non piaceva. Potevo dire: “Io non divorzierei e non abortirei mai”. Invece, non potevo dire: “Nessuno dovrebbe divorziare o abortire”. Infatti quello che è ingiusto per un cattolico è giusto per un altro, e viceversa. Quando ero ancora una oscurantista cattolica, ritenevo che fosse ingiusto gasare i disabili, i minorati mentali e i malati terminali. Ritenevo che fosse ingiusto privare dell’alimentazione e dell’idratazione una persona in stato vegetativo. Ma non potevo pretendere che lo Stato vietasse a tutti di togliere il sondino nasogastrico ad un vegetale o di sbattere nelle camere a  gas i sotto-uomini. Insomma, non potevo imporre a tutti quella che Friedrick Nietzsche chiama  “morale da schiavi”.

Mi pento di avere esasperato i toni. Durante di un dibattito televisivo sul “diritto alla morte”, ho urlato scompostamente ad Alfred Hoche e Karl Binding, autori di Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens («Il permesso di annientare vite indegne di vita», del 1920): “Noi sosteniamo la cultura della vita, voi invece sostenete la cultura della morte”. Hoche e Binding mi hanno risposto serenamente, pacatamente e garbatamente: “Se dici che tu sei per la vita e noi siamo per la morte, ci offendi. È impossibile dialogare con chi non rispetta la nostra opinione”. La loro opinione, in buona sostanza, è che la società abbia il dovere di elargire una pietosa morte ai disabili,ai minorati mentali, ai malati terminali e a tutte le “persone mentalmente morte”, i “gusci vuoti di esseri umani”, le “vite indegne di vita” o “vite indegne di essere vissute”. L’opinione di Hoche e Binding è autorevolmente condivisa dal filosofo australiano Peter Singer. Nel libro Ripensare la vita e la morte, pubblicato nel 1996, Singer si dichiara “a favore del nostro diritto di valutare la qualità non solo della propria vita, ma anche della vita degli altri, quando si tratti di nascituri o anche di […] nati o di malati non più in grado di decidere”.

Esistono mille diverse concezioni del bene e del male, tutte un po’ vere e tutte un po’ false. Ma la concezione sostenuta dalla maggioranza democratica è più vera delle altre novecentonovantanove. Nel nostro caso, la concezione di Singer è sostenuta dalla maggioranza delle persone colte ed aggiornate e quindi è più vera della concezione cattolica. Esimi membri del partito, la vostra concezione del bene e del male,  poco diversa da quella di Singer, informa legittimamente la legge positiva del nostro Stato. Infatti voi rappresentate la maggioranza. Dice ancora Severino: “È un braccio di ferro, si tratta di vedere chi è più forte, ma essere più forte non vuol dire essere più vero, più giusto. D’altra parte quando si rimproverano i cattolici di imporre le loro convinzioni a chi non è cattolico ci si dimentica che in democrazia chi ha la maggioranza fa le leggi”. Lo Stato etico non è regolato dalla legge naturale ma dalla legge darwiniana del più forte. Il partito più forte ottiene la maggioranza dei voti oppure prende il potere con la forza. Il vostro partito, herr Führer, ha fatto entrambe le cose, splendidamente. In effetti, non c’è una grossa differenza fra la dittatura di un sol uomo e la dittatura della maggioranza. La legge della maggioranza – lo ripeto ancora – è una variante della legge darwiniana del più forte. Certo, oggi nell’Occidente demoplutocratico non si dice “dittatura della maggioranza” o “Stato etico” – espressioni politicamente scorrette – bensì “Stato laico”. Ma la distanza fra questo Stato laico e la vostra dittatura, herr Führer, si assottiglia ogni giorno di più. All’interno dello Stato laico, la maggioranza darwiniana ha la facoltà di decidere che cosa è bene e che cosa è male “secondo coscienza”. Se la maggioranza referendaria decide di legalizzare l’aborto, allora abortire è giusto. Se il partito di maggioranza ritiene opportuno sterilizzare e\o sopprimere gli esseri umani “difettosi”, allora sterilizzare e\o sopprimere gli esseri umani “difettosi” è giusto. Nello specifico, la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses (“Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”, che prevede la sterilizzazione forzata di tutte le persone affette da schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington, deficienza mentale ed altro) e l’ Aktion T4 (programma per l’eliminazione fisica dei disabili, dei minorati mentali e dei malati terminali) sono “giusti” in quanto sono voluti dal partito di maggioranza. Anzi, non sono semplicemente “giusti”: sono al di là del bene e del male.

 Mi pento di avere criticato l’Aktion T4, la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses nonché le Leggi di Norimberga e la saggia “Soluzione finale“. Come ho potuto criticare le decisioni del partito di maggioranza? Come ho potuto criticare le leggi dello Stato etico? I membri del Partito Democratico italiano hanno capito che le leggi dello Stato, le sentenze emesse dalla santa Magistratura e la Costituzione votata dagli amici di Stalin (uno di loro, un certo Palmiro Togliatti, pare abbia dato il nome ad una città sovietica) sono al di sopra di tutto, anche della vita umana. Il Pd ha manifestato a favore della santa Costituzione, oltraggiata da un indegno governo di maggioranza. Nel tentativo di salvare la “non vita” di un “guscio vuoto”, l’indegno governo di maggioranza avrebbe mancato di rispetto alla suprema carica dello Stato, sommo sacerdote del culto della santa Costituzione. I membri di quel governo devono vergognarsi. Anche io mi vergogno profondamente. Come ho potuto pensare che esistesse qualcosa al di sopra dello Stato etico?

Quando vagavo ancora nelle tenebre dell’oscurantismo cattolico, pensavo che la “legge naturale” fosse superiore alla “legge positiva” dello Stato. Secondo i cristiani, la “legge naturale” sarebbe scritta direttamente da Dio nel cuore di ogni uomo ed avrebbe carattere razionale. Tutte le leggi con cui il Dio dei cristiani regolerebbe creato sarebbero razionali. Mediante la ragione, l’uomo sarebbe in grado di comprendere le leggi del creato e la legge naturale, elaborando così la scienza e il diritto. Questa legge naturale sarebbe dunque valida per tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, cristiani e non cristiani. Tutti gli uomini, infatti, sarebbero in grado di comprenderla e di conseguenza tutti gli uomini sarebbero obligati a rispettarla. Tutti gli uomini, per essere precisi, sarebbero obbligati ad astenersi dal suicidio (compreso il suicidio “assistito”) e dall’omicidio (compreso l’omicidio di bambini non ancora nati e l’omicidio, mascherato da eutanasia, dei disabili, dei minorati mentali e dei malati terminali). In effetti, il concetto di legge naturale non è stato inventato dai cristiani ma da alcuni scellerati greci antichi, i quali evidentemente non avevano abbastanza a cuore le sorti della democrazia ateniese. Infatti la legge naturale, essendo universale e immutabile, è incompatibile con la democrazia, che si basa sulla molteplicità variabile dei pareri e delle opinioni. Nella loro ottusità, i cristiani pensano che la democrazia non possa fare a meno della legge naturale, che senza la legge naturale la democrazia si corrompa, divenendo dittatura della maggioranza. Poveri imbecilli. Non hanno capito che la dittatura della maggioranza è la perfezione della democrazia. Non hanno capito che la dittatura di un sol uomo non è molto diversa dalla dittatura della maggioranza.

 Herr Führer, chiunque difende la legge naturale, cristiano o ateo, è un pericoloso sovversivo. Condivido  l’insofferenza di Malvino, un grande uomo libero, verso i beccamorti vaticani e i baciapile atei (come un certo Ferrara e un certo Pera), uniti nella difesa della superstiziosa legge naturale. Herr Führer, lei capisce che il papa e i vescovi, ostinandosi a difendere la superstizione della legge naturale, minacciano la laicità dello Stato. Non possiamo tollerare altre “ingerenze vaticane” negli affari dello Stato . Come dimenticare lo sciagurato discorso contro l’Aktion t4 e contro il vostro regime pronunciato nel 1941 da Clemens August Von Galen, vescovo cattolico di Munster? Quello sciagurato discorso era stampato sui volantini che l’aviazione nemica lanciò sulle città tedesche verso la fine dell’ultima guerra mondiale. Ma la Germania nazista vinse lo stesso la guerra. A guerra finita, lei poté regolare i conti con quel vescovo impudente. Come dicevano le Brigate Rosse italiane? “Colpirne uno per educarne cento”. Purtroppo molti vescovi non hanno imparato la lezione, e continuano ad interferire negli affari interni dello Stato etico. Pochi giorni fa sull’illuminato giornale italiano Repubblica si leggeva: “Prelati d’attacco e politici in ginocchio, a 80 anni il Concordato è ‘invisibile’. Dall’etica al fisco, l’irresistibile avanzata della Chiesa. Le rivendicazioni ecclesiastiche arrivano a condizionare le nomine nella tv di Stato” (Repubblica, 9 febbraio 2009). Che aspettano i nostri fedeli alleati italiani a procedere all’arresto e all’eliminazione fisica dei prelati impudenti che osano ficcare il naso nelle questioni che non li riguardano?

 Mi vergogno profondamente di avere difeso legge naturale. Mi pento di avere ferito i sentimenti dei funzionari pubblici che lavorano all’Aktion T4. Loro soffrono più degli altri in questa situazione. La compassione che provano per i “gusci vuoti” li tormenta; i rimorsi e i sensi di colpa li straziano. Per fortuna, la psicanalisi freudiana aiuta i superuomini moderni a liberarsi di questi terribili effetti collaterali inconsci della “mala educaciòn” cristiana ricevuta nell’infanzia. Combattendo e vincendo ogni giorno la loro battaglia interiore contro i rimorsi e i sensi di colpa, questi eroici funzionari riescono a compiere fino in fondo il loro dovere. Ogni giorno praticano il Sonderbehandlung (“trattamento speciale”: iniezioni letali e camere a gas) a decine di “gusci vuoti” adulti e bambini. Lo fanno per il bene della società intera, quindi anche per il mio bene. Ed io ingrata ho scritto “boia”, con una bomboletta spray, sul muro della clinica “Ruhe”, dove essi lavorano. Quell’insulto ha acuito le loro sofferenze interiori. Molti di loro sono dovuti tornare dallo psicanalista. Non mi perdonerò mai di essere stata così insensibile verso il dolore.altrui. Avrei dovuto rispettare un dignitoso silenzio.

 Mi vergogno per essere stata dogmatica, intollerante e insensibile verso il dolore altrui. Mi pento di avere criticato le leggi dello Stato etico. Ma adesso finalmente ho capito. La superstizione cristiana mi aveva allontanato dall’unica vera religione, che è la scienza. Charles Darwin insegna che il motore dell’evoluzione è la “selezione naturale”. Ebbene nella società moderna il processo di selezione naturale non può avere luogo, col risultato che i soggetti difettosi proliferano. Riproducendosi in maniera irresponsabile, i soggetti difettosi compromettono irrimediabilmente il progresso della razza umana. Come dice Friedrick Nietzsche, “l’uomo è una corda tesa fra la scimmia il superuomo”. Se riusciamo a ripristinare il processo della selezione, fra un paio di generazioni verrà concepito il superuomo ariano. Per prima cosa, dobbiamo bloccare il contagio dei geni difettosi da una generazione all’altra sterilizzando gli untori. D’altra parte, anche negli Stati Uniti, in Svezia, in Svizzera ed altri paesi sono state applicate leggi di sterilizzazione coatta dei soggetti difettosi. In Svezia tra il 1935 ed il 1976 sono stati sterilizzati 62.000 sotto-uomini. Nessuno sa che lo scrittore inglese Aldous Huxley era un sostenitore accanito della dottrina eugenetica. Quando certe cose le diciamo e le facciamo noi, tutti si stracciano le vesti e volano gli insulti; quando le stesse cose le dicono e le fanno gli altri, nessuno protesta. In effetti, oggi nelle demoplutocrazie occidentali nessuno ha il coraggio di criticare la dottrina eugenetica, figlia della teoria darwiniana. Infatti è impossibile criticare l’eugenetica senza criticare anche la teoria darwiniana. Ora che ci penso, non è mai stata trovata una sola prova a sostegno della teoria darwiniana, che evidentemente non è una teoria  scientifica ma un dogma di fede. Chiunque osa criticare il dogma di fede secondo cui la scimmia ha partorito l’uomo, viene perseguitato come un criminale dalle inquisizioni accademiche delle demoplutocrazie occidentali. E i nazisti saremmo noi.

La Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses (“Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”) impedisce ai soggetti difettosi di diffondere i loro geni. Invece l’aktion T4 fa le veci della “selezione naturale”, togliendo di mezzo quelli che ai tempi di Odino e Sigfrido non sarebbero sopravvissuti abbastanza per riprodursi.  In un illuminante libello dal titolo Du und dein Volk («Tu ed il tuo popolo») si legge: «Ovunque la natura sia lasciata a se stessa quelle creature che non possono competere con i loro vicini più forti sono eliminate dal flusso della vita. Nella battaglia per l’esistenza questi individui vengono distrutti e non si riproducono. Nel caso degli esseri umani il completo rifiuto della selezione ha condotto a risultati indesiderati ed inaspettati. Un esempio particolarmente chiaro è l’incremento delle malattie genetiche. In Germania nel 1930 esistevano circa 150.000 persone [internate] in istituti psichiatrici e 70.000 criminali [rinchiusi] in prigioni e carceri. Essi rappresentavano comunque solo una piccola parte del numero reale degli handicappati. Il loro numero totale è stimato in oltre mezzo milione”.

Herr Führer, illustri signori del partito, le demoplutocrazie occidentali hanno scatenato una crisi economica mondiale di proporzioni catastrofiche. In tempi di crisi, la società non può permettersi il lusso di mantenere un esercito di “gusci vuoti” inutili e improduttivi. Su un opuscolo molto istruttivo ho letto: “Il costo di cura per una persona geneticamente malata è otto volte superiore rispetto a quello di una persona normale. Un bambino che è un idiota costa quanto quattro o cinque bambini [sani]. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1000 marchi. L’istruzione di un bambino sordo costa circa 20.000 marchi. In tutto il Reich tedesco spende circa 1.2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il trattamento [medico] di cittadini con malattie genetiche. »  In tempi come questi, bisogna convincere i “gusci vuoti” a suicidarsi sotto controllo medico.

Adesso finalmente ho capito che il Sonderbehandlung (“trattamento speciale”: iniezioni letali e camere a gas) è un “gesto d’amore” nei confronti degli esseri umani difettosi. Il giudeo venerato dai cristiani diceva: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Si sbagliava. Ich klage an di Wolfgang Liebeneiner (“Io accuso” un film del 1941 prodotto dal ministero della propaganda nazista) mi ha fatto capire che c’è un amore ancora più grande: togliere la vita ai propri amici o parenti che conducono una vita indegna di vita. Nel film, una donna bella e intelligente scopre di essere ammalata di sclerosi multipla. Il marito, medico e scienziato brillante, cerca invano un rimedio per la terribile malattia contratta dalla donna, tuttora inguarible. Quando capisce di non avere nessuna speranza di guarigione, la donna chiede di essere aiutata a morire prima ad un amico e poi al marito. Hanna desidera uscire di scena prima che la malattia le tolga la bellezza e l’intelligenza, riducendola ad un vegetale. L’amico si tira indietro, il marito no. Quando viene a sapere che il marito ha aiutato Hanna a morire, l’amico dirà: “L’aveva chiesto anche a me, ma non l’ho fatto, perché l’amavo!”. E il marito risponde: “Io l’ho fatto perché l’amavo di più”. C’è un amore più grande di questo: somministrare una dose mortale di morfina alla moglie malata di sclerosi multipla? C’è un amore più grande di questo: fare morire di fame e di sete una donna in stato vegetativo? Quante lacrime ho versato guardando Hanna che muore fra le braccia del marito! E quante lacrime ho versato guardando Il mare dentro e Million dollar baby!

Hanna, la protagonista di Ich klage an, chiede di morire quando è ancora nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Purtroppo i pazienti in coma e i pazienti in stato vegetativo non possono manifestare apertamente la loro volontà di morire, come Hanna. Ma noi siamo sicuri che vogliono morire. Siamo sicuri che, quando erano ancora nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, essi avrebbero preferito crepare piuttosto che sopravvivere come vegetali. Per accontentare i più forbiti giuristi, possiamo sempre sempre ricostruire la loro volontà pregressa di non diventare vegetali sulla base delle chiacchiere che essi hanno scambiato con i collegi di lavoro davanti al distributore del caffè o con l’edicolante sotto casa . Se non è possibile ricostruire la loro volontà in nessuna maniera, li si sbattono nelle camere a gas lo stesso, senza tanti complimenti. Infatti, noi siamo sicuri che essi desiderano veramente morire. E siamo sicuri che anche i neonati malformati e minorati mentali, se fossero in grado di capire quanto è indegna la loro vita, mendicherebbero una inezione letale o un colpo di pistola in testa. Se fossero nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, rivendicherebbero con orgoglio il “diritto di morire con dignità”. Vogliamo dunque negare loro questo diritto? Come ha detto Friedrick Nietzsche, uccidere “i deboli e i malriusciti” non è egoismo: è “il primo principio della nostra carità”.

 L’ultima parte del film Ich klage an si svolge in un’aula di tribunale. Il marito di Hanna chiede alla giuria che deve giudicarlo per omicidio: «Vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?». Quando ero una integralista cattolica, pensavo che anche la vita di un disabile potesse essere bella e degna di essere vissuta. Pensavo che il sonno misterioso di un paziente in stato vegetativo fosse animato da tante sensazioni, tanti sentimenti, tanti sogni arcani e bellissimi. Pensavo che la sofferenza avesse un senso. Pensavo che il dolore non fosse la negazione della gioia, ma la preparazione di una gioia più grande. Pensavo che l’eternità illuminasse il presente. Tutte scemenze. Esiste solo il presente. Esiste solo la terra. Esiste solo il corpo. Non esiste nessuna beatitudine in cielo, esistono solo piaceri della carne. Ah, i piaceri della carne! Se non sei un superuomo darwiniano, se non hai un corpo come quello degli atleti di Olympia, se non sei sexy e trendy come i personaggi di Sex and the city, la tua vita è appena accettabile. Se sei addirittura malato e invalido, la tua vita è decisamente inaccettabile. Che aspetti a ribellarti alla vita? Per riprendere il controllo della tua vita, ti resta solo una cosa da fare: togliertela. Libera la tua mente dalla superstizione della sacralità della vita umana! LA MORTE TI FARA’ LIBERO. Scrive Maurizio Mori, professore di Bioetica all’Università di Torino e presidente della Consulta di bioetica onlus: “il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. (…) il caso Eluana segna la fine (sul piano teorico) del paternalismo in medicina e di un paradigma medico fondato sul vitalismo ippocratico, gettando le basi di un aurorale controllo della propria vita da parte delle persone” (Il caso Eluana Englaro, editore Pendragon, 2009).

Heil, Hitler!

»

P. S. Le immagini in alto sono tratte dal film Olympia di Leni Riefenstahl, regista ufficiale del regime nazista. Ho ristretto l’immagine, per non violare eventuali diritti di copyright. Sebbene detesti l’ideologia della Riefenstahl, non posso non apprezzarne l’estetica.

lunedì, 09 febbraio 2009

Eluana II

 Cari venti lettori, sto ancora finendo un post molto complesso sull’eutanasia. Per il momento, sento l’urgenza di chiarire due questioni emerse nei commenti al post precedente.

I

Anonimo arrabbiato ha detto:

 E mi sento pure in obbligo di ricordarvi che è proprio nostro signore che ci dice che il nostro corpo umano non è altro che un ricettacolo dell’anima, e in quanto Cattolici Apostolici Romani dovreste credere nell’esistenza dell’anima, non è vero? Allora perchè non permettere al Signore che Eluana, finalmente, ascenda ad Egli? Il corpo di Eluana è morto, finiamola con questa insensata esagerazione.

GFv (paperella) ha detto:

 Magari in Paradiso starebbe meglio che qui cosa dici? Non sei a favore della fine naturale della vita? In un sondino nasogastrico non c’e’ niente di naturale.

 

Per il platonismo, il neoplatonismo e il catarismo il corpo è la “prigione” dell’anima. Invece per il Cristianesimo il corpo è il “tempio” dell’anima. Cristo è morto ed è risorto col corpo. San Tommaso ha toccato la carne del Risorto. Noi tutti risorgeremo .in anima e corpo. Dunque la nostra carne è importante. Le cose importanti si curano.

Come sapete, l’arte medica fece qualche progresso nell’antica Grecia. Ancora oggi i medici ripetono il giuramento di un antico greco, che Dio l’abbia in gloria. Ma la medicina moderna è infinitamente superiore alla medicina antica. La medicina moderna si è sviluppata nell’Europa cristiana. Nelle civiltà non cristiane, la medicina è sempre  stata scarsamente distinguibile dalla magia o dallo sciamanesimo. Nell’antichità non esistevano gli ospedali. Al principio del Medioevo, i cristiani hanno inventato gli ospedali. Cristo infatti ha ordinato ai cristiani di prendersi cura dei malati. Lui stesso, durante la sua missione terrena, ha guarito molti malati e risanato molti infermi. Ha pure risuscitato alcune persone. “Donna, non piangere”, disse ad una madre addolorata che seguiva il feretro del figlio. Se fosse stato un neoplatonico o un cataro, Cristo le avrebbe detto: “Signora, stia allegra, suo figlio si è liberato dalle bassezze della vita terrena e adesso è  in paradiso”. Ma Cristo non è un neoplatonico. Risuscitando quel ragazzo, ci ha fatto capire che il corpo è sacro, che la vita terrena è sacra. La vita è sacra anche nella malattia, anche nel coma, anche nello stato vegetativo. Il più piccolo embrione strappato al ventre di sua madre e buttato fra i rifiuti ospedalieri, vale più dell’universo intero. Eluana che può solo aprire e chiudere gli occhi vale più dell’universo intero. La vita di Eluana è sacra fino all’ultimo istante. Non sta ai giudici né al padre decidere come e quando farla finire. Per i cristiani la vita terrena è sacra dal suo primo istante al suo ultimo istante. Certo, la vera vita è la vita eterna. Ma l’eternità non annichila il presente: lo riempie di senso. L’eternità inizia nel presente.

La medicina moderna, così come la scienza, è figlia del Cristianesimo (segnalo ancora una volta i libri di Stark, Woods e Bethell). Infatti il Cristianesimo sacralizza il corpo. Quasi tutte le culture non cristiane svalutano in qualche misura il corpo e quindi si disinteressano della medicina. Svalutando il corpo, esse svalutano anche la vita umana nel suo complesso. Avete presente i paria lasciati morire per strada in India? Per molte culture non cristiane (non tutte, non generalizzo) la vita terrena non è l’inizio dell’eternità ma una perdita di tempo. Se una cosa ci fa perdere tempo, cerchiamo di disfarcene al più presto.

Nel Medioevo, la cultura orientale del disprezzo della vita era penetrata anche anche in Europa. Alcuni eretici sostenevano che il corpo fosse una “prigione”, che la vita terrena fosse una perdita di tempo e che quindi la cosa migliore da fare fosse suicidarsi. Per loro il suicidio non era un peccato mortale (come per i cattolici) ma una “tecnica” per entrare il più velocemente possibile in paradiso. Si chiamavano catari. L’eresia catara è stata sconfitta molti secoli fa dalla Vera Religione. Ma oggi il catarismo risorge sotto altre forme. Il catarismo risorge sotto forma di materialismo ateo. Oggi gli atei e i materialisti scendono in piazza a gridare il loro diprezzo cataro per la vita terrena di Eluana. “Lasciatela morire, la morte la libererà dalla bara del suo corpo”. Cari demo-catari veltroniani, vergognatevi.

P.S. Un sondino nasogastrico è “innaturale” tanto quanto un biberon per un neonato. Se ci tieni tanto alla “fine naturale della vita”, allora evita di di curati l’appendicite, la tonsillite o la polmonite, e aspetta che la natura faccia il suo corso.

 

II

GFv ha scritto: Un’altra domanda, questa un po’ cattivella: se vi dicessero “possiamo risvegliare Eluana rigenerando i suoi neuroni con un miliardo di cellule staminali embrionali”, cosa rispondereste?

 

Rispondo che è meglio utilizzare delle cellule staminali adulte. Gran parte degli scienziati sono scettici sull’utilità terapeutica delle cellule embrionali. Sospettano che, per la loro eccessiva “vitalità”,le staminali embrionali possano favorire la proliferazione delle cellule tumorali nel corpo ospite. Viceversa, sono sicuri che le cellule staminali prelevate da soggetti adulti (ad esempio dalla placenta delle puerpere o dal midollo osseo dei donatori) abbiano una efficacia terapeutica nettamente superiore. Inoltre, le cellule staminali adulte non presentano nessuna controindicazione morale. Se continua a fare progressi, la ricerca sulle staminali adulte renderà presto del tutto obsoleta la ricerca sulle staminali embrionali. I radicali, maestri di menzogne, hanno falsato il dibattito sulle cellule staminali, mettendo a tacere gli scienziati che portano avanti la ricerca sulle staminali adulte. Infatti essi non vogliono che la ricerca sulle embrionali si fermi. Non vogliono privarsi del sottile piacere di vedere distrutta la vita umana.

Apprendo adesso che Eluana è morta. Domani il perdono, forse. Adesso provo solo rabbia e sdegno. Hitler ha vinto. Eluana è stata assassinata. La civiltà è stata assassinata. Eluana addio. Su dal cielo prova ad illuminare il tuo povero padre, vittima di se stesso.

 

domenica, 08 febbraio 2009

APPELLO PER ELUANA

Cari lettori appassionati della vita,
vi invito a sottoscrivere subito questo appello per la vita di Eluana, che trovate all’indirizzo
http://www.appelloanapolitano.enter.it/

7 febbraio 2009
APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
PER SALVARE LA VITA DI ELUANA ENGLARO
Signor Presidente,
la tragica fine che si prospetta per Eluana Englaro non lascia indifferente la coscienza civile dell’Italia.
Eluana è portata a morte senza che sia stata accertata in maniera incontrovertibile la sua volontà, né l’irreversibilità del suo stato vegetativo.
Eluana rischia dunque di morire sulla base di una volontà solo presunta, e sarebbe l’unica persona a subire una tale sorte, poiché nessuna delle leggi sul fine-vita in discussione in Parlamento permetterà più questo obbrobrio.
Signor Presidente, Le chiediamo fermamente di non permettere questa tragedia, che sarebbe un insulto sanguinoso alla storia, alla cultura, all’identità stessa del nostro Paese, convinti come siamo che nessuno deve essere costretto a morire per un formalismo giuridico.
Le chiediamo un intervento perché – di concerto con il Governo – sia data una moratoria alla sospensione dell’alimentazione e idratazione cui è sottoposta Eluana, in attesa che il Parlamento – nelle cui fila si è già appalesata un’ampia maggioranza in sintonia con la maggioranza che vi è nel Paese – possa pronunciarsi su un’adeguata legge.
Siamo certi che Ella non rimarrà insensibile al nostro appello.

Primi firmatari:
Roberto Formigoni
Giancarlo Cesana
Francesco Cossiga
Vittorio Feltri
Mario Giordano
Dino Boffo
Giorgio Vittadini
Maurizio Gasparri
Fabrizio Cicchitto
Rocco Buttiglione
Paola Binetti
Antonio Baldassarre

E’ possibile scaricare i moduli per la raccolta delle firme. Il giornale Tempi porta avanti paralellamente la stessa iniziativa:
http://www.tempi.it/files/pdf/APPELLO_ELUANA_1.pdf

Vi segnalo una iniziativa interessante di Claudio Risé: una cartolina da scaricare e spedire al Quirinale:
in: http://claudiorise.blogsome.com/2009/02/08/non-in-nostro-nome

mercoledì, 04 febbraio 2009

Eluana

Nel cuore della notte, l’ambulanza strappa Eluana dall’abbraccio delle sue sorelle. I delitti si commettono sempre nel cuore della notte. Adesso da più parti si invoca il “silenzio stampa”. Si scrive “silenzio stampa”, si legge “fatevi gli affari vostri”. E no: la morte di Eluana è affar nostro. Anche i nazisti avevano imposto il “silenzio stampa” attorno al piano di sterminio sistematico dei disabili e degli invalidi (tedeschi, ariani). Gli omicidi sono sempre fatti nostri. Per la nostra civiltà giuridica, un delitto non è mai un fatto privato fra l’assassino e la sua vittima ma un fatto che riguarda tutta la comunità.

Ho osservato il padre di Eluana, ne ho analizzato i discorsi: un groviglio di contraddizioni. Prima dice che Eluana “è già morta” poi dice che “non avrebbe voluto vivere così”. Ma come, prima dici che è morta e poi dici che vive indegnamente? E sei sicuro che lo voglia ancora oggi, quello che voleva venti anni fa? Quante idiozie non si dicono a venti anni? Tutti a sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti anni abbiamo detto almeno una volta: “Se succede questo o quello, mi ammazzo”. Se Eluana fosse davvero già morta, perché darsi tanta pena per togliere il sondino ad un cadavere? Nessuno può morire due volte.

I sanitari hanno annunciato che, durante la lunga agonia per fame e per sete, quel “cadavere” verrà imbottito di sedativi e morfina. Ma se Eluana è un cadavere, che bisogno c’è della morfina? Da quando i cadaveri sentono il dolore? I sanitari spiegano: “Noi crediamo che non senta dolore, ma non escludiamo la possibilità che possa sentirne”. Ma scusate: se esiste anche solo una possibilità su cento che Eluana possa sentire del dolore, allora esiste una possibilità su cento che Eluana sia viva. Quindi, togliere il sondino ad Eluana potrebbe essere un omicidio a tutti gli effetti.

Immaginiamo che, sparando dalla mia finestra ad occhi chiusi, io abbia una sola possibilità su cento di uccidere qualcuno. Quel misero 1 %, non mi autorizza a sparare dalla finestra. Se sparassi e non morisse nessuno, state sicuri che la polizia mi arrestaerebbe lo stesso. Se sparassi e morise qualcuno, state sicuri che per il giudice io sarei una assassina, non una assassina all’ 1%. Ora, le possibilità che i pazienti in stato vegetativo siano vivi e coscienti sono molte più di una su cento. In realtà, sono molto più di cinquanta e pure di novanta su cento. Per la stragrande maggioranza dei medici studiano la questione, le possibilità che i pazienti in stato vegetativo siano vivi e coscienti (coscienti non come siamo coscienti noi in stato di veglia, ma comunque coscienti) sono cento su cento. Recenti studi confermano che, quando i pazienti in stato vegetativo sono sottoposti a determinati stimoli sensibili (tattili e uditivi), si registra una lieve ripresa della loro attività cerebrale. Le suore misericordine avevano imparato a leggere sul volto di Eluana il dolore e il piacere, la gioia o la tristezza. Ma al padre il dolore e il piacere, la gioia o la tristezza che sua figlia prova oggi non interessano. A lui interessa solo quello che sua figlia voleva venti anni fa.

Significativamente, egli non ci mostra Eluana come è adesso, ma Eluana come era prima dell’incidente. Mostrandoci sempre le stesse due o tre foto di venti anni fa, egli ci confessa i suoi veri pensieri inconsci. Ci confessa di non sopportare il fatto che sua figlia non sia più la bella e forte ragazza di un tempo. Il signor Englaro vuole fare passare l’idea che una vita come quella di Eluana dopo l’incidente non sia degna di essere vissuta. La stessa idea che i nazisti hanno usato per giustificare la soppressione dei minorati e degli invalidi: “Lo facciamo per il loro bene, la loro vita è indegna”. Non so se il signor Englaro questo lo sa.

Secondo la vedova Coletta, il padre di Eluana non è cosciente di quello che fa: “Credo sia soprattutto lui in uno stato simile a quello vegetativo” (Avvenire, 4 febbraio 2009). Forse. Ma egli porta avanti la sua “battaglia” per il “diritto alla morte” da ben sedici anni. Sedici anni sono tanti. Difficile pensare che sia sempre stato incapace di intendere e di volere. Attraverso i suoi libri, il signor Englaro cerca di fare penetrare in Italia l’ideologia dell’eutanasia (vedi articolo di Palmaro sull’ultimo Timone). Tutti mi rimproverano: “Le tue parole sono troppo dure, rispetta il dolore del padre, non giudicare”. Non sono completamente d’accordo. A volte è necessario giudicare, non l’uomo (che solo Dio può giudicare) ma certamente i suoi atti. Qualcuno glielo deve dire in faccia che sta sbagliando. Qualcuno glielo deve dire in faccia che il peccato è peccato. Non per condannarlo (tutti siamo condannabili) ma per correggerlo. Ho l’impressione che oggi si abusi del perdono. L’abuso del perdono e il rifiuto ostinato di giudicare implicano inevitabilmente la giustificazione del male. D’accordo: bisogna rispettare il dolore dei familiari. Ma più che del dolore della famiglia, mi preoccupo più del dolore fisico straziante che Eluana proverà durante la sua lunga agonia per fame e per sete. Quindi io dico apertamente al padre, anche a costo di ferire i suoi sentimenti già feriti: non uccidere tua figlia. Io personalmente trovo indegni quei politici che mantengono un opportunistico e comodo silenzio con la scusa di “rispettare il dolore della famiglia”. Ma il dolore non può giustificare un omicidio. Neppure l’amore lo può.

Forse quel padre non è pienamente cosciente del male che sta facendo. Solo Dio lo sa, solo Dio può giudicarlo. Ma lasciatemi dire liberamente, sul mio blog, che io, come figlia, inorridisco di fronte ad un padre, che potrebbe essere mio padre, la cui unica ragione di vita è fare morire la figlia. Io inorridisco di fronte ad un “amore” che diventa la giustificazione sentimentale di un crimine. Io inorridisco di fronte a questa forma di omicidio politicamente corretto che è l’eutanasia. L’omicidio politicamente corretto è sempre rivestito di dolci sentimenti di pietà e di amore. E già, il diavolo è un vecchio sentimentale.

E sappiate che dietro la retorica sulla “libertà di morire” c’è un vasto piano criminale, orchestrato dall’Onu, ispirato alla diabolica ideologia maltusiana. Ve ne parlerò prossimamente.

 

Post dal 18 dicembre 2008 al 11 gennaio 2009

domenica, 11 gennaio 2009

Luci di notte

Vorrei che le luci delle feste le togliessero solo in primavera…
P. S. Foto pubblicata intera su http://www.luoghincompiuti.ilcannocchiale.it.

mercoledì, 24 dicembre 2008

Auguri “bastardi”

 Date un’occhiata ai film di Natale per bambini “made in Usa” che intasano i teleschemi in questi giorni: babbi natale, elfi, foletti, famigliole buoniste. Roba da invocare i rigori della santa inquisizione. E sì, perché gli americani ce la mettono tutta a togliere al Natale ogni significato religioso. Invece della festa per la nascita di Cristo, festeggiano la festa di Babbo Natale, santo patrono dei consumisti. E purtroppo il culto del maledetto pupazzone rosso ormai molto radicato anche da noi. E sarà sempre peggio. Per non offendere i musulmani, fra poco il Natale dovremo abolirlo del tutto.
Dall’America viene il peggiore kitsch natalizio, ma anche il suo antidoto. Babbo Natale è ormai un idolo pagano, qualcuno deve assumersi la responsabilità di rovesciarlo. E qualcuno in America lo ha fatto: Babbo bastardo, film del 2003 con Billy Bob Thornton. Lo hanno dato alcuni giorni fa in tv. Se non avete visto il film, o se vedete vederlo, non leggete quanto segue. Sotto le feste, un rapinatore e il suo assistente nano si fanno assumere dalla direzione di un centro commerciale per intrattenere i bambini vestiti come Babbo natale e il suo elfo. La notte di Natale, quando il centro è deserto,  ripuliscono le casse. Natale dopo Natale, ripuliscono un centro commerciale dopo l’altro. Il falso Babbo Natale è un concentrato di tutti i vizi umani:  ladro, ubriacone, iracondo, fornicatore incallito e pure sodomita (nel film le oscenità si sprecano).  In più, quando recita la parte di Babbo Natale insulta e maltratta i bambini. Ma un giorno succede un imprevisto: un bambino orfano, obeso ed emarginato si convince che lui è davvero Babbo Natale.  Il bambino è un puro di cuore. Copre di attenzioni e di gentilezze Il falso Babbo Natale, ottenendone in cambio solo insulti.  A questo punto, potremmo aspettarci tonnellate di melassa sentimentale. Invece la melassa non arriva. Il falso Babbo Natale rimane un individuo odioso e corrotto fin quasi alla fine del film. Ma qualcosa in lui si muove. L’amore del bambino è irresistibile, gli cambia la vita. Allora si convince di avere una missione da compiere.  La notte di Natale,  schivando le pallottole della polizia, riuscirà a portare a termine la sua missione, a fare il suo dovere di Babbo Natale. Ferito da una pallottola, accerchiato dalla polizia, riesce a consegnare al bambino un elefantino rosa di peluoche. Con questo gesto gratuito inizia  il suo percorso di redenzione. Egli accetta di andare in prigione ad espiare le sue colpe, aspettando il giorno in cui potrà rivedere il bambino. Ebbene, questo è il primo finale cristiano che vedo in un film natalizio. Infatti il Cristianesimo è proprio questo: qualcuno che arriva e che ti cambia la vita.  Essere cristiani non significa non avere peccati, ma vedere perdonati i propri peccati. Essere cristiani non significa essere più buoni, ma essere amati. E l’amore implica anche la punizione e la redenzione. Insomma, possa davvero stanotte essere per tutti  non la festa di Babbo natale, ma del Salvatore. Auguri “bastardi” a tutti.
martedì, 23 dicembre 2008

FANTASCIENZA E POESIA II. Macchine mangiauomini, replicanti e deserti senz’acqua.

Secondo Isaac Asimov, lo scrittore di fantascienza più amato del secolo scorso, per scrivere romanzi di fantascienza bisogna essere allo stesso tempo scienziati e scrittori. Non sono completamente d’accordo. Per scrivere romanzi di fantascienza bisogna essere scrittori che conoscono la scienza, non scienziati che sanno scrivere. Per fare opere di fantascienza di qualunque tipo, bisogna essere artisti. Per essere artisti bisogna essere un po’ poeti. In tutte le arti c’è un po’ di poesia. La poesia non è solo l’arte dei poeti, è il nucleo di tutte le arti. Se in un’opera manca la poesia, non è opera d’arte. Il vero artista-poeta è un mistico mancato, un “veggente” (per riprendere l’espressione di Arthur Rimbaud). Egli vede le stesse cose che vedono gli altri, ma le vede meglio degli altri. Gli altri sono miopi, la sua vista interiore invece è perfetta. Gli altri riconoscono che alcune cose sono vere e altre sono false; che alcune cose sono belle e altre sono brutte. Invece l’artista-poeta, come un veggente, vede direttamente la verità nelle cose vere e la bellezza nelle cose belle. Egli intravede gli abissi dell’inferno nelle cose cattive. Egli soffre più degli altri di fronte allo spettacolo del dolore. La poesia è precisamente la conoscenza interiore, riservata all’artista-poeta, delle realtà spirituali del vero, del bene, del bello e anche del male. E qui sulla poesia non dico altro.

E veniamo all’autore di fantascienza. Egli non deve soltanto fare ipotesi sul futuro della società tecno-scientifica e riflettere su di esse. Egli deve sentirle poeticamente ed esprimerle poeticamente (poeticamente non significa in versi, ma con le migliori risorse espressive proprie di ogni arte). Egli deve illuminare le sue ipotesi sul futuro con i riflessi del vero, del bene e del bello. Deve mostrare gli abissi oscuri del male che si aprono ai margini delle zone di luce. Deve mostrare il male che sta al cuore della scienza disumanizzata e delle ideologie disumane: quelle totalitarie di appena ieri e quella edonista, relativista e nichilista di oggi. Soprattutto, egli deve strappare alla scienza la maschera della falsa divinità, dispensatrice di beatitudine, che le avevano messo i progressisti. Infatti la scienza non può soddisfare la fame infinita del cuore dell’uomo. Mostrando che la scienza non è Dio, l’autore di fantascienza può indirizzare l’uomo alla fede nel vero Dio.

Un elemento fondamentale della narrazione fantascientifica è il tempo futuro. Le vicende di quasi tutte le opere di fantascienza si svolgono nel futuro. Tuttavia, non bisogna confondere il futuro della fantascienza con la profezia. Gli autori di fantascienza fanno tante ipotesi sul futuro. Ma il futuro, quando arriva, non ne conferma che una minima parte. La storia ha già smentito molte previsioni sul futuro fatte dagli autori di fantascienza del passato Ad esempio, l’anno 1984 non è stato come se lo era immaginato Orwell nel 1948. Nel 2001 non c’erano, e non ci sono tuttora, stazioni spaziali in orbita attorno alla terra come in 2001. Odissea nello spazio. Ma gli errori di previsione non tolgono nulla a queste opere. Infatti la fantascienza non deve prevedere il futuro ma parlare del presente.

Il mondo del futuro immaginato dall’autore di fantascienza somiglia al mondo del presente. In esso tutti i problemi del presente sono esasperati e tutte le possibilità del presente sono realizzate. In sostanza, il futuro fantastico dell’opera di fantascienza non è che un presente esasperato. Ogni epoca ha il futuro che si merita. Prendiamo Metropolis, film muto del 1927 diretto dal grande regista Fritz Lang. Oltre ad essere un capolavoro indiscusso, Metropolis è il primo film di fantascienza della storia del cinema. Di Metropolis sono disponibili in dvd una edizione restaurata con tecniche tradizionali nel 1985 e una edizione nuovamente restaurata con tecniche digitali nel 2003. La colonna sonora della edizione del 1985 è firmata da Giorgio Moroder (un must per gli amanti del pop elettronico degli anni Ottanta e per i fans di Freddie Mercury: http://www.youtube.com/watch?v=fRgvxXFwzfY).  Invece nella edizione del 2003 è presente la colonna sonora originale (una suggestiva sinfonia di gusto tardo-wagneriano, costellata di leit-motiv).

La vicenda del film si svolge del 2026. Ma il 2026 di Metropolis non è che un 1926 esasperato. Negli anni Venti del secolo scorso, l’Occidente liberale è preso fra due fuochi: la minaccia comunista da una parte e l’imminente crollo del capitalismo finanziario dall’altra (il lugubre 1929). Le grandi città d’Occidente sono assediate dalle fabbriche, che fanno sparire gli antichi mestieri. Sia gli artigiani che i contadini abbandonano le loro attività e trovano lavoro nelle fabbriche. I partiti comunisti – vere e proprie “quinte colonne” dell’Unione Sovietica in seno all’Occidente – sobillano le masse operaie contro i governi democratici. Stalin minaccia di invadere l’Europa e le masse operaie, sognando il “paradiso dei lavoratori”, tifano apertamente per lui. Insomma, la situazione è grave ed è destinata ad aggravarsi ulteriormente. Il nazismo è alle porte.

Nella città immaginaria di Metropolis tutti i problemi della società degli anni Venti sono ingigantiti. Una minoranza esigua di aristocratici sfrutta delle masse di operai-schiavi. Per non disturbare la vita oziosa e spensierata dei padroni, gli operai sono costretti a vivere e a lavorare sotto terra. I loro turni di lavoro sono massacranti. Durante l’interminabile orario di lavoro, ogni operaio deve muovere ininterrottamente, senza pause, le grosse leve di macchine gigantesche e minacciose. Le macchine sembrano altari di antiche divinità assiro-babilonesi o maya, gli operai sembrano vittime sacrificali (  http://www.youtube.com/watch?v=nlZDNf_12sk ). Ad un certo punto, entra in scena il primo robot della storia del cinema. Il robot dorato C3po di Star Wars è praticamente una versione maschile della donna-robot di Metropolis. Quest’ultima diventa l’archetipo del tipico sobillatore politico del Novecento, teorizzato da George Sorel. E sulla trama del film non dico altro. Vedetelo, che ne vale la pena.

Nelle prime sequenze del film, vediamo alcuni giganteschi ingranaggi dei macchinari industriali degli anni Venti che si muovono furiosamente. Lang pensava che i macchinari industriali del 2000 sarebbero stati ancora più grossi, ingombranti, inquinanti ed opprimenti di quei macchinari. In realtà, il progresso tecnologico ha portato macchinari industriali sempre più leggeri ed efficienti. Anzi, i macchinari industriali stanno proprio sparendo insieme alle industrie. Oggi le grosse fabbriche si spostano in Oriente. In Occidente i problemi sono tanti, le disuguaglianze restano (né mai se ne andranno), ma certamente non esiste più una classe di proletari sfruttati. La profezia nefasta di Lang non si realizza, per nostra fortuna. Evidentemente, il progresso tecnologico e industriale non porta il paradiso in terra ma non porta neanche l’inferno. A dire il vero il capitalismo industriale ha portato più vantaggi che problemi all’umanità. Grazie ai progressi dell’industria e della tecnologia, oggi le classi medie o inferiori godono di un benessere che è pari al benessere di cui godevano le classi superiori fino a cento anni fa. I nobili dell’ancien régime se li sognavano l’acqua corrente, l’illuminazione elettrica, gli elettrodomestici e i computers che oggi ha in casa anche il più modesto cameriere.

Ma come dicevo, Lang non parla del futuro ma del suo presente. Denuncia le condizioni di vita alienanti degli operai novecenteschi, prigionieri delle catene di montaggio tayloriste. Ma nelle industrie dell’Asia, soprattutto della Cina, le condizioni di vita degli operai sono tuttora alienanti. Quindi il film non ha perso completamente di attualità. Ma non è il contenuto sociologico a fare di Metropolis un capolavoro. È la bellezza visionaria delle sue immagini.

 Se Metropolis esprime le inquietudini della società occidentale della prima metà del secolo scorso, invece Blade Runner esprime le inquietudini della società occidentale della fine del ventesimo secolo e dell’inizio del ventunesimo. Nonostante alcuni difetti, Blade Runner è probabilmente il più grande capolavoro del cinema degli anni Ottanta. Quando vedi la infernale Los Angeles del 2019, ti sembra di conoscerla già. E in effetti l’hai già vista da qualche parte. L’hai vista nelle megalopoli che proliferano in varie parti del mondo. Nella Los Angeles del futuro, si ingigantiscono tutti i problemi delle magalopoli del presente: il degrado, l’inquinamento, la violenza e infine l’alienazione e la solitudine. Nella città infernale, vagano alcuni crudeli e disperati prodotti dell’ingegneria genetica, chiamati replicanti. Se in Metropolis erano le macchine a sembrare templi arcaici, in Blade Runner è la fabbrica dei replicanti a somigliare ad un tempio arcaico. La sede della Tyrrel corporation è simile ad uno ziggurat mesopotamico o ad una piramide maya. La società moderna e post-moderna si è disfatta di Dio per divinizzare la scienza. Ma la scienza divinizzata è una dèa crudele che esige sacrifici umani, come gli dèi maya. La Tyrrel corporation è già fra noi. Oggi l’ingegneria genetica è in grado di curare la vita, ma anche di manipolarla e di distruggerla. Non tollerando nessuna interferenza della morale negli affari della scienza, i nuovi Faust manipolano, violano, degradano e distruggono la vita senza rimorsi di coscienza. Immolano sull’altare della loro dèa le cellule che non sono semplicemente cellule, ma uomini in potenza. Ogni cellula embrionale è l’inizio di un individuo unico e irripetibile. In molti paesi del mondo (ad esempio Spagna e Regno Unito) la legge consente agli scienziati di produrre embrioni umani “a scopo di ricerca”, ossia embrioni usa e getta. La legge consente loro di produrre anche embrioni ibridi uomo-animale. In alcuni laboratori stanno provando a realizzare la clonazione umana. Insomma, ancora un poco e i replicanti saranno davvero fra noi.

Ma da un certo punto di vista, i replicanti sono già fra noi. Nel film, i replicanti sono prodotti per fare gli schiavi. La società non li tratta come esseri umani ma come oggetti. Quando non servono più, i replicanti vengono buttati via, “ritirati”. Ma gli schiavi scoprono di avere un’anima, scoprono di essere umani e rivendicano il diritto di vivere come tali (tema ripreso nel 2000 dal telefilm di culto Dark Angelhttp://ffinalsqualo.altervista.org/index.php/telefilm/fantascienza/224–dark-angel.html  ). Ebbene, oggi ci sono in giro tanti “replicanti”. La società tratta come “replicanti” gli embrioni, i feti, i malati terminali, i pazienti in coma, i  pazienti in stato vegetativo.  Nel film, la replicante Zhora viene barbaramente “ritirata” per strada, come un animale, in mezzo alla folla indifferente. Nella nostra società, invece, i “replicanti” vengono uccisi “con amore” e “per amore”, sotto anestesia e con tutti i comforts. “Lo facciamo per risparmiare loro una vita di sofferenze”, dicono i pietosi carnefici col camice bianco. Le Terry e le Eluane in stato vegetativo vengono condannate a morire di fame e di sete. I malati terminali vengono tolti di mezzo con la “dolce morte”, i feti indesiderati e “malformati” (parola orrenda) vengono tolti di mezzo con “l’interruzione volontaria di gravidanza”. Insomma, oggi si uccide in maniera politicamente corretta. L’omicidio non si chiama più omicidio – parola politicamente scorretta – ma “dolce morte” e “interruzione volontaria di gravidanza”. L’omicidio politicamente corretto è pulito e profumato, rivestito di dolci sentimenti di pietà e di amore. È quasi commovente. E sì, il diavolo è un vecchio sentimentale.

Ma oggi i replicanti non sono solo gli embrioni, i feti, i malati terminali, i pazienti in coma, i pazienti in stato vegetativo. I replicanti siamo tutti noi. Nel film, i replicanti sono geneticamente programmati per vivere solo quattro anni. Ma essi scoprono di avere un cuore, dei sentimenti, dei desideri. Scoprono di avere il desiderio prepotente di vivere. “Io ti chiedo più vita, padre”, dice Roy Baty al suo creatore, in una scena di intensità scespiriana. Il creatore, asserragliato nel suo mondo perfetto in cima allo zigurat, si crede dio ma non lo è. Egli è quasi una personificazione simbolica della natura. La natura ci programma per invecchiare e per morire. Ci dà un po’ di vita, ma noi desideriamo “più vita”. Non desideriamo semplicemente esistere, ma vivere pienamente. Desideriamo la vita senza fine, la felicità senza fine. Ebbene la natura ci da il cibo per sfamare il corpo ma non il cibo per sfamare l’anima. Noi non possiamo vivere di solo pane, la fame infinita dell’anima ci consuma. Insomma, la natura è davvero una “madre matrigna”, come diceva Giacomo Leopardi. I cristiani lo sanno bene che la natura è decaduta a causa del primo peccato. L’ecosistema si basa sulla violenza fra le creature (la catena alimentare) e sulla distruzione delle creature a scopo di riciclo.

Ebbene nel diciottesimo secolo l’Occidente ha messo la Natura al posto di Dio (Natura, Ragione e Scienza sono le divinità gemelle dell’Illuminismo). Dopo duecento anni, l’uomo è ancora un orfano affidato alla crudele matrigna. Dal diciannovesimo secolo al Duemila, la letteratura non ha fatto altro che registrare l’avanzare della cancrena della disperazione nel cuore dell’uomo, scopertosi replicante. Nessuna medicina fabbricata dall’uomo potrà arrestare questa cancrena. Solo il vero Creatore potrà dare “più vita” alla sua creatura.

Come dicevo, ogni epoca ha il futuro che si merita. Fra il 1982 e il 1985 esisteva la concreta possibilità che scoppiasse la guerra nucleare fra Usa e Urss (Socci ha spiegato che la guerra fu evitata per un soffio dall’intervento della Madonna). Nella trilogia di Mad Max è rappresentato proprio l’incubo post-atomico che turbava i sonni di tutti in quegli anni (http://www.youtube.com/watch?v=TViZKt-AX6E). Questa trilogia rappresenta, se vogliamo, il complemento necessario di Blade Runner. Fuori dalla megalopoli infernale, non può che esserci il deserto post-atomico. La bomba dissolve la civiltà e riporta la legge dell’homo homini lupus. Del progresso tecno-scientifico, restano solo macerie e rottami. In questo deserto disperato, un eroe tenebroso (Mel Gibson nel massimo del suo splendore) guida verso la speranza i pochi uomini che non hanno ancora rinunciato alla loro umanità. Il deserto post-atomico è davvero The waste land di T. S. Eliot. “…Qui non c’è acqua ma solo roccia \ Roccia e niente acqua e la strada sabbiosa \ La strada che si snoda su per le montagne \ Che sono montagne di roccia senz’acqua (…) Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano su pianure \ Su pianure sconfinate, incespicando nella terra screpolata \ Circondata dal piatto orizzonte soltanto \ Qual è la città sulle montagne \ Si spacca e si riforma e scoppia nell’aria viola \ Torri crollanti \ Gerusalemme Atene Alessandria \ Vienna Londra \ Irreale”. Quelle “torri crollanti” fanno pensare alle Twin Towers. L’11 settembre la civiltà  è stata sfidata dalla barbarie.

giovedì, 18 dicembre 2008

FANTASCIENZA E POESIA I. Il crollo dell’utopia illuminista

(Mercoledì 17 dicembre 2008, rivisto 18 dicembre)

 

Molti considerano la fantascienza un genere letterario e cinematografico di serie B. In effetti, la maggior parte delle opere letterarie e cinematografiche di fantascienza sono di serie B o C. Ma alcune, per quanto poche, sono di serie A. Ad esempio, 1984 di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller jr. sono ormai dei classici della letteratura del ventesimo secolo. Invece film come Metropolis di Fritz Lang, 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e Blade Runner di Ridley Scott non sono soltanto dei capolavori del cinema di fantascienza, ma dei capolavori del cinema in generale. Secondo una giuria di esperti della Santa Sede, 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick è il miglior film della seconda metà del ventesimo secolo.

Ma che cosa è la fantascienza? A questa domanda sono state date varie risposte. Secondo Antonio Scacco, direttore della rivista Future Shock, rientrano di diritto nel genere fantascienza solo le opere in cui l’elemento “scienza” prevale sull’elemento “fanta”. Il microcosmo fantastico di un’opera di fantascienza, secondo Scacco, deve essere regolato dalle leggi esatte della fisica. La magia e il soprannaturale non possono entrare in esso se non come eccezioni (nel genere fantasy, al contrario, la magia e il soprannaturale prelgono sulla scienza). Un autore può inserire nel suo microcosmo fantastico le macchine più avveniristiche e gli eventi fisici più strani: purché siano scientificamente plausibili.

Dunque senza la scienza non c’è la fantascienza. Tuttavia la scienza non basta a fare la fantascienza. Come dice Scacco, per fare la fantascienza oltre alla scienza occorre l’umanesimo. Più precisamente, Scacco è convinto che la letteratura di fantascienza possa ricomporre la frattura che si è prodotta nel secolo dei Lumi, o anche prima, fra la cultura scientifica e la cultura umanistica. Staccandosi dall’umanesimo, ossia dai valori umani, la scienza si è progressivamente disumanizzata e alla fine si è ritorta contro l’uomo. La scienza è figlia dell’umanesimo, non dell’umanesimo rinascimentale ma dell’umanesimo medievale, della filosofia cristiana, anzi della teologia (vedi i testi di Rodney Stark e di Thomas Woods, più volte citati in questo blog, e Le balle di Newton di Tom Bethell, uscito nel 2007 per Rubettino). Galileo Galilei, che non fu mai torturato dall’inquisizione, concepiva ancora la scienza come una conoscenza delle leggi del Creatore che regolano il creato. Ma nei secoli successivi la scienza, come una figliola prodiga, si è staccata da sua madre e si è legata all’Illuminismo agnostico e ateo. Staccandosi da Dio, la scienza si è staccato anch dall’uomo. Ha rifiutato la legge di Dio e la legge dell’uomo, per farsi legge a se stessa. Ancora oggi, gli scienziati rivendicano con orgoglio l’indipendenza della scienza dall’etica. Nel momento in cui si separa dell’etica, la scienza cessa di essere uno strumento al servizio dell’uomo e diventa uno strumento di dominio dell’uomo sull’uomo. I frutti amari di questa scienza disumanizzata li conosciamo bene: la bomba atomica, l’inquinamento, lo sfruttamento delle cellule embrionali eccetera. Prima della bomba di Hiroshima, la scienza era idolatrata come una dea. Dopo la bomba di Hiroshima, la scienza ha cominciato a fare paura. Nel clima di terrore della guerra fredda, si diffondevano dei timori millenaristici sulla fine imminente del mondo. Molti hanno cominciato a predicare la distruzione della società industriale e il ritorno ad una società pre-industriale. L’ecologismo esasperato degli ultimi anni non è che la logica conseguenza della scienza disumanizzata.

Secondo Scacco, la fantascienza non deve alimentare né l’idolatria positivista della scienza né la paura apocalittica della scienza. Deve esaltare una scienza umanistica, sottomessa ai valori umani. La scienza è uno strumento, come tutti gli strumenti può essere usata per fare il bene oppure per fare il male, per distruggere il mondo oppure per farlo rifiorire. L’autore di fantascienza deve immaginare tutti i possibili sviluppi futuri della tecno-scienza e tutte le possibili conseguenze di questi sviluppi sulla vita dell’uomo. Così l’opera di fantascienza aiuta psicologicamente l’uomo contemporaneo ad adattarsi ai cambiamenti continui, rapidissimi, della società tecno-scientifica. Soprattutto, lo aiuta a giudicare i frutti della scienza, a distinguere fra i frutti cattivi della scienza disumanizzata e i frutti buoni della scienza sottomessa ai valori umani e divini.

Io personalmente abbraccio con entusiasmo il progetto di una fantascienza umanistica. Tuttavia, io personalmente dò più importanza al fattore umanesimo che la fattore scienza. A me interessa la critica al falso umanesimo anti-umano delle filosofie post-cristiane. Non si può criticare la scienza disumanizzata senza criticare anche la filosofia disumanizzata che crea questa scienza. A mio parere, la fantascienza deve avere almeno tre ingredienti fondamentali: la scienza, la filosofia e la politica. Non c’è scienza senza filosofia e non c’è filosofia senza politica. In primo luogo, il positivismo è strettamente connesso alle ideologie sociali totalitarie. Sia il primo che le seconde nascono, diciamo così, dalla scienza sposata all’ateismo illuminista. Il mito del progresso scientifico e il mito del progresso sociale sono due facce della stessa medaglia. Non dimentichiamo che per Marx il comunismo è un “socialismo scientifico”. Intendiamoci: il progresso scientifico è una cosa buona. La scienza è per sua natura orientata al progresso: nuove scoperte si aggiungono continuamente a quelle vecchie. Ma bisogna distinguere fra il progresso scientifico in quanto tale e il mito positivista del progresso scientifico; bisogna distinguere fra una scienza umanizzata e una scienza divinizzata, parte integrante del progetto della società perfetta. Il “progressismo” è una religione materialista; il “progressista” chiede la beatitudine non più a Dio ma alla scienza e all’ingeneria sociale. Utopia sociale ed utopia scientifica sono due facce della stessa medaglia. Ma nel ventesimo secolo, come sappiamo bene, questa “medaglia” ha fatto una brutta fine. L’utopia scientifica è stata polverizzata dalla bomba di Hiroshima, l’utopia sociale è rimasta sepolta sotto montagne di cadaveri. E così la scienza si è slegata dall’utopia sociale e dai miti del progressismo e si è legata al relativismo morale e al nichilismo.

E torniamo alla fantascienza. A mio parere, l’autore di fantascienza non deve riflettere soltanto sulle possibilità della scienza ma anche sulle concezioni filosofiche e politiche dominanti nel mondo contemporaneo. L’autore di fantascienza deve immaginare tutti i possibili sviluppi futuri della tecno-scienza ma anche le conseguenze future (ovviamente disastrose) delle ideologie dominanti nel mondo moderno e post-moderno. Anzi, io penso che all’interno dell’opera di fantascienza la riflessione filosofica sia in qualche misura più importante della riflessione sulle possibilità della scienza. Non a caso, nei capolavori letterari e cinematografici della fantascienza che ho citato all’inizio (ma potrei citarne anche molti altri) c’è più filosofia che scienza. Senza timore di esagerare, potrei dire che quasi tutti i più grandi capolavori di fantascienza possono essere letti come delle critiche alla modernità atea. Il pensiero va subito a 1984 di Orwell e al Mondo nuovo di Huxley. Orwell descrive una realtà immaginaria che tuttavia è spaventosamnete simile alla realtà di molti regimi comunisti di ieri e di oggi. Da vero poeta, Orwell svela che al cuore del totalitarismo politico c’è il nichilismo più satanico (rivelatori sono i monologhi del capo-partito torturatore alla fine del romanzo). Se Orwell si limita a riflettere sul totalitarismo politico, invece Huxley unisce la riflessione sul totalitarismo alla riflessione sulla scienza. Huxley ha previsto, nel lontano 1932, gli sviluppi dell’ingnegneria genetica di oggi. Nel mondo ipertotalitario immaginato da Huxley, tutti gli abitanti sono prodotti in laboratorio. Alcuni sono geneticamente programmati per svolgere le attività intellettuali, altri per svolgee le piùumili mansioni manuali. Se nel romanzo di Orwell il totalitarismo politico si basa sul terrore poliziesco, nel romanzo di Huxley il totalitarismo si basa sull’edonismo estremo. Storditi da piaceri di ogni tipo, gli abitanti del mondo nuovo non hanno né la capacità né il desiderio di ribellarsi al regime. Fin dalla più tenera età, vengono abituati a fare largo uso di droga. La monogamia e la fedeltà sono loro vietate, il libertinaggio è un obbligo sociale. Nei cinema del mondo nuovo si proiettano solo film di tipo pornografico. Insomma, il mondo nuovo è davvero il paradiso dei sessantottini: manca solo il rock’n roll.

Dunque, la fantascienza ha almeno tre ingredienti fondamentali: la scienza, la filosofia e la politica. Tuttavia manca ancora l’ingrediente fondamentale, anzi indispensabile. L’indispensabile è la poesia. La scienza, la filosofia e la politica sono la materia della fantascienza, così come la guerra di Troia è la materia dell’Iliade. Per fare l’Iliade non basta la guerra di Troia: ci vuole la poesia di Omero. E a dire il vero noi ci ricordiamo di quella guerra remota solo perché Omero l’ha resa poesia. Allo stesso modo, la più raffinata e profonda riflessione sui miti della modernità inserita in una trama narrativa fantastica può bastare per fare un’opera di fantascienza, ma non per fare un’opera d’arte. Ebbene, 1984 di Orwell è senz’altro un’opera d’arte, il Mondo nuovo lo è di meno. Nella prossima puntata, parlerò della poesia nella fantascienza secondo me.

 

 

P. S. Consiglio caldamente a tutti gli appassionati di fantascienza di abbonarsi alla rivista di Antonio Scacco (vedi link qui a fianco). In Future shock, la fantascienza diventa spunto per una serie di riflessioni  in chiave cattolica sulle problematiche del mondo contemporaneo. Inoltre, è una miniera di informazioni sulla misconosciuta (in Italia) storia della letteratura di fantascienza.

Post dal 28 novembre al 4 dicembre 2008

giovedì, 04 dicembre 2008

I segreti del quadrato bianco. Omaggio a Vasilij Kandinskij


  Giacomo Leopardi ripeteva che la noia è peggio del dolore. La noia è effetto della banalità. Tutte le cose, anche quelle più belle, dopo un po’ di tempo ci sembrano banali. Tutte le cose, infatti, sono impastate di nulla e corrono verso il nulla finale dell’entropia. Oggi ci sono e domani non ci saranno. Tuttavia le cose ora sono e il loro significato entrerà nell’eternità. Nulla andrà perduto, neppure un capello del capo. Noi possiamo scegliere di fissare lo sguardo sul nulla delle cose oppure sul loro essere. Possiamo credere che il nulla è la verità delle cose e diventare nichilisti. Oppure possiamo scoprire che l’essere incerto, provvisorio, precario delle cose affonda le sue radici nell’Essere, e che quindi ogni cosa finita è segno dell’infinito. Se crediamo nell’Essere, possiamo amare anche l’essere. Se crediamo nel Significato ultimo di tutto,  siamo in grado di scoprire i significati particolari che si celano sotto la spessa coltre della banalità quotidiana.  Tutte le cose, anche quelle più banali, diventano fonte di stupore.
 Prendiamo una cosa molto banale come un quadrato bianco, ad esempio una tela per dipingere o un foglio per scrivere.  Il quadrato bianco è puro vuoto, pura assenza. Assenza  di parole, di colori, di forme e di significati. Ma in quel vuoto apparente si celano molti segreti. Vasilj Kandinskij ce li mostra.  Il quadrato, per cominciare, è un perfetto equilibrio di linee orizzontali e linee verticali. Le linee orizzontali si legano alla sensazione del freddo, le linee verticali si legano al caldo. Il punto in cui si incontrano le diagonali, al centro del quadrato, si lega alle idee della quiete e della stabilità. Le figure dipinte al centro del quadrato apariranno equilibrate e liriche, le figure spostate verso i margini saranno più drammatiche.  Avvicinandosi al lato inferiore del quadrato, che si lega all’idea della terra, le figure acquistano densità e pesantezza; avvicinandosi al lato superiore, che si lega all’idea del cielo, le figure diventano più leggere. Il lato destro si lega all’idea della casa e della stabilità, il lato sinistro si lega alla idea della lontananza e dell’avventura. Sull’angolo retto in basso a destra, si concentra la massima tensione e la massima pesantezza, sull’angolo in alto a sinistra c’è la massima leggerezza. Le linee verticali richiamano il giallo,  il colore più caldo che esprime le idee dell’espansività, dell’energia e della follia. Le linee orizzontali richiamano il blu, il colore più freddo che esprime le idee della lontananza, della nostalgia e dell’infinito. Il rosso è a metà strada fra il freddo del blu e il caldo del giallo, ed esprime l’idea della maturità virile. Il  rosso si addice all’equilibrio freddo-caldo di orizzontali e verticali del quadrato (ecco spiegato il quadrato rosso di Malevic). Invece il giallo si addice agli angoli acuti, pieni di energia, del triangolo, mentre il blu si addice al cerchio, che si contrae su se stesso e si allontana…
 Questo è solo un piccolo assaggio delle teorie di Kandinskij, nato il 4 dicembre 1866 a Mosca. Teorie strane, è vero.  Eppure, nelle sue teorie non c’è solo l’utopia. Utopico è il progetto di  un’arte totalmente spirituale, slegata dalla realtà materiale. Ma al di sotto dell’utopia (una delle tante del secolo scorso)  spunta di nuovo la realtà.  La psicologia della percezione conferma la validità  oggettiva di acune intuizioni di Kandinskij sulle proprietà dei colori  delle forme. Ma quale che sia il grado di verità delle sue teorie, Kandinskij ci fa vedere i segreti  nascosti nelle forme geometriche più elementari ci  rende più sensibili  alla bellezza dei colori. Per Kandinskij, un semplice punto su un foglio bianco è pieno di significato.  E’ un piccolo mondo che somiglia al mondo. Invece un insieme di punti su un foglio somigliano allo stesso tempo ad un insieme di cellule e ad un insieme di galassie… Ecco, Kandinskij svela dei legami nascosti fra le cellule e le galassie. Un semplice punto su un foglio diventa un varco verso il mistero. Quel semplice punto può trafiggere il nulla, la noia, la banalità. 
  Mi dispiace non avere ancora pubblicato i post conclusivi sull’arte contemporanea.  Non so quando riuscirò, perché lo scritto si è enormemente ingrandito. Comunque la mia “tesi” è che nell’arte contemporanea c’è ancora del buono. L’arte contemporanea non bisogna abbatterla, come una bestia ferita, ma bisogna farla guarire dalle sue malattie. Bisogna vagliare tutta l’arte del secolo ventesimo, che in fondo non è ancora finito, e trattenere ciò che vale. “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale”, ha detto san Paolo.  C’è molto da trattenere specialmente delle teorie di Kandinskij.  La realtà può di nuovo insinuarsi fra le forme astratte da cui era stata scacciata. I punti possono diventare stelle, i quadrati possono diventare fineste nell’intrico delle vie, i cerchi blu possono diventare occhi…


martedì, 02 dicembre 2008

Gloria in excelsis

  Si sente sempre parlare male degli ebrei ortodossi. I musulmani li considerano esseri sub-umani. Per Maurizio Blondet, gli ebrei sono i registi occulti di tutte le crisi internazionale. I tradizionalisti sedevacantisti (che attualmente sono fuori dalla Chiesa) descrivono gli ebrei ortodossi come li descriveva la stampa nazista: infidi, bugiardi, egoisti, avari, terribilmente avari, avidi, dannatamente avidi, assetati di oro e pure di sangue… Meno di una settimana fa, a Mumbai, il rabbino ortodosso Gavriel Noach Holtzberg e sua moglie Rivkah sono stati barbaramente assassinati nella loro casa da un gruppo di terroristi.  Su Repubblica di ieri, si legge:  “Resta, tra i tanti, il mistero per il quale la famiglia del rabbino avrebbe accolto affittuari dall’aspetto chiaramente sud-asiatico, introdotti – secondo alcuni testimoni del quartiere – da intermediari indiani che li hanno presentati come studenti malesi. Nei quattro mesi di permanenza, i due hanno ospitato a Nariman house anche altri esponenti del gruppo utilizzati per la logistica dell’assalto e condiviso con Gavriel Noach Holtzber, e sua moglie Rivkah perfino il cibo kosher preparato dal giovane rabbino per sé, la famiglia e gli ospiti”. Il rabbino e sua moglie hanno accolto dei giovani musulmani nella loro casa, hanno cucinato per loro e hanno mangiato con loro. Hanno diviso con loro il cibo kosher. Certo, gli ospiti non stavano lì gratis. Mia l’affitto non toglie nulla alla generosità del rabbino e della moglie. Essi non erano obbligati ad accogliere in casa degli sconosciuti, specialmente degli sconosciuti che con ogni probabilità non nascondevano la loro identità musulmana. Li hanno accolti non per qualche ragione misteriosa, ma per semplice generosità. Non c’è nessun mistero da chiarire. Il rabbino e sua moglie erano abituati ad accogliere nel loro centro gente di ogni colore e di ogni religione. Sembra che facessero opera di assistenza ai bisognosi e ai tossicodipendenti. Aprivano la loro porta a chiunque bussava, anche ai cristiani. So bene che che gli ebrei ortodossi  non hanno simpatia per i cristiani. So bene che in Israele i religiosi cattolici non hanno vita facile. Me ne dispiace molto. Ma la generosità di quei due sposi ebrei brucia tutta l’antipatia, tutte le incomprensioni. Purtroppo alcuni malvagi hanno approfittato della loro generosità e li hanno traditi. Il loro bambino adesso è orfano (preghiamo per quel povero bambino e per i suoi genitori). Gavriel e Rivkah, assieme ad altri sette ebrei, sono morti stringendo le Sacre Scritture. Grande sarà la loro ricompensa nel regno dei cieli.
venerdì, 28 novembre 2008

IL POTERE DELLA CARITA’

Cari lettori,

vi ricordo che domani, sabato 29 novembre, è la giornata della colletta alimentare. In molti supermercati d’Italia sarà possibile donare dei generi alimentari al banco alimentare. Se volete, potete acquistare  alcuni generi alimentari a lunga conservazione (seguendo le indicazioni scritte sui volantini distribuiti dai volontari) e consegnarli all’uscita del supermercato ai volontari del banco. Le derrate alimentari raccolte domani verranno destinate a vari enti caritatevoli che assistono i poveri. Potete aiutare il banco anche con un semplice SMS. Inviando un SMS al numero 48589 da tutti i telefoni personali Tim, Vodafone, Wind e 3 donerai 1 euro alla Fondazione Banco Alimentare Onlus. Chiamando da rete fissa Telecom Italia la tua donazione sarà di 2 euro.
 Mi raccomando, partecipate numerosi. Basta un piccolo gesto di carità per fare del bene innanzitutto a se stessi. I santi dicevano : “La carità lava i peccati”. IL carità è la pietra angolare della civiltà.  La civiltà inizia quando un uomo si piega sul bisogno materiale di un altro uomo, come Cristo si piega sul suo bisogno di felicità. La nostra civiltà è nata nei conventi dell’alto Mediovo. In quell’epoca oscura, dominata dalla violenza, i monaci e la monache assistevano i poveri, le donne sole e gli orfani. Dissodavano i terreni, inventavano nuove tecniche di produzione. La loro operosa carità ha fatto risorgere, più forte e più grande di prima, la civiltà dalle sue rovine.  Oggi quella civiltà è moribonda, ma non ancora morta. Muore perché ha dimenticato la carità e l’ha sostituita con la legge della giungla. La giungla in cui la finanza corrotta distrugge l’economia reale e in cui Stato-leviatano impoverisce i cittadini con le tasse.
 La grave crisi economica attuale ha generato nuove povertà. La crisi non la risolve lo Stato, non la risolve questa specie di nuovo messia che è Barak Obama. Ognuno di noi deve combattere la crisi, con la sua operosità personale. I poveri saranno sempre con voi, ha detto Cristo. Ma è nostro dovere soccorrere i poveri, aiutarli ad uscire dalla povertà.  Ogni cosa che abbiamo fatto a quei piccoli, l’abbiamo fatta a Cristo. Egli, il Re dell’universo, si fa mendicante! Un piccolo gesto di carità è un gesto di ricostruzione della civiltà. La carità avvicina il mondo da lontano, infinitamente lontano, al vero mondo “che solo amore e luce ha per confine”.

“Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori s’aprivano, in cui tutti i vini scorrevano. Una sera, ho preso sulle ginocchia la Bellezza. – E l’ho trovata amara. – E l’ho ingiuriata.
Mi sono armato contro la giustizia.
Sono fuggito. O streghe, o miseria, o odio è a voi che è stato affidato il mio tesoro. (…)
Orbene, essendomi trovato di recente sul punto di fare l’ultimo
crac! , ho pensato di ricercare la chiave de festino antico, in cui potrei forse riprendere appetito.
La carità è questa chiave“.


(Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno)

La Bellezza che Rimbaud trova amara è la bellezza classica di cui parlo nell’ultimo post sull’arte, la bellezza esteriore, senza mistero. La carità è la chiave segreta della bellezza. La carità è la chiave della salvezza. L’Occidente deve ritrovare questa chiave. 

Post dal 6 ottobre al 13 ottobre 2008

lunedì, 13 ottobre 2008

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, V. La sfida della bellezza e la tentazione del passatismo.

(Domenica 12 ottobre)

L’Occidente non produce più bellezza. Quando una civiltà non produce più bellezza, muore. Perché la bellezza è indispensabile per sopravvivere. Due secoli fa la filosofia ha negato Dio e ha divinizzato l’io. Ha ridotto la bellezza ad un pensiero dell’io. Ma la bellezza non è un pensiero. La bellezza non è solo un flusso di elettroni fra i neuroni cerebrali. Noi abbiamo nella mente una idea di bellezza proprio perché la bellezza esiste realmente fuori di noi.

Ma che cosa è la bellezza? Da secoli, i teorici dell’estetica cercano di rispondere a questa domanda. Essi cercano la formula razionale della bellezza e non la trovano mai. Tanto per cominciare, la bellezza è un universale. Si chiamano “universali” tutti i concetti che designano le caratteristiche comuni a gruppi di oggetti. Ad esempio, l’universale rosso comprende tutti gli oggetti rossi. Come tutti i colori, il rosso esiste pure al di fuori degli oggetti, come pura quantità luminosa. Se il rosso è un universale ancora di carattere fisico (quantità luminosa), invece la bellezza è un universale metafisico e teologico. In generale, tutte le forme sono metafisiche. Le forme “informano” pezzi di materia ma non sono materiali. Prendiamo una statua di marmo di un quintale e un informe blocco di marmo di un quintale. La forma della statua non ha peso (la statua infatti pesa esattamente come il blocco informe) né ha una sua propria qualità materiale (la statua e il blocco sono fatti dello stesso marmo). Ringrazio Plotino per questo esempio. Se le forme sono metafisiche, invece la bellezza delle forme belle è ancor più metafisica, è teologica.

Infatti la bellezza non si lascia razionalizzare. La bellezza è come una equazione con dentro la una “x” misteriosa. Quella “x” è il mistero stesso, più precisamente “lo splendore del mistero”. Secondo san Tommaso d’Aquino, la bellezza ha tre fondamentali caratteristiche: integritas, proportio, claritas. L’integrità e la proporzione sono caratteristiche razionali, la chiarità o “splendore del mistero” è una caratteristica sopra-razionale (non irrazionale). Per essere bello, un oggetto non deve essere solo integro e proporzionato: deve avere quel misterioso “non so che”. Oltretutto, esistono infinite maniere possibili in cui gli oggetti possono essere integri e proporzionati. Nel mondo anzi nell’universo ci sono infiniti oggetti che sono belli in infinite maniere diverse. La bellezza come “universale”, posto al di sopra dall’infinita schiera degli oggetti belli, ha una ampiezza infinita, è un attributo dell’Infinito ossia di Dio. Nessuno può vedere Dio, qui sulla terra.

Dunque, nell’ottica cattolico-tomista la bellezza non esiste solo dentro gli oggetti finiti ma anche al di sopra degli oggetti, come un universale infinito. Invece per gli idealisti la bellezza non è propriamente un “universale” ma una “idea universale” degli uomini che forma la realtà esterna. Sembra assurdo, ma gli idealisti pensano proprio che la realtà esterna sia formata direttamente dal pensiero umano, il quale sarebbe “autocoscienza” di uno “spirito” universale immanente (vedi la “fenomenologia dello spirito” di Hegel). Per i sensisti, invece, la bellezza è solo una “idea universale” degli uomini separata dalla realtà materiale. Per i relativisti, infine, la bellezza non è né un “universale” reale né una “idea universale”. È solo un’opinione individuale, un gusto soggettivo.

Come abbiamo visto, l’estetica alla base dell’arte post-moderna è un misto di relativismo, sensismo e freudismo (vedi IL FALLIMENTO…IV). L’astrattismo, invece, si basa sull’idealismo (vedi IL FALLIMENTO…I). Gli astrattisti sono gli ultimi idealisti: cercano di rappresentare direttamente i concetti, le idee e i sentimenti interiori. Per loro l’idea della bellezza non coincide con la forma metafisica o con l’archetipo platonico dei singoli oggetti belli (l’archetipo del corpo umano perfetto, ad esempio). Per loro la bellezza è un’idea astratta che può essere rappresentata solo mediante le forme astratte e i colori. Ad esempio, Piet Mondrian cerca di rappresentare un concetto essenziale di bellezza mediante un perfetto equilibrio di linee orizzontali, linee verticali, bianco, nero, rosso, giallo e blu (egli bandì dalla sua pittura le linee diagonali e i colori secondari). Questa bellezza astratta ha una qualche sfumatura mistica. Roger Scruton dice di avere molto amato, durante la sua adolescenza, la pittura dell’astrattista Mark Rothko: “Quelle forme, superfici e colori erano come il tentativo di catturare l’assoluta tranquillità che sta oltre questo mondo e che può essere raggiunta solo attraverso alcuni atti di sacrificio. Non erano solo simboli della trascendenza, ma esempi di essa. Così mi sembrava allora”. Gli astrattisti, in effetti, cercano una sorta di trascendenza interiore. Essi tendono ad uno spiritualismo senza lo Spirito, ad una mistica senza Dio. Un auto-misticismo vicino al misticismo orientale, alla meditazione trascendentale yoga (se vogliamo, vicino anche al New Age prima del New Age). Ma ogni auto-misticismo è, sostanzialmente, un falso misticismo. Infatti la trascendenza non è dentro ma fuori dell’io. Solo i santi mistici possono fare esperienza diretta della trascendenza. Ma gli astrattisti non sono santi mistici. La trascendenza resta loro impenetrabile. Scrive ancora Scruton: “Sono queste tele uniformi le visioni angeliche che io pensavo di vedere in quella sera d’estate di mezzo secolo fa? O sono il prodotto di routine di una mente fissa in una malinconica ripetitività, vuoto e senza ispirazione come la pop art che Rothko (gli va riconosciuto) denunciava a suo tempo? (…) La tecnica può essere irreprensibile, l’intenzione sincera: ma che cosa significa, per ripeterlo ancora una volta?” (Roger Scruton, “Mark Rothko: 1961 Tranquil, transcendent. 2008 Routine, repetitive”, The Times, 26 settembre 2008).

In un’ottica cattolica, gli astrattisti sbagliano. Sbagliano a separare la spiritualità dallo Spirito (e come dice Arthur Rimbaud: “Mediante lo spirito si va a Dio! Straziante infortunio!”). Sbagliano a separare le idee dalla realtà esterna (vedi IL FALLIMENTO…I). La bellezza non è un mero concetto mentale, in secondo luogo non può essere colta separatamente dagli oggetti belli come un “universale”. Qui sulla terra, la bellezza può essere colta solo parzialmente, attraverso la realtà materiale. Nel creato brillano infiniti riflessi del Creatore. C’è bellezza nel cielo, nella terra, nel mare, nelle montagne, nella natura, nei volti e nei corpi umani… “La gloria di Colui che tutto move \ Per l’Universo penetra, e risplende \ In una parte più, e meno altrove.”(Dante, Par I, vv. 1-3). L’artista non può rappresentare l’Infinito, ma solo il riflesso infinitesimale dell’infinito sulla materia. Ma che significa rappresentare?

Per i naturalisti antichi, rappresentare significa, sostanzialmente, copiare. I manieristi e i barocchi definiscono l’arte “emula della natura”. I naturalisti si dividono in realisti e classicisti. I realisti cercano di rappresentare le singole forme naturali così come sono, con tutti i loro difetti e i loro “accidenti”. I classicisti invece cercano di migliorare le forme naturali, di idealizzarle. Essi prendono a modello la statuaria greco-romana. Gli scultori greci antichi non copiavano dei corpi umani reali, ma cercavano di rappresentare l’archetipo platonico del corpo umano perfetto (vedi il canone di Policleto). Nel sedicesimo secolo Giorgio Vasari pone le basi teoriche del classicismo. Il suo è un classicismo “moderato”, ancora aperto al fantastico. Ne diciottesimo secolo Johann Joachim Winckelmann esaspera il classicismo, facendolo diventare neoclassicismo. La ragione neoclassica raggela le forme, le depura da ogni residuo di poesia e di mistero.

Nei secoli passati ci sono stati dei grandissimi classicisti e dei grandissimi realisti. I nostri musei rigurgitano di capolavori naturalisti del Rinascimento e del Barocco. Tuttavia il naturalismo a livello teorico è sbagliato. Le teorie naturaliste sono sbagliate tanto quanto le teorie astrattiste. Il naturalismo puro e l’astrattismo puro sono i due eccessi opposti. Se gli astrattisti concepiscono la bellezza come una pura astrazione mentale (che viene espressa mediante e forme astratte), i naturalisti concepiscono la bellezza come mera bellezza di natura, come inventario di belle forme naturali. Se gli astrattisti puri sono degli idealisti, naturalisti puri sono dei razionalisti post-cristiani. Il classicismo, non a caso, nasce dall’Umanesimo post-cristiano e viene perfezionato dall’Illuminismo. Il classicismo cerca di razionalizzare la bellezza, di depurarla da ogni eccedenza metafisica e teologica. La bellezza classicista si basa sulla integritas e sulla proportio, ma non sulla claritas, che viene sostituita dalla mera chiarezza logica. La bellezza classicista è la bellezza del corpo umano integro e proporzionato collocato nello spazio logico della prospettiva. Gli astrattisti sbagliano a distogliere lo sguardo dalle apparenze della realtà materiale, i naturalisti sbagliano a copiare le apparenze della realtà materiale. Gli astrattisti peccano di spiritualismo, i naturalisti peccano di materialismo.

Un naturalista puro (ammesso che sia mai esistito un puro naturalista) si trova a gareggiare, e a perdere sempre, con la macchina fotografica. I grandi geni artistici del passato si credevano naturalisti puri ma, per fortuna, non lo erano. Nelle loro opere c’era ancora troppo stile, troppa poesia. Le figure di Fidia erano atteggiate in pose studiatamente aggraziate ed erano avvolte dalle onde musicali dei panneggi. Le figure di Michelangelo erano troppo imponenti, i suoi colori erano troppo innaturali, quasi espressionisti.

 Circa cento anni fa, cominciava ad andare di moda il futurismo; oggi comincia ad andare di moda il passatismo. I futuristi del ventesimo secolo invocavano la distruzione di tutti gli edifici e tutte le opere d’arte dei secoli precedenti. I passatisti del ventunesimo secolo invocano la distruzione di tutti gli edifici e tutte le opere di arte del ventesimo secolo. Potete leggere le loro dotte disquisizioni sulla perversione diabolica dell’arte e dell’architettura del Novecento sul Domenicale oppure sul sito Effedieffe.

In effetti, negli ultimi anni molti artisti hanno cominciato a fare “resistenza” all’astrattismo e al concettuale. Alcuni di essi mescolano spunti tratti dall’espressionismo, dall’impressionismo e dall’arte italiana degli anni Trenta (ad esempio gli artisti della Transavanguardia). Altri riesumano il naturalismo classico. Ad esempio, Ulisse Sartini e Mario Donizetti dipingono ritratti e soggetti religiosi nello stile dei maestri del primo Rinascimento (Antonello da Messina, Leonardo e Raffaello). Donizetti ha ingaggiato una battaglia filosofica all’ultimo sangue contro l’astrattismo teorico (sul suo sito si può leggere una lunga “lettera ad Hegel”: http://www.arsmedia.net/donizetti/lettera_a_hegel.htm ). I pittori figurativi John Currin (americano), Jack Vettriano (scozzese) e Jenny Saville (inglese) sono oggi sulla cresta dell’onda. Le quotazioni dei loro quadri sono alle stelle. La Saville dipinge volti e corpi nudi sofferenti, pieni di pathos, per nulla erotici, in uno stile molto crudo, mai fotografico. Vettriano e Currin dipingono soggetti frivoli e mondani in uno stile molto leccato e molto kitsch. Non sorprende che abbiano successo. Da che modo è mondo, le buone cose di pessimo gusto piacciono alla maggioranza. D’altra parte, anche una illustratrice gotico-kitsch come Victoria Francés oggi viene scambiata da molti per una grande artista. La Francés dipinge svenevoli fanciulle vampiro sullo sfondo di boschi, castelli e cimiteri al chiaro di luna. C’è da dire che queste vampire sono sicuramente meglio di uno squalo in salamoia.

Astrattismo e naturalismo sono due eccessi uguali e contrari. Futurismo e passatismo sono due eccessi uguali e contrari. La malattia mortale dell’arte contemporanea non si cura col naturalismo o col ritorno al passato. Non si cura un errore con l’errore opposto. La tradizione del passato non deve essere riesumata come un cadavere. Il revival degli stili del passato è sempre sterile. La tradizione è uno scrigno di esperienze da assimilare e superare. L’arte classica va bene per il mondo classico, non per oggi. Tranne alcune eccezioni, gli artisti naturalisti di oggi non volano mai al di sopra di un’aurea (e redditizia) mediocrità. Molti sguazzano nel kitsch. Sono tecnicamente ineccepibili, ma la tecnica non fa l’arte. Dove trovare la medicina per curare l’arte contemporanea, per farla rinascere o per farla nascere per la prima volta? Paradossalmente, questa medicina si trova dentro l’arte contemporanea.

 

Prossima puntata:

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, VI. Oltre il naturalismo e oltre l’astrattismo, la poesia.

lunedì, 13 ottobre 2008

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, IV. L’arte sulla sedia elettrica.

(Mercoledì 12 ottobre)

Secondo alcuni la modernità è morta negli anni Settanta, secondo altri negli anni Ottanta. In ogni caso, negli anni Ottanta del Novecento si comincia a parlare di post-modernismo. Se il modernismo è legato alle ideologie sociali totalitarie, il post-modernismo è legato all’edonismo e al consumismo post-ideologici. La maggior parte degli artisti post-moderni (li definisco post-moderni per comodità) fanno ancora prevalentemente arte concettuale o genericamente contenutista. Ma il concettualismo post-moderno è molto più edonista e commerciale del concettualismo classico di Duchamp e dei suoi epigoni. Gli artisti post-moderni non disprezzano affatto i soldi e il successo. Sono anch’essi relativisti: non credono nell’oggettività della bellezza. Se gli allievi di Duchamp sostituivano la bellezza con i concetti, i post-moderni la sostituiscono col piacere.

Il concetto di “piacere” è centrale nella filosofia estetica degli ultimi due secoli. La scolastica medievale lega l’estetica alla metafisica e alla teologia (vedremo poi). Nel diciottesimo secolo, l’Illuminismo stacca l’estetica dalla metafisica (anzi nega la metafisica, in quanto inaccessibile alla “ragion pura”) e la lega alla teoria del piacere: sensismo. Per i sensisti è bello ciò che provoca “sentimenti di piacere” nella maggior parte degli uomini. Ad esempio, secondo Edmund Burke (vedi A Philosophical inquiry into the origin of our ideas of the Sublime and the Beautiful, 1756) provocano “sentimenti di piacere” gli oggetti piccoli, ondulati, levigati, soffici e dai colori tenui (Burke ha un gusto molto rococò). Da un certo punto di vista, i sensisti pensano che “è bello ciò che piace”. Certo, i gusti degli uomini sono molto vari: quello che piace ad alcuni non piace ad altri e viceversa. Ebbene, i sensisti del diciottesimo secolo non pensavano affatto che tutti i gusti fossero uguali. Essi non erano relativisti in senso moderno. Per i sensisti la bellezza esiste solo dentro l’animo umano, ma esiste. Non esiste come qualità reale degli oggetti ma solo come effetto degli oggetti sull’animo umano e, di conseguenza, come idea degli oggetti belli condivisa da tutti gli uomini. (Invece per gli idealisti la bellezza è una “idea universale” degli uomini che forma la realtà esterna). Come la luce è uguale per tutti, così la bellezza è uguale per tutti. Ma come per vedere la luce ci vuole la vista buona, così per riconoscere l’idea della bellezza ci vuole “buon gusto”. Come non tutti hanno la vista buona, così non tutti hanno buon gusto. Ecco dunque che cosa dicono in sintesi i teorici del sensismo: “è bello ciò che piace agli uomini di buon gusto” (vedi David Hume, La regola del gusto, Laterza, Bari).

L’estetica post-moderna, a mio parere, è un misto di relativismo, di sensismo e di freudismo. Come abbiamo visto, per i sensisti la bellezza non è un “universale” reale ma solo una un universale pensato, una idea universale (fra parentesi, furono i nominalisti, alla fine del Medioevo, a ridurre tutti gli “universali” a semplici idee). Per i relativisti, invece, la bellezza non è né un “universale” reale né una idea universale. In base al relativismo ogni uomo ha la sua propria personale idea di bellezza, la quale coincide col mero gusto. “De gustibus non disputandis”, dicono i relativisti. Se i gusti sono gusti, si può al massimo fare una “hit parade” delle preferenze. Ecco il neo-sensismo relativista in sintesi: “è bello ciò che piace alla maggioranza degli uomini”. Tuttavia è noto che la maggioranza ha cattivo gusto. Ciò che piace alla maggioranza equivale a commerciale, commerciale equivale a scadente. I film e le musiche più commerciali non sono quasi mai i film e le musiche più belli. Beethoven vende meno di Britney Spears.

Ebbene, il valore supremo degli artisti post-moderni è il successo commerciale. Da questo punto di vista, il primo post-moderno (o post-moderno ante-litteram) è stato Andy Warhol. Egli trasformava in arte le icone della cultura di massa. La sua “Pop Art” piaceva veramente a tutti: in quanto “Art”, piaceva agli intellettuali esperti di arte; in quanto “Pop”, piaceva al popolo che si nutre di cultura “pop” ossia “di massa”. Col senno di poi, riconosciamo che l’arte di Warhol e della sua Factory è più “Pop” che “Art”. In effetti, Warhol desacralizza il concetto di arte. Se Duchamp mette un orinatoio sullo stesso piano della Monna Lisa, Warhol mette i barattoli Campbell’s e le scatole del detersivo Brillo sullo stesso piano della “Ultima cena” (Warhol dedicò una litografia al capolavoro di Leonardo). Se qualunque oggetto può diventare arte, chiunque può essere artista: “L’idea pop, dopo tutto, era che chiunque può fare qualunque cosa” (Andy Warhol). Anche Jeff Koons, noto come ex marito di Cicciolina, cerca ispirazione nella cultura di massa. Egli vuole fare un’arte “di cattivo gusto”, e ci riesce. Il vasto pubblico privo di buon gusto corre alle sue esposizioni e le quotazioni delle sue statuine di Michael Jackson, dei suoi coniglietti giganti e dei suoi cuori giganti (che definirli stucchevoli è poco) vanno alle stelle.

Se Warhol e Koons si ispirano alla cultura pop, altri artisti si costruiscono una immagine di “pop star”. La britannica Tracey Emin è una specie di Courtney Love o Emy Winehouse del concettuale. Essa vende ai mass media il suo personaggio trasgressivo, scandaloso e “maledetto” (i filmati su di lei abbondano su You-tube). La gente corre a vedere le sue tende istoriate, i suoi letti sfatti e le sue sculture falliche. Ecco un brano (vietato ai minori di quattordici anni) tratto da una sua intervista: “Ho iniziato una serie di disegni sul sesso anale perché ho avuto una relazione con un ragazzo che non voleva altro da me. Con lui credo di aver fatto del sesso vaginale giusto un paio volte. Era lui a decidere cosa fare, sempre. Io ho subito le sue scelte. (…) Ho anche fatto un video che racconta la mia vita a Margate quando avevo quattordici anni. Allora mi sono fatta un sacco di ragazzi. (…) La storia del mio video è vera, anche se un po’ rimaneggiata. Mi sono divertita un sacco a girarlo. C’è una scena in cui partecipo a una gara di ballo e tutti mi gridano ‘Puttana, puttana’ e io non smetto di ballare, continuo a saltare, a muovermi, così come ho continuato a scopare o a fare l’amore con chi mi piace”.

Come ho detto, l’estetica post-moderna è un misto di relativismo, di sensismo e di freudismo. In effetti, i “sentimenti di piacere” del sensismo si accordano facilmente col “principio di piacere” di Freud. Il padre della psicanalisi lega il “principio di piacere” agli istinti primari della sessualità e dell’aggressività. A suo parere, l’arte deve liberare a livello fantastico gli istinti che la civiltà reprime generando nevrosi. Fedeli al verbo di Freud, gli artisti post-moderni riempiono la loro arte di erotismo e talora di violenza. All’erotismo e alla violenza spicciole, uniscono poi il nichilismo e la dissacrazione delle cose sacre (vedi IL FALLIMENTO… II). Nota bene: il gusto della dissacrazione deplorato da Scruton va spesso insieme al ben più banale gusto dei soldi. La dissacrazione è finalizzata soprattutto al profitto. Se vogliamo, il profitto rende la dissacrazione ancora più dissacrante. La dissacrazione fa vendere. La gente si mette in fila davanti alle casse dei musei per vedere i cadaveri imbalsamati e le sculture falliche. Per attirare l’attenzione dei media e farsi pubblicità, ad un artista insignificante (nel caso lo si possa ancora chiamare artista) basta esporre una rana crocifissa.

Ha detto di recente il grande critico francese Jean Clair: “La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in luna park. (…) In nome del denaro, l’arte è ridotta ad evento per attirare le folle. Ma così i musei diventano luoghi di divertimento più che di conoscenza. (…) Il pubblico è attratto dall’arte contemporanea, perché le opere sono curiose e bizzarre. (…) Senza dimenticare che molte opere recenti, passato lo shock della scoperta, qualche anno dopo ci sembrano inguardabili. E ciò nonostante le loro quotazioni. (…) Gli acquisti si fanno durante le aste pubbliche di Christie’s o Sotheby’s, vale a dire in un sistema dominato esclusivamente dal denaro. (…) Gli acquisti si fanno per telefono, anonimamente, per fare un investimento finanziario. così molte opere raggiungono valutazioni impensabili e senza alcun rapporto col loro valore artistico. (…) I giudizi della critica sono ininfluenti in una realtà dominata dagli investimenti speculativi. Il mondo dell’arte sembra essere in preda della stessa follia che ha prodotto la crisi dei subprimes” (Repubblica, 1 febbraio 2008).

Le gallerie e i musei diventano luna park, baracconi, tunnel dell’orrore in cui appaiono teschi umani ricoperti di carne tritata, teschi di pentole, statue di bambini impiccati, squali in salamoia, cadaveri umani scuoiati e imbalsamati, donne nude, statue di adolescenti nudi con dei grossi genitali in testa, crocifissi immersi nell’urina e rane crocifisse. Ma perché non trasferire direttamente pezzi di luna park dentro i musei? Detto e fatto. Quest’estate una galleria milanese ha cercato di comprare il famoso manichino sulla sedia elettrica rimosso dal luna park dell’idroscalo, a Segrate.

Quel tragico manichino sulla sedia elettrica diventa quasi un simbolo. L’Occidente ha condannato a morte l’arte, ha condannato a morte la bellezza. Condannando a morte la bellezza, ha condannato a morte se stesso. Senza bellezza non si vive, non si respira. Non ci si difende, senza bellezza. E infatti l’Occidente soccombe ai suoi nemici.

 

Prossima puntata:

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA V. La sfida della bellezza e la tentazione del passatismo.

P. S. Non so quanti leggono i miei post. Dopo averli pubblicati, ho sempre dei ripensamenti. Non so che farci, è più forte di me. Quasi tutti i post di questo blog sono rimaneggiati rispetto alla prima pubblicazione. Ci sono aggiunte o anche solo correzioni formali. Questi quattro post sull’arte contemporanea li rimaneggio praticamente ogni giorno (ne seguiranno altri due, più alcuni corollari in futuro). Il più rimaneggiato è il primo (mi ero accorta che il concetto di “spirituale” non era ben chiarito). Il post qui sopra l’ho ampliato adesso. Forse qualcuno troverà strano che io mi metta a parlare di arte dopo avere parlato di crisi dell’Occidente. In realtà la crisi arte è al cuore della crisi dell’Occidente. Questi li considero i miei post più importanti in questo blog. E anche se pochi li leggono e pochi li apprezzano, non importa. Il mio è un blog per pochi ma buoni. Come accenno in questo post, la grandezza e la bellezza non sono direttamente proporzionali all’indice di gradimento del pubblico.

lunedì, 06 ottobre 2008

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, III. Fra incomunicabilità e commercio, lo strapotere della critica.

Nel primo post sull’arte contemporanea abbiamo visto che gli astrattisti, e in genere tutti i formalisti, credono ancora nell’esistenza della bellezza. Sono gli ultimi idealisti, gli ultimi romantici. Nel secondo post abbiamo visto che i concettuali, e in generale tutti quelli che chiamo “contenutisti”, si disinteressano della bellezza. Essi sono essenzialmente relativisti. Per il relativismo filosofico la bellezza, la verità e il bene sono solo opinioni individuali. Prima dell’avvento del relativismo universale, tutti i teorici dell’arte (compresi i teorici dell’astrattismo) pensavano, ingenuamente, che l’ingrediente fondamentale dell’arte fosse la bellezza. Pensavano che la bellezza stesse all’arte come la farina sta al pane. Se togli la farina, che ne rimane? Ebbene, i relativisti pretendono di togliere la bellezza dall’arte. Che cosa mettono nell’arte al posto della “farina” della bellezza? Essenzialmente due cose: i concetti (linea di Duchamp) e il piacere (postmdernismo). Il piacere lo vediamo dopo, adesso torniamo ai concetti.

Come abbiamo visto nel post precedente, Duchamp prende un orinatoio qualunque e ci “appiccica” sopra un “concetto”. Ma appunto, questo “concetto” non appartiene all’orinatoio medesimo. Gli orinatoi, normalmente, non ci comunicano assolutamente nulla, ci limitiamo ad usarli (gli uomini, intendo). Dunque il “concetto” di Duchamp sta all’orinatoio-fontana come un’etichetta sta ad un barattolo. Questo concetto-etichetta è appiccicaticcio, basta poco per lavarlo via. Oltretutto, è difficile da leggere. Tutta l’arte concettuale-contenutista è difficile. Ha bisogno di una categoria di interpreti ufficiali: i critici. In realtà, i critici non sono semplicemente coloro che interpretano le opere, ma coloro che costruiscono il significato delle opere. L’opera diventa vuoto a perdere, il critico un fabbricante di contenuti verbali. Più che gli artisti, l’arte la fanno i critici. Tanto è vero che gli artisti passano in fretta, mentre i critici restano e diventano delle vere e proprie star. Come Duchamp rende magico un oggetto qualunque semplicemente firmandolo, così il critico-star rende “magico” un artista qualunque scrivendone una recensione entusiasta oppure invitandolo alla Biennale (perché tutti i critici-star sono diventati, a turno, direttori della Biennale, naturalmente a spese dei contribuenti). Quando il critico smette di parlare della sua opera, l’artista torna nell’anonimato. Il critico diventa una specie di artista concettuale: la sua intera vita è una “performance” in cui egli dà e toglie gloria agli artisti secondo il suo capriccio.

In effetti, lo strapotere della critica è la naturale conseguenza del relativismo. Secondo il relativismo, ogni oggetto può diventare arte perché la bellezza non esiste. Marcel Duchamp ha messo un orinatoio qualunque sullo stesso piano della Monna Lisa di Leonardo (dopo avere firmato un orinatoio, ha messo i baffi su una riproduzione della Monna Lisa). Fra i milioni di oggetti fabbricati da milioni di autoproclamatisi artisti, quali meritano di entrare nelle gallerie e nei musei? Ma è semplice: lo decidono i critici-star secondo il loro ineffabile e insindacabile giudizio. Secondo Germano Celant, uno dei più famosi critici-star degli ultimi decenni, in arte non esistano valori, a parte uno: “essere contemporanei”. E chi è veramente contemporaneo secondo Germano Celant? Ma è semplice: chi piace a Germano Celant.

Fino alla fine degli anni Ottanta, l’arte concettual-contenutista delle Biennali era fruita quasi esclusivamente da una élite di intellettuali o pseudo-intellettuali perlopiù sinistrorsi. Se volevi sembrare una persona intelligente e aggiornata, se non volevi sembrare un cretino, dovevi fingere di cadere in deliquio davanti alle pareti bianche, alle sedie vuote, ai sassi sparsi per terra e ai buchi sul muro esposti alle Biennali (rivedersi Alberto Sordi alla Biennale del 1978 nel film “Le vacanze intelligenti”: http://www.youtube.com/watch?v=lj438bBpX9w). Tornano in mente le parole della filosofa Ayn Rand: “per dimostrare di possedere le doti speciali che solo la mistica élite possiede, la popolazione fa a gara per prodursi in sonore esclamazioni in lode di una tela cosparsa di macchie” (A. Rand, La virtù dell’egoismo, Liberlibri, p. 153).

 

Prossima puntata:

IL FALLIMENTO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, IV.  L’arte sulla sedia elettrica.