L’ORRORE SOPRANNATURALE. Lo splatter è pornografia della violenza, l’horror invece è poesia

Per una volta, parliamo di cinema. Anzi, parliamone più spesso. Due mesi fa in un centro commerciale ho preso il dvd di Inferno di Dario Argento solo perché  era in offerta al prezzo record di 4.90 euro.  Ebbene, quell’acquisto mi ha aperto un mondo… Negli anni del liceo rimanere alzata fino ad ora tarda per vedere in televisione i film horror mi faceva sentire grande. Ricordo che una sera d’estate, mentre  eravamo sole in una casa piuttosto isolata sulle dolomiti, io e mia sorella vedemmo Suspiria… e non mi sono più ripresa dallo spavento. Poi, dopo la fine dell’adolescenza, ho perso interesse per la produzione di Dario Argento e, più in generale, per  l’horror. Comunque, Inferno mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di comprare un altro film di Argento. La mia scelta è caduta su Tenebre, che ho trovato in offerta a 7.90 euro . Anche Tenebre è un gran bel film, ma Inferno mi piace di più.  Confrontando i due film, ho capito alcune cose sull’horror e sullo splatter.

Devo premettere che io detesto il cosiddetto “splatter” o “gore” che dir si voglia. Non metto in dubbio che in molti film horror,  che per fortuna non ho visto, di “splatter” ce ne sia molto più che nei film di Argento, ma per i miei  gusti quel tanto che ce n’è nei film di Argento è  fin troppo. Ho la netta impressione che le scene  di violenza sanguinaria  siano concepite per  risvegliare e lusingare a fini di lucro la parte oscura, sadica e animale, degli spettatori. Ma per fortuna, non in tutti si risveglia. Quando guardi  la rappresentazione cinematografica un omicidio molto cruento, non importa se frutto d’immaginazione o “tratto da una storia vera”, non puoi rimanere neutrale: a livello inconscio tenderai ad immedesimarti con la vittima oppure col carnefice. Se ti immedesimi con la vittima, come normalmente capita a me, ti sembra  di sentire le ferite addosso e quindi non puoi provare nessun diletto. L’unica maniera per difenderti da quella insopportabile sensazione è chiudere gli occhi. Ne deduco che per provare diletto sia necessario immedesimarsi col carnefice, che in altri termini  per amare lo splatter sia necessario essere un poco sadici. Naturalmente, non tutti sono poco o molto sadici. Se è vero infatti che, a causa del peccato originale, in qualche oscuro anfratto dell’inconscio di ciascuno di noi c’è un piccolo marchese De Sade, nella maggior parte di noi dorme. E’ sveglio solo in quelli che  liberamente e consapevolmente  lo svegliano: l’ultima parola spetta sempre al libero arbitrio. Tuttavia, il liberto arbitrio non è immune dagli influssi ambientali. Nel nostro caso, gli spettacoli a base di troppa violenza solleticano nel “paziente” certi impulsi dormienti e poi il “paziente” può decidere di risvegliare del tutto.

Certo, esiste anche la possibilità che lo spettatore non soffra con la vittima né goda col carnefice, ma si limiti a osservare la scena dall’esterno, con un misto di distacco ludico e di morbosa curiosità. Egli vuole dimostrare a sé stesso e agli altri di saper guardare l’orrore con coraggio,  senza chiudere mai gli occhi. Insomma, egli vuole sentirsi un vero “duro”. Dal momento che li fa sentire dei “duri”, per gli adolescenti la visione di film horror rappresenta quasi un rito di iniziazione. Ma in ogni caso, credo che da parte degli spettatori l’atteggiamento di  morbosa curiosità sia meno frequente dell’atteggiamento sadico.

Esagero se parlo di pornografia della violenza? Lo splatter non ha soltanto un fondo sadico: è anche espressione di quel gusto della dissacrazione che, secondo Roger Scruton, attraversa la maggior parte della produzione artistica e cinematografica contemporanea.  Scruton sostiene che dietro  il gusto della dissacrazione delle cose sacre ci sia la volontà di liberare se stessi dal “peso” di quegli atteggiamenti di sacrificio, di abnegazione e in generale  di serietà nei confronti della vita  che  le cose sacre richiedono all’uomo. Per liberarsi dunque dall’obbligo di essere seri nella vita ed abbandonarsi senza rimorsi ai propri bassi istinti, è necessario dissacrare la vita e le altre cose sacre.

Almeno qui in Occidente, è opinione largamente condivisa che ogni persona umana sia una cosa sacra e che, di conseguenza, l’omicidio sia il più grave dei reati. Se la vita umana è la cosa più sacra, l’omicidio è l’atto più intollerabilmente dissacratorio. A questo punto, dobbiamo chiederci se la rappresentazione artistica di questo atto dissacratorio sia anch’essa sempre e necessariamente dissacratoria. No, non necessariamente, come spiegherò subito. Per prima cosa, bisogna sottolineare che l’arte  (e qui con la parola arte alludo, naturalmente, a tutte le arti compresa la settima) ha il compito di interpretare tutti gli aspetti della vita umana: quindi anche la violenza e la morte. Si sarebbe potuto chiedere a Shakespeare di non mettere morti violente nei suoi drammi? Tuttavia, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte, così come c’è modo e modo di rappresentare l’amore sessuale. Ora, non credo ci sia bisogno di spiegare perché rappresentare l’attività sessuale in maniera iper-realistica e particolareggiata sia sbagliato dal punto di vista della morale naturale, che poi coincide con la morale cristiana. Invece, è necessario spiegare perché sia sbagliato anche dal punto di vista artistico. Lo è per almeno due ragioni. La prima è che l’arte non deve fotografare la realtà bensì interpretarla in senso poetico e fantastico (il realismo assoluto è un punto morto per l’arte); la seconda è che la rappresentazione iper-realistica dell’atto sessuale determina nel fruitore un tipo di reazione emotiva, a tutti ben noto, che limita o addirittura impedisce il diletto estetico e poetico. Infatti, l’opera d’arte non deve produrre nel fruitore né un diletto sentimentale qualsiasi né, tanto meno, un diletto sensuale, bensì un diletto estetico  (chi è  all’altezza di tanto alto argomento, si rilegga il brano relativo alla “contemplazione senza possesso” contenuto nella Critica del Giudizio di Kant).  Coinvolgendo sia la sfera razionale che la sfera emotiva del fruitore,  l’esperienza estetica non può non  impregnarsi di sentimenti naturali quali l’amore, la paura eccetera. Ma il diletto estetico in sé stesso rimane distinto da un qualsivoglia diletto di natura sentimentale-emotiva, direttamente o indirettamente legato alla sfera sessuale  (per questo un’arte “sentimentale” è un’arte volgare:  è basso romanticismo, melodramma, fotoromanzo, soap opera…). Se il diletto estetico può dunque legarsi, sebbene indirettamente, alla sfera dei sentimenti, invece non può mai e poi mai compromettersi, pena l’annullamento, con quei bassi istinti che hanno a che fare con l’oscenità.

Non escludo che un bravo e ben intenzionato regista possa essere in grado di dirigere una scena di sesso esplicito in maniera ineccepibile dal punto di vista estetico, che sappia riempirla di altissimi significati poetico-filosofici (Bertolucci ci ha provato con Ultimo tango a Parigi). Ma anche nella scena di sesso  più artistica che sia possibile immaginare  l’eccessivo realismo finrebbe inevitabilmente con l’annullare tutti i valori estetici e tutti i significati poetico-filosofici, facendo franare il tutto nella pornografia. Infatti, il realismo sessuale  solletica nel fruitore bassi istinti che finiscono per distrarlo dall’atto della contemplazione estetica, rendendolo così poco o niente ricettivo  nei confronti dei valori propriamente artistici.  Per fare un esempio celebre, credete che gli intellettuali che nel 1972 correvano a vedere Ultimo tango a Parigi fossero più colpiti dalla poetica di Bertolucci che dalle graziose nudità della protagonista? Insomma, censori avevano qualche buona ragione per intervenire.

E come dunque esiste una pornografia del sesso, così esiste una pornografia della violenza. Rappresentare la violenza e l’omicidio in maniera iper-realistica e particolareggiata è sbagliato sia dal punto di vista della morale che da quello  dell’arte. E’ sbagliato moralmente perché, come ho detto, solletica la parte sadica dello spettatore (e fra parentesi, se è vero che per essere sadici bisogna volerlo, è altrettanto vero che siamo capaci di resistere a tutto fuorché alle tentazioni e quindi chi ha orecchie per intendere intenda che il cineasta che espone gli spettatori a delle tentazioni non è senza peccato). E’ sbagliato artisticamente perché l’arte non deve riprodurre ma interpretare. Quindi, in linea di principio lo splatter e il gore sono agli antipodi dell’arte. La rappresentazione iper-realistica e particolareggiata di un atto sommamente dissacratorio come un omicidio efferato è essa stessa dissacratoria, oltreché anti-artistica. Una scena in cui è rappresentata in maniera iper-realistica  la distruzione di una persona umana, la trasformazione di un corpo vivificato dall’anima in carne morta, esprime non soltanto del banale sadismo ma anche una visione nichilista in cui la persona umana, che è immagine e somiglianza di Dio, perde totalmente di valore.

Come dicevo, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte. Stabilito dunque che rappresentarle in maniera iper-realistica è contrario sia alle ragioni della morale che a quelle dell’arte, è facile concludere che la morale e l’arte impongono di rappresentarle con meno realismo e più stile. Se dovessi scegliere  due sole parole per spiegare che cosa significa in concreto ” meno realismo e più stile”,  direi: meno dettagli. Il vero artista non “fotografa” tutti i dettagli dell’oggetto (per questo c’è già la fotografia): rappresenta a modo suo  solo  quelli più significativi. Analogamente, un vero regista deve essere in grado di rappresentare solo i dettagli più significativi  di un omicidio, occultando quelli che non è bene mostrare. Per suscitare un sentimento di orrore, cosa che è essenziale nel genere horror, c’è davvero bisogno di mostrare lo strazio delle carni? Io non credo.

Ma a questo punto bisogna anche distinguere fra splatter e macabro.  Dal Frankenstein di Mary Shelley (1818) ai Racconti di Edgar Allan Poe fino al Dracula di Bram Stocker, la letteratura del migliore romanticismo e del migliore decadentismo (da distinguere sempre dal basso romanticismo e post-romanticismo melodrammatico) è attraversata dal gusto per il macabro, che da vocabolario è “ciò che desta orrore, funereo, raccapricciante”. In generale, è macabro ciò che è legato alla morte, ai cadaveri, ai cimiteri, ai fantasmi. Ma appunto, anche in virtù del fatto che la parola scritta è per definizione meno realistica della fotografia, nella letteratura macabra romantica  troviamo sempre  “meno realismo e più stile”. Lo scrittore macabro – e qui penso soprattutto ad Edgar Allan Poe – non mira a solleticare pulsioni sado-masochistiche bensì a suscitare dei sentimenti naturali di orrore e spavento e, con essi, a destare l’intuizione tipicamente romantica di un mistero sopra-razionale. Ossessionato dal male e dalla morte, lo scrittore  macabro è naturalmente orientato alla fede, e non importa che alla fede poi riesca davvero ad arrivarci. L’importante è che susciti comunque nel lettore delle angosce cui solo la fede può porre rimedio, delle domande cui solo Dio  può rispondere.

Trovo che Inferno sia un film intimamente romantico. Peccato per le scene splatter. Dal mio opinabile punto di vista, le scene splatter non solo non aggiungono nulla ma forse tolgono qualcosa al film. Sono sicura che Argento non sia un sadico e non voglia lusingare la parte sadica di noi spettatori. Probabilmente, vuole che noi spettatori ci immedesimiamo non con i carnefici ma con le vittime, che soffriamo con le vittime. Nelle sue intenzioni, le sequenze a base di armi da taglio, carni squarciate, schizzi e colate di sangue dovrebbero servire soltanto a moltiplicare il nostro spavento, a fargli raggiungere il diapason al termine di un crescendo di tensione.  Tuttavia, una cosa sono le intenzioni e una cosa sono i fatti. Ebbene, nei fatti la rappresentazione realistica  dello strazio delle carni non può non compromettersi col gusto della dissacrazione di cui si è detto, e non è escluso che in taluni soggetti possa risvegliare pulsioni sado-masochistiche.

Oltretutto, la sceneggiatura è il vero punto debole di Inferno: gli omicidi sono troppi e hanno troppo spazio per un solo film. Più che altro, il “plot” consiste un una sequenza di scene di omicidio e poco altro. Ma  le carenze della sceneggiatura e la poca coerenza logica sono ampiamente riscattate dalla potenza visionaria delle immagini. In Inferno le “location” gotiche (fra cui riconosciamo piazza Mincio a Roma), le scenografie degli interni e perfino gli arredamenti hanno quasi più importanza dei personaggi, sono quasi personaggi. Investiti da una miscela sapiente di luci colorate (specialmente rosse e blu), i luoghi assumono caratteri onirici. I personaggi si aggirano fra appartamenti tanto lussuosi quanto cupi, biblioteche e librerie piene di misteri, corridoi e stanze che aprono su altri corridoi e altre stanze e poi scale, cunicoli e sotterranei sconfinati che sembrano prolungarsi fino, appunto, all’inferno. I sotterranei  in rovina, labirintici e oscuri,  ingombri di vecchi oggetti e spesso invasi dall’elemento liquido, alludono in primo luogo ai sotterranei dell’inconscio e più in generale alla sfera interiore ed emotiva. Noto per inciso che in molti capolavori del cinema post-moderno troviamo sotterranei in rovina e bassifondi urbani degradati, perennemente bagnati (l’acqua è simbolo per antonomasia dell’elemento femminile). Essi alludono chiaramente  alla dimensione emotiva e irrazionale dell’uomo, che prende il sopravvento dopo il crollo delle certezze del razionalismo modernista.  La ragione modernista fallisce perché non sa guardare oltre la natura. E appunto, in Inferno è presente la dimensione soprannaturale, che invece è totalmente assente in Tenebre.

A mio parere, due film di horror soprannaturale come Inferno e Suspiria sono molto più terrificanti di due thriller a sfondo psicanalitico come Tenebre e Profondo rosso. L’elemento soprannaturale, infatti, fa penetrare la lama del terrore molto più in profondità nell’anima. Certo, la cosa è curiosa. La scena in cui una ragazza viene inseguita da un maniaco psicolabile  armato di accetta (Tenebre) dovrebbe fare più paura della scena in cui, durante una tempesta, un braccio che di umano ha ben poco rompe dall’esterno i vetri della  finestra di una stanza sul terzo o quarto piano  di un palazzo (Suspiria) o della scena in cui due mani altrettanto poco umane  sbucano all’improvviso da dietro un pesante tendaggio (Inferno). Infatti, nella vita reale ti può sempre capitare di incontrare un maniaco omicida munito di arma da taglio, o un balordo pronto a farti fuori solo per prenderti il portafoglio, mentre ho ragione di dubitare che a qualcuno possa capitare di vedere materializzarsi certe paure infantili sul mostro in agguato dietro le tende o dietro le finestre. Ho ragione di credere che a nessuno capiterà mai di incappare in una mater tenebrarum o in una combriccola di streghe sanguinarie dotate di veri poteri soprannaturali, mica ciarlatane del Wicca. Dirò di più: le streghe e altri personaggi soprannaturali ci fanno molta più paura del maniaco “naturale” anche quando non uccidono. Ad esempio, in Shining di Stanley Kubrick c’è da una parte lo scrittore (Jack Nicholson) che scende lentamente negli inferi della follia omicida, dall’altra ci sono dei fantasmi che non uccidono mai.  Eppure, le misteriose presenze che inspiegabilmente appaiono in diverse occasioni in diversi punti del leggendario Overlook hotel fanno molta più paura del maniaco sanguinario munito di accetta. Analogamente, la scena di Suspiria in cui una strega dorme dietro un lenzuolo bianco è una delle scena più terrificanti di sempre. Eppure tutto quello che vediamo è l’ombra cinese della strega e tutto quello che udiamo è il suo respiro cavernoso: e  non  una goccia di sangue. Riflettendo sulla strega dietro il lenzuolo e sui fantasmi nell’albergo capiamo che lo splatter non aggiunge nulla al terrore, quello vero, quello profondo, quello che tocca i fondali  inesplorati dell’inconscio, ma anzi forse toglie qualcosa. In Inferno e in Suspiria gli squartamenti – chiamiamoli così – sono eccessivamente materiali, a loro modo triviali, e quindi un poco rovinano la splendida atmosfera onirica, impregnata di mistero.

Ma bisogna ancora rispondere alla domanda: perché i personaggi soprannaturali fanno più paura dei serial killer? La risposta, in realtà, è semplice: perché il soprannaturale negativo esiste. Le streghe non ciarlatane, le tre madri e pure i vampiri sicuramente non esistono, sono figure letterarie. Ma queste figure riescono a risvegliare in noi  l’intuizione oscura, che non può essere razionalizzata, di una presenza reale che ci cammina sempre al fianco: il Nemico della stirpe umana e le sue legioni. Sto parlando del diavolo.  Da qualche parte nei sotterranei del nostro inconscio c’è un fascicolo segreto con dentro alcuni indizi  dell’esistenza di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza. Non escludo che anche l’ateo Kubrick lo abbia avuto questa intuizione del soprannaturale negativo, anche se evidentemente non ha saputo o voluto andare a fondo di essa. Infatti, nel suo Shining  il maniaco-Nicholson non agisce di sua iniziativa: è manovrato dai fantasmi, che quindi sono più potenti di lui. In una scena sibillina, un fantasma in forma di donna letteralmente lo seduce: infatti il diavolo è tentatore.  E Kubrick ci fa capire che questi fantasmi non se li è inventati il maniaco. Infatti, in una delle scene finali i fantasmi li vede pure la moglie, che nel corso del film è apparsa sempre come una persona equilibrata e concreta, per nulla incline alle allucinazioni. Insomma, al cinema i fantasmi e le streghe ci fanno molta più paura dei molto più verosimili maniaci con armi da taglio  perché a livello inconscio intuiamo che il soprannaturale negativo non solo esiste ma dobbiamo temerlo più della violenza materiale dei maniaci e dei violenti in generale. Infatti, il maniaco di turno puoi sempre sperare di fregarlo, come in Shining il bambino “frega” il padre maniaco con l’astuzia (niente spoiler).  Invece contro il diavolo non puoi nulla. Cosa più importante, intuiamo che il soprannaturale negativo è la radice remota della violenza materiale in tutte le sue forme, come in Shining i fantasmi sono alla radice o, meglio, coltivano la follia del maniaco. Intuiamo che il soprannaturale negativo  è anche alla radice dei nostri piccoli peccati quotidiani.

8 commenti su “L’ORRORE SOPRANNATURALE. Lo splatter è pornografia della violenza, l’horror invece è poesia

  1. Sono d’accordo. Proprio ieri mentre spulciavo con nostalgia i vecchi videogiochi dell’adolescenza mi chiedevo, riguardo ad uno in particolare, perché le scene molto splatter durante i combattimenti non avessero mai fatto impressione. Tuttavia l’ultima parte, quando c’era da affrontare il ‘mostro’ e dove si doveva percorrere un ambiente simil-satanico ma senza affrontare nemici e con solo di tanto in tanto una risatina malefica come sottofondo, mi facesse venire la pelle d’oca.
    Bel blog, complimenti 🙂

  2. Secondo me il fatto che esistano meccanismi mentali che ipotizzano l’esistenza del soprannaturale non può essere considerato eccessivamente importante.
    Per due motivi:
    Uno è che ovviamente credere in qualcosa non è motivo suffficente per dimostrare che quel qualcosa esiste, l’imperfezione intrinseca della mente umana, i suoi limiti sono tali che esistono molte cose che non siamo in grado di capire, e che quindi richiedono costruzioni intellettuali ad hoc, se siano vere o meno da questo punto di vista è secondario.
    Secondo aspetto è che la mia vecchia cultura cristiana da ex catechista mi ricorda che nessun argomento logico può essere decisivo, la fede DEVE essere una scelta libera e dato che qualsiasi argomentazione inoppugnabile sarebbe una costrizione si ritorna alla frase di Cristo “il mio regno non è di questo mondo”.
    Detto questo c’è un aspetto del’ Horror che secondo me è il migliore, che è quello di chi costrusce mondi angoscianti e allucinati nella assoluta convizione che siano solo mezzi per provocare emozioni , senza assolutamente credere minimamente nell’esistenza del soprannaturale, come il grande Lovecraft.
    Insomma godersi mostri e splatter come puro e astratto piacere intellettuale non impedisce poi di essere ragionevolmente e razionalmente persone altruiste, generose e buone, nello stesso modo in cui distribuiore l’eucarestia non ha impedito a qualche prete di usare violenza nei confronti di ragazzini indifesi.
    E sono certo che gli atei che cercano di rendere il mondo migliore per se e per gli altri come me, hanno molte più possibilità di entrare in un ipotetico regno dei cieli dei credenti che poi tradiscono con le loro azioni ciò che sostengono.
    Perchè come diceva Berlicche l’idea di essere dalla parte GIUSTA è un ottima via verso la perdizione…..

    • Oh, ma che bel commentino insipiente in perfetto “stile Pietro”. Mi lecco i bffi.

      “credere in qualcosa non è motivo suffficente per dimostrare che quel qualcosa esiste”

      Granzie al c…, mai detto il contrario in nessuno punto dell’articolo. Anzi l’ho detto e sottolineato: streghe, vampiri, tre madri e compagnia cantante NON ESISTONO. Quindi, sul fatto che avere paura delle streghe tipo Suspiria non dimostri l’esistenza delle streghe non ci piove. Inoltre, non ho detto: noi crediamo in Satana e quindi Santana esiste. Ho fatto una domanda: perché nella nostra mente c’è la paura di inverosimili e inesistenti mostri soprannaturali? E io naturalmente ho dato la mia risposta cristiana: perché questi mostri che non esistono sono come rappresentazioni simboliche del diavolo, che invece esiste.
      Poi so benissimo che gli psicanalisti freudiani tentano di spiegare queste paure, a loro ben note, con argomenti materialistici del tipo: i mostri soprannaturali (streghe e fantasmi eccetera) che crediamo di vedere nel buio sono “simboli inconsci”, rimasti nella parte primitiva del nostro cervello, delle bestie feroci di cui i nostri antenati dovevano temere gli assalti durante la notte. Bel raccontino, non c’è che dire. L’unico problema è che queste spiegazioni in chiave materialistica non possono in nessuna maniera essere sottoposte a verifica, sicché l’interpretazione psicanalitica non ha più scientificità della spiegazione teologica. Tu conosci la maniera di verificare che streghe e fantasmi siano in realtà predatori notturni? E perché il nostro inconscio avrebbe il bisogno di farci credere, ingannandoci, che nel buio potrebbero esserci entità soprannaturali invece di metterci in guardia, in maniera più concreta, dai predatori notturni? In altri termini, perché noi nel buio vediamo lupi mannari invece che banali lupi, streghe invece che comunissimi e realistici ladri col coltello? Tu potrai controbattere, come è stato fatto: vivendo in città, non dobbiamo più temere predatori notturni e il nostro inconscio ha trasformato la memoria remota, ancora presente nella parte primitiva del cervello, dei predatori notturni in immagini di mostri inverosimili. Ma anche questa spiegazione si scioglie subito come neve al sole: nei secoli passati, quando i predatori colpivano perfino dentro le città, era molto più fervido che oggi tutto un immaginario fiabesco e letterario a base di streghe e demoni. Oltretutto, se è vero che di notte non dobbiamo temere i lupi, tuttavia dobbiamo temere criminali di ogni risma, pronti a colpirti anche dentro casa. E perché nel buio continuiamo e vedere streghe e cose tipo il film “Nightmare” invece che i criminali? Come vedi, la “scienza” non riesce a dare una spiegazione convincente delle nostre paure più profonde. E ti informo che la scarsa scientificità della maggior parte delle spiegazioni fornite dalla psicanalisi ormai la riconoscono perfino gli atei più incazzati: vedi l’ultimo libro di Michel Onfray.
      La verità, è che ci sono dimensioni della nostra anima che sfuggono completamente alla psicanalisi e alla scienza in generale. La scienza non può spiegare l’amore, non può spiegare l’odio, non può spiegare la nostalgia, non può spiegare il desiderio di felicità, non può spiegare la bellezza (lo so bene io, he ho studiato la filosofia estetica, che tutti i tentativi di definire scientificamente la bellezza sono franati nel ridicolo). Può dirci tante cose interessanti sugli “enti materiali” ma non può rispondere ad una sola domanda dell’uomo: la domanda di amore, di felicità, di bellezza. E così la scienza non può nemmeno spiegare perché abbiamo paura del soprannaturale. Certo, si potrà ancora controbattere: se anche è vero i mostri che vediamo ne buio non simboleggiano predatori notturni o criminali, non si capisce perché dovrebbero simboleggiare Satana; non si capisce perché l’inconscio dovrebbe ingannarci, facendoci vedere i tutti i film di Dario Argento nei corrodoi bui e deserti, invece di dirci a chiare lettere: caro mio, Satana c’è, stai in guardia. La risposta teologica è chiara: perché Satana è, appunto, puramente spirituale e quindi noi non ne potremo mai e poi mai avere una percezione chiara e nitida né a livello conscio(e francamente ne faccio volentieri a meno, Dio me ne guardi e me ne scampi) né a livello inconscio. Potremo averne al massimo indizi, sensazioni, suggestioni. E tutte queste suggestioni, questi indizi vaghi, il nostro incoscio ce li presenterà sotto forma, appunto, di figure letterarie e fiabesche che appartengono all’immaginario collettivo: streghe, vampiri eccetera.
      Questo, naturalmente, non vuol dire che la debolezza della spiegazione spicanalitica ci obblighi ad abbracciare la spiegazione teologica. Infatti, si può accogliere la spiegazione teologica solo se si ha fede, e avere fede non è obbligatorio. Quindi al,la fine ognuno interpreta le paure più profonde come più gli aggrada.

      “Secondo aspetto è che la mia vecchia cultura cristiana da ex catechista mi ricorda che nessun argomento logico può essere decisivo, la fede DEVE essere una scelta libera e dato che qualsiasi argomentazione inoppugnabile sarebbe una costrizione si ritorna alla frase di Cristo “il mio regno non è di questo mondo”.

      “Ma come sei bravo a sfondare le porte aperte, caro il mio “io so tutto”!!!! Non so quante centinaia o migliaia di volte ho dovuto ripetere che la fede non può essere dimostrata tramite la scienza”.

      “Detto questo c’è un aspetto del’ Horror che secondo me è il migliore, che è quello di chi costrusce mondi angoscianti e allucinati nella assoluta convizione che siano solo mezzi per provocare emozioni , senza assolutamente credere minimamente nell’esistenza del soprannaturale, come il grande Lovecraft.”

      Di nuovo: se per soprannaturale intendiamo streghe e vampiri e compagnia, non c’è bisogno di essere atei per sapere che non esistono. Va bene, Lovercraft era ateo. Invece Edgar Allan Poe parlava di “una in paradiso” (la moglie-cugina morta). Invece il Dracula di Stocker è esplicitamente cristiano, non si spiega senza il cristianesimo: per uccidere i vampiri occorrono il crocifisso e l’ostia consacrata. Anche Dario Argento ha fatto sapere di essere cattolico. Pare che sia attivamente impegnato con la sua parrocchia. Quindi, come vedi l’ateismo non è un vantaggio per un autore horror.

      “Insomma godersi mostri e splatter come puro e astratto piacere intellettuale non impedisce poi di essere ragionevolmente e razionalmente persone altruiste, generose e buone, nello stesso modo in cui distribuiore l’eucarestia non ha impedito a qualche prete di usare violenza nei confronti di ragazzini indifesi”.

      Ti informo che questa battuta vigliacca sui preti pedofili ti a messo con un piede fuori di questo blog. Infatti ho già ripetuto centinaia di migliaia di volte: 1) la percentuale di pedofili fra la popolazione ecclesiatica è NOTEVOLEMENTE INFERIORE rispetto alla percentale di pedofili fra la popolazione laica. Il caso di pochi preti pedofili è stato gonfiato a dismisura dai media laicisti per colpire la Chiesa, facendo credere che tutti i preti sono maniaci sessuali e pedofili. Mentre trovi molti più pedofili in un qualunque luogo di lavoro che nelle parrocchie. Da quando c’è internet, che rende più facile l’accesso alla pornografia, la piaga della pedofilia non cessa di allargarsi. Infatti, è la pornografia violenta a risvegliare nei soggeti predisposti delle pulsioni pedofile che in circostanze normali sarebbero sommerse. In conclusione, non c’è nessuna relazione fra il mestiere di prete e la pedofilia. Diventano pedofili gli uomini che che già lo erano prima di diventare preti. Questi ultimi scelgono di diventare preti proprio perché progettano fin dall’inizio di fare caccia grossa negli oratori. Invece, mi dispiace informarti che fra spettacoli violenti e l’attitudine concreta alla violenza c’è una relazione ben precisa, sebbene non sia mai stata definita con precisione. Non tutti quelli che si nutrono di spettacoli violenti, splatter e gore diventano violenti, ci mancherebbe solo. Però è facile dimostrare, come è stato fatto, che la percentuale di amanti degli spettacoli violenti fra le persone violente è significativamente più alta della stessa percentuale fra le persone normali. Ad esempio, si è stabilito da tempo in maniera incontrovertibile che la percentuale degli amanti del porno violento fra i detenuti per reati contro le donne è molto alta.

      “E sono certo che gli atei che cercano di rendere il mondo migliore per se e per gli altri come me, hanno molte più possibilità di entrare in un ipotetico regno dei cieli dei credenti che poi tradiscono con le loro azioni ciò che sostengono.”

      Spiacente informarti che solo i santi predicano bene e razzolano bene. Quindi, che i cattolici siano peccatori come tutti gli altri, è poco ma sicuro. Ed è poco ma sicuro che, se i cattolici razzolano male, i non cattolici non razzolano bene. Quindi, dicendo che i non-cattolici razzolano meglio dei cattolici, non solo menti sapendo di mentire ma pecchi di superbia.

      “Perchè come diceva Berlicche l’idea di essere dalla parte GIUSTA è un ottima via verso la perdizione…..”

      Appunto, stai attento a te.

  3. Salute, Regina,

    riflettevo ieri sera su questo tuo post (al solito fra i più intelligenti che si trovino in giro…) e mi chiedevo: cosa ne pensi, nell’ambito del ragionamento che hai esposto, dei film dove l’orrore soprannaturale non è riferito a creature immaginarie, ma direttamente al diavolo e demoni vari. Troppi ce ne sono, dall’Esorcista in poi.
    A mio parere sono tra i più spaventosi, proprio perchè espongono un tipo di orrore che il credente sa essere reale. E non per nulla, visto che il richiamo non è mediato da figure immaginarie, ma attinge all’origine della paura stessa, anche molti non credenti hanno i brividi davanti a film/storie simili.
    Che ne pensi?

    • Ciao Labieno,
      che piacere risentirti. Riguardo alla tua domanda, io personalmente ho trovato l’Esorcista molto meno terrificante di Suspiria o Shining, che per me rimangono i vertici insuperati del terrore. Ma la maggiore efficacia orrorifica del film di Argento e del film di Kubrik si spiega con la natura dell’arte. Anni fa, ho letto il romanzo da cui è tratto l’Esorcista e ho scoperto che è quasi un romanzo “scientifico”: lo scrittore ha voluto presentare in forma romanzata i risultati dei suoi studi sul fenomeno delle possessioni diaboliche. In altri termini, nel suo “soggetto” c’è più scienza che arte, è quasi un documentario realistico. E appunto, sul piano estetico vado sostenenedo da tempo che il realismo assoluto è un punto morto per l’arte. Vedo di spiegarmi meglio, perché la questione è delicata. Se nella mia vita reale mi capita di osservare in prima persona una possessione diabolica, probabilmente ne sarei enormemente turbata e terrorizzata, molto più terrorizata che da Inferno di Dario Argento. Invece, la stessa possessione diabolica riprodotta al cinema anche in maniera ottimale certamente mi turba e mi interroga, non produce in me lo stesso terrore assoluto prodotto da un soggetto assolutamente fantastico incentrato sulla “mater tenebrarum”. Perché? Ci sono due ragioni da segnarsi.
      La prima è che l’arte non deve riprodurre la realtà ma deve interpretarla in senso fantastico e potetico.
      La seconda l’ha spiegata Tolkien in maniera cristallina. A chi gli chiedeva: perché tu cattolico, invece di parkare in maniera diretta Cristo, dell’Incarnazione, della sua Morte e Resurrezione ti inventi un universo fantastico in cui le realtà superiori della fede sono “mascherate” sotto simboli e figure pagani immaginari: Sauron al posto di Satana, gli orchi e compagnia al posto dei diavoli, l’anello del potere al spoto del frutto dell’albero del bene e del male e via discorrendo? Tolkien diceva: perché nel campo dell’arte – sempre distinguendo fra arte e vita – è molto più efficace presentare le verità della fede sotto “mentite spoglie” piuttosto che “spiattellarle” subito tutte. Infatti, se tu parli subito di Dio uno e trino e diavolo, gli spettatori sono meno coinvolti. Lo spettaore non credente mette subito avanti tutti e due i piedi: “queste sono solo fantasie da preti che non mi fanno né caldo né freddo, cambio canale”. Lo spettatore credente rimane freddo e annoiato: “queste cose già le so, le sento tutte le domeniche in chiesa, è inutile che ci fai un romanzo”. Invece, l’universo fantastico, implicitamente cattolico, di Tolkien ha coinvolto ed entusiasmato tutti, anche gli atei. Così le vicende della Terra di mezzo hanno potuto risvegliare negli atei sinceri, non corrotti dalla superbia, l’intuizione del divino, avvicinandoli alla fede per vie indirette.
      Io personalmente credo che la lezione di Tolkien si applichi anche all’Horror. Se tu mi parli subito esplicitamente di Satana, io credente “già lo so, arrivederci e grazie”. Se invece mi parli di streghe e tre madri, mi prendi in contropiede, mi terrorizzi e risvegli dentro di me intuizioni profonde che mi costringono a non prendere Satana coma una cosa scontata che “già so”. Ancor più, non invogli l’ateo a cambiare canale, lo spiazzi, risvegli in lui intuizioni che egli poi faticherà a spiegare in termini “scientifici”.
      E in effetti, ora che ci penso, l’Esorcista è una vera eccezione all’interno del panorama dell’horror. Invece negli altri horror, anche quando si parla di diavolo e inferno, sul diavolo e sull’inferno si ricamano tante situazioni fantastiche, e si evita quasi sempre – secondo me a ragione dal punto di vista artistico – di fare del “catechismo”.
      Spero che questa mia spiegazione ti sia stata utile. D’altra parte, credo proprio che con tutte queste mie idee sull’arte dovrei proprio ricavarci un libro, prima o poi. Comunque, dimmi che ne pensi, ti prego, dimmelo. Infatti, non so mai se sono brava a spiegare le cose, se la gente recepisce o no. Ciao.

  4. Guarda, Regina, innanzitutto ti rassicuro: ti spieghi benissimo (avercene).
    Per quel che riguarda il merito della questione, credo di aver capito in che misura ritieni possano essere comunicativamente diversi i film che mostrano direttamente il soprannaturale reale da quello fantastico.
    Mi viene in mente, anche se non è direttamente affine, la questione della catarsi nella tragedia greca, ma non ho ancora ben chiaro se interpretarla come pro o contro la tua tesi.
    Credo però altrettanto che forse sopravvaluti un po’ le “barriere” che possono influire sull’interiorizzazione di certe storie e di certe scene da parte degli spettatori.
    Un film non è una discussione o un libro: guardandolo non ribatti ad una argomentazione, nè hai subito modo di fermarti a riflettere come sulla pagina scritta.
    Prima lo vedi, poi lo commenti e lo valuti, anche nei termini coscientemente critici che hai esposto. E credo che questo porti indirettamente ad assorbire un certo tipo di visione dell’argomento che, pro o contro, è comunque assertiva di una visione della questione precisa.
    In poche parole: si finisce per valutare l’argomento soprannaturale in un cerchio religioso.
    Poi certo, andrebbe valutato il fatto che il 99% di film su demoni e affini mostrano “vincenti” le forze del male e quasi mai indicano la vittoria di Cristo su di esse. Ma questo è un altro lato del problema.

    • @ Labieno:

      “Credo però altrettanto che forse sopravvaluti un po’ le “barriere” che possono influire sull’interiorizzazione di certe storie e di certe scene da parte degli spettatori.
      Un film non è una discussione o un libro: guardandolo non ribatti ad una argomentazione, nè hai subito modo di fermarti a riflettere come sulla pagina scritta”.

      Si, forse le sopravvaluto, non pretendo di avere la verità in tasca. Probabilmente la questione è anche soggettiva, nel senso che su certi spettatori fa più presa il realismo documentario e in altri, come a me, fa più presa più il fantastico. Effettivamente, io rifletto soprattutto dalla mia esperienza personale: l’Esorcista mi ha impressionato ma non mi ha fatto per nulla paura, Suspiria invece mi ha tolto il sonno. Tuttavia, sono felice che questa mia impressione personale sia stata confermata da Tolkien e pure da altri teorici di estetica.

      “In poche parole: si finisce per valutare l’argomento soprannaturale in un cerchio religioso.
      Poi certo, andrebbe valutato il fatto che il 99% di film su demoni e affini mostrano “vincenti” le forze del male e quasi mai indicano la vittoria di Cristo su di esse. Ma questo è un altro lato del problema”.

      Certo, il soprannaturale rinvia necessariamente alla questione del paradiso e dell’inferno. Ma la mia impressione squisitamente personale, quindi assolutamente opinabile, è che l’autore faccia meglio ad evitare il “catechismo” e a lasciare il soprannaturale nell’indeterminatezza, lasciando così intatta la libertà dello spettatore, come a dirgli: decidi tu che cosa c’è al di là delle apparenze della realtà, che cosa c’è al fondo delle tue più inspiegabili paure inconsce. In altre parole: devi arrivarci da solo a capire che il paradiso e l’inferno esistono. Io personalmente sono molto impressionata dallo splendido film di culto “Zombi” di Romero, mi chiedo sempre perché cose così inverosimili come dei morti viventi mi sembrino verosimili, e perché quel fim mi dia una genuina angoscia, una genuina disperazone da fine del mondo. Eppure, nel film nessuno prova a dare una sola spiegazione di quell’evento, nessuno parla di diavolo: gli zombi ci sono e bisogna fronteggiarli. Quindi, proprio la mancanza di una spiegazione interroga a fondo lo spettatore, lo costringe ad interrogarsi a sua volta sul male e sul destino ultraterreno dell’uomo.

      Poi effettivamente di horror soprannaturali con dentro il diavolo nel senso della Bibbia non ne ho in mente nessuno, a parte un soggetto famosissimo in cui appare esplicitamente l’interpretazione cristiana del soprannaturale: Dracula. I vampiri infatti si possono fermare brandendo il crocifisso e l’ostia. Tuttavia, anche lì l’autore evita di fare troppo catechismo, ci dice il minimo indispensabile: le persone vampirizzate (alternativamente Mina o Lucy a seconda dei film) sono soggiogate demonio ma è possibile salvare la loro anima a certe condizioni. Anche la seduzione sessuale che Dracula esercita sulle donne è un chiaro simbolo della seduzione del male e del potere ambiguo del sesso.

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