LA LEGGE SUL DIVORZIO E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

LUI SI E’ TOLTO LA VITA.

QUELL’ALTRO, INVECE, E’ STATO TRASCINATO VIA DAI CARABINIERI SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO.

TUTTI GLI ALTRI MILIONI DI FIGLI DI GENITORI DIVORZIATI, INVECE, VIVONO MALE E CRESCONO MALE SENZA FINIRE SUI GIORNALI.

RICERCHE SOCIOLOGICHE ACCURATE CONDOTTE NEGLI USA DIMOSTRANO SENZA OMBRA DI DUBBIO CHE IL DIVORZIO DEI GENITORI PRODUCE NEI FIGLI DEI DANNI PSICO-PATOLOGICI CHE NON POSSONO ESSERE MAI SANATI, NEPPURE DOPO ANNI E ANNI DI PSICOTERAPIA.

FRA I TANTI ATRI PROBLEMI, I FIGLI DEI DIVORZIATI SONO DIECI VOLTE PIU’ INCLINI DEGLI ALTRI ALLA TOSSICODIPENDENZA E AL SUICIDIO.

E TUTTO PER COLPA DEI GENITORI, CHE INVECE DI SUPERARE LE FATICHE DELLA CONVIVENZA, E DARE NUOVA LINFA AL LORO AMORE RINSECCHITO, PREFERISCONO CORRERE DIETRO A NUOVI PATETICI E OSCENI AMORI, NELL’ILLUSIONE DI TORNARE AD AVERE VENTI ANNI.

E IL POVERO FIGLIO E’ COSTRETTO A VEDERE LA MAMMA CON UN NUOVO FIDANZATO E IL PAPA’ CON UN NUOVA FIDANZATA, NATURALMENTE PIU’ GIOVANE DELLA MAMMA.
ASPETTO SOLO CHE VENGA CONDOTTO UNA STUDIO SCIOLOGICO ALTRETTANTO ACCURATO DEL PRECEDENTE CHE DIMOSTRI CHE NON SOLO I FIGLI, MA ANCHE GLI STESSI GENITORI DIVORZIATI VIVONO MALE, ANCHE SE SI ILLUDONO DI STARE MEGLIO CON I LORO NUOVI RIDICOLI AMORI.

//

Annunci

8 commenti su “LA LEGGE SUL DIVORZIO E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

  1. Infatti i popoli piagati dal divorzio sono tutti, guarda caso, sull’orlo del suicidio demografico.
    aggiungo questo straordinario articolo:

    di Francesco Ramella

    Tanti hanno pensato a Norberto Bobbio, qualcuno ha indicato Indro Montanelli, ma in diversi hanno anche indovinato che l’autore dell’articolo contro il divorzio era Piero Ottone. L’articolo è apparso il 28 novembre 1964 su Il Corriere della Sera, giornale di cui Ottone divenne poi direttore. E lo era ancora, nel 1974, quando il quotidiano milanese, in occasione del referendum, si schierò contro l’abrogazione della legge sul divorzio. Ecco comunque una riflessione a quarant’anni dall’approvazione della legge.

    Il 1 dicembre del 1970 il Parlamento italiano approvava definitivamente la legge sul divorzio. Otto anni più tardi veniva depenalizzato l’aborto. Simile nei due casi l’argomento portato a sostegno dei due provvedimenti legislativi: la volontà di portare alla luce del sole una realtà preesistente, regolamentarla e ridurne la dannosità. Del tutto fuorviante era peraltro l’identificazione del problema nel caso dell’aborto; ci si limitava infatti a considerare le conseguenze negative del fenomeno per le donne e non, prioritariamente, quelle per gli esseri umani che venivano soppressi. Come se, nel caso di una rapina a mano armata, il bene primario da tutelare fosse la salute del rapinatore e non la vita degli assaliti.

    A quasi trent’anni dalla promulgazione della 194, i sostenitori della legge continuano a difendere la bontà del provvedimento sulla base della constatazione che, dopo la depenalizzazione, il ricorso all’aborto è diminuito. Ma è un argomento che non regge alla verifica empirica. Non è affatto vero che la legalizzazione abbia portato ovunque ad una diminuzione del ricorso all’aborto. Se in Italia il numero di aborti legali è aumentato dai 187mila casi del 1979 fino ai 228mila nel 1994 per poi ridursi ai 117mila casi del 2009, in altri Paesi l’evoluzione è stata assai differente. Né la Francia né il Regno Unito, ad esempio, negli ultimi trent’anni hanno fatto registrare un calo del tasso di abortività (numero di aborti per mille donne in età fertile); e in Svezia, lontanissima dalla “nefasta” influenza della Chiesa cattolica e patria dei “diritti alla salute riproduttiva”, negli ultimi dieci anni il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è aumentato di oltre il venti percento ed il tasso di abortività è oggi doppio rispetto a quello italiano.

    A non voler pensare male, chi sostiene che la diminuzione del ricorso all’aborto sia conseguenza della sua legalizzazione, commette la classica fallacia del post hoc, propter hoc. Ma, alla luce dello stesso criterio di valutazione, quale conclusione dovremmo trarre con riferimento al divorzio? Come scriveva Piero Ottone sul Corriere della Sera del 28 novembre 1964: “conosciamo benissimo gli argomenti a favore del divorzio. Marito e moglie non vanno d’accordo; diventano nemici l’uno dell’altra; si irritano a vicenda in ogni momento della giornata, a ogni parola che dicono. Perché costringerli a rimanere insieme fino all’ultimo dei loro giorni? A un certo momento vi è la possibilità che il marito si innamori di un’altra donna, o la moglie di un altro uomo, o tutt’è due le cose insieme, e allora si creano quelle che si chiamano comunemente situazioni “false”. Il divorzio ha il vantaggio di riparare l’errore di un matrimonio sbagliato e permette di ricominciare”.

    Ma, proseguiva l’allora editorialista del Corriere, “il divorzio presenta uno svantaggio ancora maggiore. Esso uccide, o riduce fortemente, la volontà dei coniugi di compiere ogni possibile sforzo per salvare un matrimonio pericolante. Dobbiamo ricordare innanzitutto che ogni matrimonio, prima o dopo, corre qualche serio pericolo. Che cosa succede in questo momento pressoché inevitabile in qualsiasi unione matrimoniale, se esiste la possibilità del divorzio? La possibilità di uscire da una stanza in cui si sta scomodi genera un potente, quasi irresistibile desiderio di uscire, senza tentare di rendere quella stanza, quanto più possibile, comoda e abitabile. Ne consegue che l’istituto del divorzio, anche se ha il vantaggio di sanare di tanto in tanto le situazioni insostenibili, ha il gravissimo difetto di indebolire la fibra morale dei cittadini. Esso fa di loro, uomini e donne, persone che fuggono davanti alle difficoltà, e non persone che le affrontano con coraggio”.

    Netta la conclusione di Ottone: “Lo Stato, per la salvezza della famiglia, che è un istituto di importanza ovvia, e per la felicità della maggioranza dei cittadini, fa quindi bene a non permettere il divorzio, anche se questo sacrifica l’esistenza di una minoranza verso i quali tutti sentiamo, si capisce, una profonda comprensione”. A quaranta anni di distanza possiamo dire che le previsioni di Ottone si sono pienamente avverate.

    Come noto, il numero di separazioni e di divorzi è in costante ascesa: nel 2008 si sono registrati oltre 54mila divorzi a fronte dei 27mila del 1995 (le separazioni sono aumentate da 52 mila a 94mila); nello stesso periodo il tasso di divorzio è cresciuto da 79 a 179 per mille matrimoni (quello delle separazioni da 158 a 285). Qualcuno può davvero sostenere che le conseguenze negative della legalizzazione non siano state assai più gravi del male cui si voleva porre rimedio?

    francesco.ramella@libero.it

    Divorzio, chi aveva previsto tutto…
    09-12-2010

    Se fossi vissuto sempre in Italia probabilmente sarei un divorzista. Ho invece trascorso una quindicina di anni in paesi nei quali vige il divorzio (sappiamo del resto che vige quasi ovunque). Sulla base di quel che ho visto e sentito, ho acquistato alcune convinzioni che cercherò di riassumere, e che sono, comunque, contrarie al divorzio.

    Sono profondamente convinto che lo Stato deve regolare l’istituto del matrimonio secondo i propri criteri politici, sociali e morali, senza subire l’interferenza di enti esterni, e quindi neanche della Chiesa cattolica. Lo Stato deve essere altrettanto libero e autonomo nella sfera del matrimonio civile, quanto lo è la Chiesa nella sfera del matrimonio religioso. Eppure rimango d’avviso che il divorzio sia sconsiglabile. Non già perché contrasti con la morale cristiana, che rispetto, ma che non intendo prendere in considerazione. Bensì perché lo ritengo nocivo, nel complesso, alla società.

    Conosciamo benissimo gli argomenti a favore del divorzio, e chiunque sia stato sposato per qualche anno si sarà sorpreso a rimuginarseli in testa. Marito e moglie non vanno d’accordo; diventano nemici l’uno dell’altra; si irritano a vicenda in ogni momento della giornata, a ogni parola che dicono. Nessuno vorrà sostenere che la loro vita sia molto piacevole. Perché costringerli a rimanere insieme fino all’ultimo dei loro giorni? I bambini crescono in un’atmosfera burrascosa, carica di elettricità. A un certo momento vi è la possibilità che il marito si innamori di un’altra donna, o la moglie di un altro uomo, o tutt’è due le cose insieme, e allora si creano quelle che si chiamano comunemente situazioni “false”: separazione dei coniugi, conseguente convivere illegale (con varianti messicane). Conosciamo tutte queste cose.

    Il divorzio ha il vantaggio di riparare l’errore di un matrimonio sbagliato e permette di ricominciare. D’accordo. Ma presenta anche uno svantaggio che è, a mio avviso, ancora maggiore. Esso uccide, o riduce fortemente, la volontà dei coniugi di compiere ogni possibile sforzo per salvare un matrimonio pericolante. Dobbiamo ricordare innanzitutto che ogni matrimonio, prima o dopo, corre qualche serio pericolo. Uomini e donne sono troppo diversi gli uni dagli altri per andare costantemente d’accordo e la vita in comune sotto lo stesso tetto produce sempre qualche profonda irritazione (anche tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli, eccetera).

    Succede dunque che gli sposini, a un bel momento, hanno l’impressione di capirsi un po’ meno di prima, poi di non capirsi per niente, e alla fine sono colti dal sospetto di non essere fatti, come si dice con altra frase ormai di uso comune, l’uno per l’altra. Che cosa succede in questo momento pressoché inevitabile in qualsiasi unione matrimoniale, se esiste la possibilità del divorzio? Quel che succede l’ho visto in Inghilterra, in Germania, in Scandinavia. La possibilità di uscire da una stanza in cui si sta scomodi genera un potente, quasi irresistibile desiderio di uscire, senza tentare di rendere quella stanza, quanto più possibile, comoda e abitabile. E ogni indebolimento della volontà dei coniugi è gravissimo, anzi fatale, perché, nei matrimoni davvero pericolanti, solo un grande sforzo da parte di entrambi, senza indecisioni e incertezze, può salvarli.

    Ne consegue che l’istituto del divorzio, anche se ha il vantaggio di sanare di tanto in tanto le situazioni insostenibili, ha il gravissimo difetto di indebolire la fibra morale dei cittadini. Esso fa di loro, uomini e donne, persone che fuggono davanti alle difficoltà, e non persone che le affrontano con coraggio. Il danno si ripercuote su tutta la vita sociale. L’indebolimento, inoltre, si ripete a ogni successivo matrimonio di chi si sia già divorziato. L’esperienza dei paesi col divorzio conferma quanto sa benissimo ogni studioso di psicologia. Le difficoltà del primo matrimonio risorgono quasi immutate nel secondo, perché la loro causa fondamentale non risiede nel partner, cioè nell’altro coniuge, bensì in noi stessi.

    In parole povere: ogni moglie, e ogni marito, prima o dopo rivela qualche tratto irritante. Il matrimonio felice non consiste nella ricerca del partner privo di peculiarità irritanti, perché tale essere umano non esiste: bensì nella nostra capacità di sopportare l’irritazione e, a poco a poco, di eliminarla con un miscuglio di diplomazia, di serenità, di pazienza e di fermezza; insomma di “saper vivere”. Ma è proprio questa capacità che il divorzio attenua e distrugge. Là dove vige il divorzio è più facile, come in Scandinavia, la gente passa di matrimonio in divorzio tutta la vita. Vi risparmio la descrizione delle conseguenze per i figli, perché furono descritte già migliaia di volte…

    Sono convinto che l’assenza di divorzio non può salvare tutti i matrimoni, ma ne salva molti che altrimenti finirebbero male. Lo Stato, per la salvezza della famiglia, che è un istituto di importanza ovvia, e per la felicità della maggioranza dei cittadini, fa quindi bene a mio avviso a non permettere il divorzio, anche se questo sacrifica l’esistenza di una minoranza verso i quali tutti sentiamo, si capisce, una profonda comprensione”

    (Questo articolo è stato pubblicato il 28 novembre 1964)

  2. Sì, strano ma vero, sono d’accordo: non si riflette mai abbastanza sulle conseguenze che un divorzio può avere sui figli, per i quali può diventare un punto di non ritorno.

    • Questo è un caso limite. Da che mondo è mondo, i casi limite non provano nulla contro una legge morale o legale. Comunque, per casi limite di questo tipo (manie omicide di uno dei due sposi, alcolismo ostinato, pazzia pericolosa eccetera) la Sacra Rota concede lo scioglimento. In questo caso, la famiglia purtroppo è rimasta isolata, e così nessuno ha potuto accorgersi dei loro problem e aiutarli in tempo.

  3. La vera questione è che bisognerebbe riflettere molto attentamente prima di sposarsi, prima di avere figli, prima di divorziare. Invece troppo spesso le riflessioni in merito sono poche, o peggio, inesistenti e ciò poi crea problemi enormi a posteriori che talvolta possono anche trasformarsi in abomini.

Non ti preoccupare se il tuo commento va in moderazione. Dal momento che ho poco tempo e molti problemi, sono costretta a bloccare i commenti di certe persone disoneste che, in passato, mi hanno fatto perdere troppo tempo con la loro bassa sofistica. Ma se ti esprimi in maniera civile, pacata e onesta, se non hai il vizio di aggredire i blogger con raffiche di sofismi, buoni soltanto per sciupare il tempo, le tue opinioni, le tue obiezioni e anche le tue critiche sono molto, molto gradite. Non serve l'indirizzo mail, basta il nome o, a scelta, un nick-name.

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...