DA SPLINDER A WORDPRESS. Il bilancio dolce-amaro delle mie microscopiche battaglie culturali

Poco meno di due settimane fa, il 31 gennaio del 2012,  spariva nel nulla Splinder e, con esso, il mio vecchio blog.  Sono rimasta connessa al vecchio “Rottami e diamanti” per tutto il 31 gennaio nella speranza di cogliere l’attimo vertiginoso della cancellazione del blog, di assistere alla distruzione del mio vecchio castello di stracci, ormai deserto. Ma a tarda sera  il momento della fine non era ancora arrivato, e così ho lasciato perdere. Poi ho cercato Splinder il giorno successivo  e ho scoperto che Splinder non c’era più.  La fine era già arrivata e me la ero persa. Ma nessun nodo in gola, neanche  una lacrima.  La fine di Splinder non  ispira in me pensieri sepolcrali o amare riflessioni sulla caducità di tutte e cose. Casomai, mi fa capire che a volte la fine di qualcosa è l’inizio di una cosa  più bella. E Worpress è stata una piacevole novità per me. Questo nuovo castello è più grande  e meglio attrezzato.  Quindi, brindo alla fine di Splinder, lo ringrazio di tutto e guardo avanti. Ma prima devo capire a che scopo.

Ancora oggi, se digito “reginadistracci” su google, escono fuori i link dei post del vecchio blog di Splinder. Se anche è vero che i link rimandano a WordPress, dal momento che ho fatto da tempo il “redirect”, la domanda rimane: come è possibile che Google peschi nella rete dei link che rimandano a Splinder, se Splinder non c’è più? Che cosa sono questi link: fantasmi digitali? (Sai che bel soggetto per un horror soprannaturale se ne potrebbe ricavare….)  Fantasmi a parte, la più triviale verità è che, probabilmente, nella rete non si può cancellare davvero mai nulla. La rete non conosce l’oblio. Tutto nella rete è al presente, soprattutto il passato. Durante i lunghi lavori di trasloco virtuale, tutto il mio passato di blogger mi è passato davanti agli occhi. I vecchi post, le vecchie discussioni, le vecchie amicizie digitali. Finite anzi mai iniziate, come tutte le amicizie. Mi sono ricordata del primo giorno su Splinder. Era l’agosto del 2007 e non sapevo neppure bene perché stavo aprendo un blog. Sfuggivo dall’angoscia. Scelsi Splinder perché il mio blogger preferito, che allora già non scriveva più, e che nessuno ha mai saputo eguagliare, e che ancora spero di poter ritrovare sul web, aveva un blog su Splinder. Arrivata di fronte al modulo dell’account, dovetti pensare in fretta. Chiusi gli occhi e mi ricordai che  anni addietro, in un diario, avevo scritto che mi sentivo una regina coperta di stracci. Poi cercai delle parole in me e trovai in pochi secondi  “rottami e diamanti”.  Ho sempre pensato che dagli accostamenti ermetici di parole che denotano cose molto diverse e molto lontane fra loro si sprigioni una speciale magia.  Insieme,  il nick e il titolo del blog alludono al mio gusto per le cose da buttare: stracci e vestiti logori, rottami arrugginiti, vetri rotti, cocci e carabattole di poco prezzo. Per me quasi diamanti. Cerco di trovare i riflessi di una bellezza superiore anche nelle cose apparentemente brutte e insignificanti . In fondo, su un piccolo frammento di vetro rotto può riflettersi il sole. E i diamanti per me non sono simboli di lusso arrogante. In quelle pietre chiare e lucenti vedo il simbolo anzi, la viva immagine di tesori superiori, spirituali.“Parev’a me che nube ne coprisse\ lucida, spessa, solida e pulita, \ quasi adamante che lo sol ferisse” (Paradiso, canto II). E poi, nessuna espressione mi descrive meglio dell’espressione “reginadistracci”. La mia mente è un regno pieno di tesori, fuori dal mio regno sono soltanto una “stracciona” ossia non contro nulla. Prima di sucitare facili sacsmi a base di ma-chi-ti-credi-di-essere, chiarisco i tesori in me non sono tesori in sé – evvai col gioco di parole – ma tesori secondo me e per me.

Osservando questo mio passato digitale, sono costretta a chiedermi perché ho iniziato, perché continuo e perché non mi decido a mollare tutto. La domanda si tinge di dramma, perché mi accorgo di avere dato troppo a questo blog. Ma la riposta arriva quasi subito alla coscienza: do troppo perché non posso farne a meno. In realtà, non si tratta di dare qualcosa a qualcuno in cambio di qualcos’altro o di nulla. Si tratta del fatto che io ho già delle cose e, dovendo scegliere se buttarle via o regalarle, preferisco regalarle agli sconosciuti. Già le ho scritte e, se non le ho ancora scritte, le scriverei lo stesso. Certo, l’ideale sarebbe farmele pagare. Ma questo ideale è ormai irrealizzabile  nella società contemporanea, che da tempo è oppressa dalla dittatura commerciale della maggioranza incolta. Se sei giornalista o pubblicista, hai una pistola puntata alla tempia: o accorci fino all’osso il numero dei caratteri-con-spazi ossia abbassi il più possibile il livello del ragionamento o sei “fuori target” ossia  muori. Siamo arrivati al punto che offrire il ragionamento e l’approfondimento significa suicidarsi, così come per un artista significa suicidarsi offrire arte invece che spazzatura. D’altronde, i social-network  hanno aggravato la malattia della cultura occidentale, togliendo lettori perfino ai blog. Splinder si è dovuta suicidare perché aveva perso utenti a scapito di Twitter e Facebook, che hanno abassato ulteriormente la capacità di riflessione e approfondimento delle persone offrendo contenuti brevi e frivoli. I giornali dal canto loro, anche se si sforzano di ridurre i contenuti all’osso per inseguire lo stile Twitter, ormai sono morti che camminano: fra poco chiuderanno i rubinetti del denaro pubblico.

Molte delle  cose che ho già scritto e che scriverò le considero molto più importanti della  gratitudine altrui, che in ogni caso non ricevo mai. Infatti,  non è stato un vano desiderio di avere successo che mi ha spinto ad aprire il blog. Questo desiderio, quando si presenta, cerco di soffocarlo, perché ne riconosco troppo bene l’illusorietà. Ho aperto un blog perché avevo l’urgenza di dire alcune cose. Sono sempre stata tormentata dal bisogno di combattere contro le menzogne partorite dalla modernità. Quando su un giornale leggo una palese menzogna contro la Chiesa e contro la storia e contro la scienza  – le tre cose spesso coincidono (vedi Il caso Galileo)- di notte non dormo tranquilla. E così, se nessuno interviene,  provo ad intervenire io. Mi sento come la famosa madre dell’esempio che, se nessuno entra nella casa in fiammea salvare il suo bambino, interviene lei. Prendiamo quella schifezza di Zeitgeist. D’accordo, è una schifezza, ma è una schifezza pericolosa che attira le menti deboli e suggestionabili come il fuoco attira e brucia gli insetti. Non potevo non intervenire. E sembrerebbe che il mio intervento, che non mi ha fruttato nulla, neppure un grazie, sia servito molto a molti. Linkati un po’ ovunque in forum e siti cattolici, i miei articoli su Zeitgeist e Zeitgeist Addendum hanno molta visibilità e sono molto letti. Nell’altro blog il primo post su Zeitgeist ha raccolto molto più di duecento commenti, adesso non ricordo la cifra esatta.   Poiché  quasi tutti i commenti che si accumulavano, alla spicciolata,  sotto questo post erano caratterizzati da un tasso insolitamente alto di idiozia e di odio, all’incirca verso il centesimo commento ho deciso di non approvarne più nessuno. E il bello è che ne sono continuati ad arrivare fino all’ultimo mese di vita di Splinder. Il fatto che una serie di post pubblicati su un blog marginale, con scarsissima visibilità, abbiano attirato così tanta attenzione dovrebbe suggerire che il caso Zeitgeist non deve essere preso sottogamba. Bisognerebbe indagare per capire le esatte dimensioni e il grado di influenza di quel movimento, ispirato direttamente da colui che fa di tutto per far credere che non esiste.

Insomma, su Rottami e Diamanti ho portato avanti tante piccole battaglie contro le menzogne della modernità: innanzitutto le menzogne contro la Chiesa (vedi Chiesa ed ebrei) e poi quelle a favore della libertà sessuale (vedi Pornografia e vergogna),  del comunismo (Il marxismo è una conseguenza della corruzione materialistica del capitalismo), della socialdemocrazia, del darwinismo e altro. Per quanto riguarda l’interesse sucitato, i miei articoli contro il darwinismo  sono secondi solo ai post su Zeitgeist. Il bello è che da quando mi sono convertita fino a poco tempo fa, non solo non ho mai avuto il benché minimo dubbio sulla teoria di Darwin ma non mi ha mai neppure sfiorato l’idea che questa teoria potesse mettere in pericolo la fede. E infatti, non la mette affatto in pericolo. Illudendosi, i neo-darwinisti credono di poter trasformare la teoria evolutiva in una sorta di paradossale “prova a-teologica dell’inesistenza di Dio”. Ma si illudono: Dio continuerebbe ad esistere anche se Darwin avesse ragione (ne parlo approfonditamente in questi post). Consapevoli del fatto che nessun “anello mancante” potrà mai nulla contro la fede, la stragrande maggioranza dei cattolici trascurano di verificare la fondatezza della teoria di Darwin  e la danno subito vinta ai darwinisti per quieto vivere: “Vi diamo subito ragione così poi ci lasciate in pace e possiamo parlare d’altro”. So che questo non fa di me una persona migliore, ma io personalmente al quieto vivere ho sempre preferito l’ardore delle polemiche; alla “pace armata” ho sempre preferito lo scontro aperto con gli anti-teisti .    Dopo avere letto alcuni articoli appassionanti di Marco Respinti, ho deciso di approfondire l’argomento. Molto semplicemente, gli argomenti contro la teoria di Darwin portati dai sostenitori dell’Intelligent Design mi sembrano molto più convincenti degli argomenti a favore di Darwin. Invece, gli argomenti sul “progetto” e sul “Progettista” mi interessano poco, perché dubito che si possa dimostrare Dio tramite la scienza. Dubito che la paleontologia o la biologia molecolare possano rendere superflua l’azione della grazia. Invece, un numero crescente di cattolici, che tuttavia sono ancora in minoranza rispetto ai cattolici evoluzionisti (che si dividono in indifferenti che accettano l’evoluzionismo per pigrizia e in teo-evoluzionisti entusiasti), abbracciano con entusiasmo la teoria dell’Intelligent Design. Essi credono fermamente che sia sufficiente fare fuori definitivamente la teoria di Darwin per riportare tutto il mondo alla fede. Pia illusione. Sebbene infatti la scienza si fondi sulla fede (Impetus! Come la fede aiuta la scienza), tuttavia la fede non si fonda sulla scienza. La scienza potrà fornire al massimo indizi, ma mai e poi mai prove scientifiche a favore della fede, che è “sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi” (Dante). Se l’Id potesse dimostrare Dio, “mestier non era parturir Maria” (Dante).

Dunque, sono convinta che la teoria di Darwin non possa nulla contro la fede e che, simmetricamente, la teoria dell’ID non possa nulla contro l’ateismo. A mio parere, la teoria di Darwin è pericolosa per altre ragioni. La prima è che il clima di terrore inquisitorio creato dai darwinisti, che controllano quasi tutte le facoltà di biologia e quasi tutte le riviste scientifiche peer-reviewed, sta danneggiando la scienza. Occultando sistematicamente l’enorme quantità di prove contrarie alla teoria evolutiva e mettendo a tacere chiunque osi proporre argomenti nuovi, impediscono alla scienza di progredire (ne parla anche Berlicche). La seconda è che dalla teoria di Darwin derivano necessariamente l’eugenetica e il culto della violenza. Ripeto: necessariamente. In termini più precisi, dalla teoria di Darwin derivano necessariamente i campi di sterminio nazisti. Lo ripeto ancora: necessariamente. Nei post della serie Darwinismo fa rima con nazicomunismo (I, II, III  e IV, V, VI, VII) ho illuminato a giorno i legami fra il darwinismo e le peggiori ideologie della modernità: non solo l’eugenetica e il razzismo, ma anche il nazismo e il comunismo. Legami innegabili, mai negati e anzi rivendicati con orgoglio dai diretti interessati. Poche storie: eugenisti e nazisti hanno giustificato i loro crimini contro l’umanità con gli stessi argomenti usati da Darwin ne L’origine dell’uomo. Adesso, mi resta il compito più arduo, in un certo senso titanico: dimostare che, appunto, i campi di sterminio sono la conseguenza necessaria e inevitabile delle fede evolutiva. Non si può credere in Darwin senza credere anche nell’eugenetica, e non si può credere nell’eugenetica senza approvare le politiche naziste volte allo smaltimento industriale degli umani “inadatti”. Insomma, mi resta da combattere contro l’ultima, più sottile menzogna, cui per inciso credono ciecamente anche certi cattolici “adulti”: la menzogna secondo cui eugenisti e nazisti avrebbero distorto e tratto conseguenze sbagliate  dalla teoria di Darwin,  la quale sarebbe in se stessa buona. Se fosse correttamente interpretata – dicono – la teoria di Darwin porterebbe addiritura alla negazione dell’eugenetica e all’estinzione definitiva di ogni tentazione nazista. Questo non è vero. Se la teoria di Darwin non è contro la fede, è tuttavia contro la legge divina-naturale. Se Darwin avesse ragione, verrebbe meno il decalogo: infatti, non sarebbe più lecito soccorrere i bisognosi. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Dunque, su Rottami e diamanti ho ingaggiato delle piccole, piccolissime, microscopiche  battaglie culturali “in proprio”, a spese mie, contro le menzogne della modernità. Ogni tanto, mi concedo di parlare del mio argomento preferito, quello che conosco meglio: l’arte e la filosofia estetica. Anche in questo campo, la modernità ha sparso menzogne. Le conseguenze pratiche, materiali, tangibili delle immateriali idee estetiche, o sarebbe meglio dire anti-estetiche, degli modernisti  le vediamo nelle Biennali e nelle grosse esposizioni internazionali (vedi i post della serie Il fallimento dell’arte contemporanea qui e qui). Confesso che progetto da tempo di scrivere un saggio sull’argomento. Forse ci riuscirò. E d’altra parte, non posso restare con le mani in mano mentre la cultura contemporanea nega l’esistenza della bellezza. Infatti, la bellezza è un bene di prima necessità, come il pane o più. E poi negare la bellezza è come negare Dio, che è somma bellezza. Oltre che di arte figurativa e poesia, ogni tanto parlo anche di cinema, e spero di parlarne più spesso. Mi piace scoprire valori estetici e verità importanti anche dove meno me lo aspetto. Ad esempio, di recente scoperto inaspettatamente dei significati in qualche maniera legati alla teologia in un film di Dario Argento.

Insomma, di me si può dire tuto tranne che non abbia la capacità di spaziare da un argomento all’altro. E in effetti, secondo Edith  Stein la mente femminile tende tipicamente alla “universalità” ossia cerca costantemente il “filo rosso” che lega fra loro tutti gli aspeti del’universo. Se la mente maschile tende a concentrarsi su un solo argomento, approfondendolo fino in fondo, invece la mente femminile tende a “ficcare il naso” in ogni argomento e “impicciarsi” degli argomenti altrui, col rischio però di rimanere sempre alla superficie, di non approfondire mai niente. E a proposito, ho parlato anche di femminismo e questione femminile (ad esempio Vanitas vanitatum e Benevenuti nell’era della porca femmina). Sebbene mi sia sforzata di rimanere nel giusto mezzo, sebbene abbia denunciato la piaga del maschilismo senza tuttavia mai negare né sminuire di una virgola la piaga speculare del vetero-femminismo sessantottardo, sono divenuta bersaglio di critiche orrende, non ci sono altri aggettivi per definirle. In pratica, i miei critici non volevano che io rimanessi inequilibrio fra due eccessi contrari: pretendevano che io condannassi uno solo dei due eccessi e abbracciassi incondizionatamente l’altro. Non si davano pace perché non riuscivano a ottenere da me un atto ufficiale di sottomissione ad una ideologia mefistofelica secondo cui quasi tutti  gli uomini sarebbero virtuosi e geniali mentre le donne sarebbero tutte completamente prive di genio e quasi tutte “peccatrici” – eufemismo per troie – ,  ragione per cui gli uomini avrebbero il diritto e il dovere di esercitare un dominio assoluto sulle donne e contemporaneamente le donne, per evitare la dannazione eterna, dovrebbero farsi dominare in silenzio. Naturalmente, dal loro punto di vista  lo stupro sarebbe una invenzione delle femministe: nessun uomo stuprerebbe se non fosse “indotto in tentazione” dalla donna…  Scusate ma prima di andare avanti un VAFFA  è obbligatorio. Bene, mi sento meglio, possiamo procedere. E adesso mi sento ancora meglio. Infatti, i miei avversari mi offrono, metaforicamente parlando, la “palla gol” a porta vuota. Con qualche bella citazione puntuale, prima sfondo la loro porta e poi infierisco su di loro mentre stanno riversi per terra a piangere la sconfitta. Dunque, i miei avversari non sanno di darsi la zappa sui piedi tirando in ballo la pornografia, dal momento che su quell’argomento ne so troppo. Infatti, è stato proprio un “trauma” a sfondo pornografico a spingermi sulla strada della scrittura di tipo giornalistico. Per farla breve, anni fa la lettura di un articolo finto-ironico sulle merci da sex-shop mi provocò un piccolo choc. Infatti, capii immediatamente che quell’articolo finto-ironico, pubblicato non a caso su una rivista fighetta della sinistra radical-chic,  era una in realtà una pubblicità occulta della pornografia. Capii che le élite culturali fighette stavano iniziando a portare avanti  una campagna occulta di “normalizzazione” della pornografia, che si inseriva in una strategia più ampia tesa alla distruzione della famiglia e alla rimozione degli ultimi avanzi della eredità morale e culturale cristiana. Per combattare questa piaga purulenta, scelsi l’arma delle parole. Ma per prima cosa, andai in biblioteca a fare incett di saggi scientifici sul’argomento.

Dunque, se ho ben capito, i  miei avversari sostengono, fra le altre ignobili cose, che a monte della diffusione pandemica della piaga della pornografia  ci sarebbe l’emancipazione delle donne. Da quel che ho capito, la stragrande maggioranza delle donne, ossia tutte tranne quelle che accettano la sottomissione, non solo farebbero uso di pornografia ma  morirebbero dalla voglia di fare le attrici porno. Infatti il sogno segreto di ogni donna, secondo loro, sarebbe quello di sedurre e corrompere quanti più uomini possibile, distoglierli dai loro casti e puri pensieri e portarli sulla via della perdizione. Davvero? Peccato che gli studiosi comportamentali  abbiano dimostrato che, sebbene siano in aumento gli “utlizzatori finali” di sesso femminile,  la stragrande maggioranza degli “utilizzatori finali” dei prodotti pornografici sono e saranno sempre di sesso maschile. Perché la pornografia è un prodotto concepito dagli uomini e per gli uomini, totalmente conformato alle fantasie maschili. E adesso infierisco con le citazioni. Il racconto pornografico ruota attorno al “super-maschio” che “esercita la sua onnipotenza sulla donna”, la quale “deve assumere comportamenti seduttivi richiesti dall’immaginario maschile, che vagheggia un mondo di ‘donne facili’… brave ragazze, brave casalinghe ‘fare’ le prostitute senza esserlo”. Quindi nella pornografia “molto raramente il rapporto sessuale uomo\ donna nasce su un piede di parità, per libera e reciproca scelta”, ragione per cui non bisogna sottovalutare il fatto che il consumo di pornografia sia più alto fra i detenuti per violenza contro le donne che fra i detenuti per altri reati  (Renato Stella, L’osceno di massa. Sociologia della comunicazione pornografica, Milano, Franco Angeli, 1991).  La «pornografia, in quanto connubio di sesso e potere, non contempla l’uguaglianza. Non può farlo. L’uguaglianza, infatti, eliminerebbe il potere, il concetto chiave della pornografia, il quale abbisogna per la sua pensabilità, di asimmetria. Il sogno venduto dalla pornografia dipinge le donne in balia del potere» (Annalisa Verza, Il dominio pornografico, Liguori 2006). In questa gustosa intervista, la porno-attrice Selen testimonia che nei set porno il piacere femminile è quasi un tabù: per godere, il maschio deve vedere donne “piangenti e sottomesse”.  Non a caso «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito», e anche in età adulta «registrano una maggior frequenza di esposizione a foto o a libri che descrivono rapporti sessuali»(Goldstein e Kant, Pornography and Sexual Deviance, 1978).  (Alcune citazioni le ho prese da questo articolo).  Ma scommetto che siete pronti a dire che gli autori di questi studi sono “femministe” anche se sono uomini. Allora ascoltiamo un cattolico molto ortodosso, ma non tradizionalista, come Vittorio Messori: “proprio i credenti nel peccato originale dovrebero sapere che ‘normalità’ significa anche attrazione per ciò per ciò che è oscuro; inclinazione, da sorvegliare costantemente, per la dimensione del vizio se non del pervertimento. ‘Normale, dunque – e proprio in una prospettiva cristiana – non è l’uomo che allontana istintivamente, con ribrezzo, l’erotismo, anche quando si presenta nel suo volto porrnografico; ma, al contrario, ‘normale’ è colui che ne avverte l’inquietante attrazione che solo Grazia e volontà da essa sostenuta possono vincere. (…) E parliamo di ‘uomini’ non come categoria filosofica, che comprenda cioè anche le persone di sesso femminile: ma di ‘uomini’ in senso proprio, fisiologico; di maschi, cioè. Le donne non sono certamente esenti dalle conseguenze della caduta di Adamo ed Eva, ma sono vulnerabili ad altre tentazioni: non a quella – e parliamo, anche qui, di casi nella norma, non escludendo ovviamente qualche eccezione – della pornografia. La quale, per definizione, è l’esibizione del sesso staccato dall’amore: proprio ciò che non interessa nella prospettiva femminile, per la quale l’amore è il prius indispensabile e il sesso la conseguenza”. Certamente le affermazioni di Messori devono essere ridimensionate, dal momento che, oggettivamente, il pubblico femmile del porno è in crescita. Ma la crescita del pubblico femminile non modifica di una virgola il carattere maschile della pornografia. Tanto è vero che studiosi comportamentali e psichiatri interpretano la figura della protagonista femminile del racconto prnografico come uno “pseudo-maschio” ossia una donna che nel campo sessuale si comporta esattamente come il maschio medio si comporta o sogna di comportarsi. Ossia, la “zoccola” non è una donna-donna, ma piuttosto una donna… mascolinizzata.

In conclusione, credo che la cultura occidentale non sia rimasta immune  dall’influsso dei totalitarismi religiosi extra-occidentali, tutti ferocemente maschilisti. Penetrato a fondo da questo influsso, l’Occidente ha partorito un nuovo tipo di totalitarismo ideologico: un totalitarismo neo-maschilista post-moderno che è il contrario speculare del vecchio femminismo sessantottardo. Secondo i miei avversari  il “maschilismo” sarebbe una invenzione delle femministe. Suppongo che essi pensano – ma naturalmente non dicono – che  bisognerebbe piantarla di fare campagne contro l’oppressione e la violenza sulle donne, in quanto opprimere le donne significherebbe in realtà tenerle al loro posto.  E invece io insisto:  il maschilismo esiste ed è sbagliato. Cercare della “cause” all’epidemia di violenza sulle donne che ammorba i paesi avanzati, continuare a cianciare con Risé della “crisi del maschio” di fronte alla “emancipazione della donna”, significa giustificare e legalizzare questa violenza. Diciamo che il femminismo è stato la risposta sbagliata ad un problema reale: il maschilismo. Quindi, sono sbagliati entrambi. Il femminismo è sbagliato perché vuole fare della donna uno pseudo-maschio, il maschilismo è sbagliato perché vuole fare della donna un essere inferiore al maschio.  Mentre la donna deve essere donna. Ma naturalmente la mia parola non conta nulla. Allora non state a sentire me. Se vi fidate della mia testimonianza, vi dico  che la scorsa domenica nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, durante la messa festiva, il monsignore che la celebrava (purtroppo non sono riuscita a saperne  il nome) ha usato l’espressione “maschilismo”. Quella parola è giunta alle mie orecchie come un dono del cielo. Commentando il brano del Vangelo relativo alla cena di Gesù in casa del fariseo, faceva notare che Gesù, accogliendo le manifestazioni di affetto della prostituta, in un certo senso “scandalizza” i suoi commensali. Infatti, per gli ebrei di quei tempi, caratterizzati da una mentalità profondamente MASCHILISTA, una donna come quella era da  disprezzare  non soltanto in quanto “peccatrice” ma proprio in quanto “donna”.

Ora, chi professa un credo totalitario manifesta dei sintomi inequivocabili, fra essi la tendenza ad accusare di “pazzia” o almeno di qualche scompenso psichiatrico chiunque osi negare il credo totalitario medesimo. In Urss, ricordiamolo, i dissidenti erano mandati in manicomio a farsi l’elettrochoc. I neo-sovietici del maschilismo, atteggiandosi a profondi conoscitori della psiche umana in generale e della mia in particolare, urca!, hanno detto che avrei dentro un “veleno rabbioso”, che sarei interiormente “ferita” e che tutto questo veleno su tutte queste  ferite – haia che male! -  mi indurrebbe a “pensare sempre al sesso”. Davvero? Grazie di avermelo detto, perché sapete, da sola non me ne era mai accorta, succede che uno pensi ad una cosa senza saperlo, mi avete aperto gli occhi. A parte questo, chiunque tu sia, “ferite”, “pensi solo al sesso” e “veleno rabbioso” lo dici a tua sorella, la rabbia nel senso della malattia canina ce l’avrai tu, ignorantello\a che non sai neppure che cosa sia il Don Giovanni di Mozart. Se non conosci il Don Giovanni, che c… vivi a fare?

E scusate per questa divagazione sui commenti altrui, ma dovevo proprio togliermelo dalle scarpe il sassolino del “veleno rabbioso”. E d’altra parte, dagli albori di Rottami e Diamanti ad oggi di commenti violenti ne ho ricevuti tanti. In calce a certi post che toccano argomenti caldi si sono svolte delle risse furibonde fra cattolici e anti-cattolici. Il numero dei commenti superava troppo spesso le tre cifre. Io come padrona di casa non ce la facevo a leggere tutti i commenti, figuriamoci a rispondere. Poi i cattolici hanno disertato in massa il mio blog e sono rimasta da sola a fronteggiare decine di commenti violenti. Ad un certo punto, ho dovuto smettere. Rispondere per le rime alle obiezioni dei trolls anti-cattolici mi prendeva troppo tempo. Quindi ho deciso di mettere tutti i commenti in moderazione al fine di bloccare quelli de soliti trolls anti-cattolici che i hanno preso di mira. Se togliessi il filtro, sarei costretta a trasformare il blog in un posto di lavoro a tempo pieno. Ma me lo pagate voi, lo stipendio? Tanto  i trolls anti-cattolici ripetono sempre le stesse cose: Galileo, crociate, inquisizione e via discorrendo di menzogne. Adesso di commenti ne arrivano meno di un decimo di quelli che arrivavano un tempo. Un po’ naturalmente mi dispiace, ma in fondo è megio così. Meglio ricevere pochi commenti ma buoni.

Più che rispondere ai commenti, mi interessa scrivere dei post. Più ancora che scrivere post, mi interessa scrivere e basta. Non ho ancora detto che il blog è per me, soprattutto, una palestra personale di scrittura. Ho l’ambizione di diventare una umile artigiana delle parole. Guardo con ammirazione e invidia a quei giornalisti che, decenni addietro, quando non c’era ancora il pc, sapevano produrre in pochi minuti un “pezzo” battendo fuoriosamente le mani sulla macchina da scrivere. Perché in fondo non conta neppure quale sia il contenuto el “pezzo”. Conta la capacità di sapere usare le parole con chiarezza, di saperle unire in maniera coerente.  Se non mi fossi già dispersa in troppi interessi, studierei la linguistica. Infatti,  tutta la nostra vita è appesa alle parole e alla relazione delle parole fra loro. La nostra stessa sopravvivenza fisica dipende dalla capacità di comunicare dei messaggi agli altri. La mia stessa esistenza di blogger e la possibilità di entrare in relazione con qualcuno tramite il web dipende dalle parole. Io per voi sono solo un insieme di parole su uno schermo.

In conclusione, per me non conta il numero dei comnenti, non conta lo “share”, non conta il successo. Per me conta soprattutto diffondere delle idee. Io non faccio nulla  per “alzare lo share”. Se volessi alzare lo share, dovrei parlare in maniera facile di cose facili ossia di porcherie assortite, specialmente porcherie sessuali. L’esito fisiologico della mia ostinazione a pubblicare post lunghi e approfonditi è il progressivo abbassamento della share. Io infatti parlo solo alle persone che sono all’atezza di capire quello che dico, ossia una esigua minoranza. In cima alla piramide ci sono pochi posti, alla base invece è pieno di gente. La mia speranza, che purtroppo non si è ancora realizzata, è di entrare in contatto e interloquire con questa esigua minoranza. Infatti, sono le esigue minoranze che muovono la storia e fanno rifiorire le civiltà.

L’ORRORE SOPRANNATURALE. Lo splatter è pornografia della violenza, l’horror invece è poesia

Per una volta, parliamo di cinema. Anzi, parliamone più spesso. Due mesi fa in un centro commerciale ho preso il dvd di Inferno di Dario Argento solo perché  era in offerta al prezzo record di 4.90 euro.  Ebbene, quell’acquisto mi ha aperto un mondo… Negli anni del liceo rimanere alzata fino ad ora tarda per vedere in televisione i film horror mi faceva sentire grande. Ricordo che una sera d’estate, mentre  eravamo sole in una casa piuttosto isolata sulle dolomiti, io e mia sorella vedemmo Suspiria… e non mi sono più ripresa dallo spavento. Poi, dopo la fine dell’adolescenza, ho perso interesse per la produzione di Dario Argento e, più in generale, per  l’horror. Comunque, Inferno mi è piaciuto talmente tanto che ho deciso di comprare un altro film di Argento. La mia scelta è caduta su Tenebre, che ho trovato in offerta a 7.90 euro . Anche Tenebre è un gran bel film, ma Inferno mi piace di più.  Confrontando i due film, ho capito alcune cose sull’horror e sullo splatter.

Devo premettere che io detesto il cosiddetto “splatter” o “gore” che dir si voglia. Non metto in dubbio che in molti film horror,  che per fortuna non ho visto, di “splatter” ce ne sia molto più che nei film di Argento, ma per i miei  gusti quel tanto che ce n’è nei film di Argento è  fin troppo. Ho la netta impressione che le scene  di violenza sanguinaria   siano concepite per  risvegliare e lusingare a fini di lucro la parte oscura, sadica e animale, degli spettatori. Ma per fortuna, non in tutti si risveglia. Quando guardi  la rappresentazione cinematografica un omicidio molto cruento, non importa se frutto d’immaginazione o “tratto da una storia vera”, non puoi rimanere neutrale: a livello inconscio tenderai ad immedesimarti nella vittima oppure nel carnefice. Se ti immedesimi nella vittima, come capita a me, ti sembra  di sentire la sensazione delle ferite addosso e quindi non puoi provare nessun diletto. L’unica maniera per difenderti da quella insopportabile sensazione è chiudere gli occhi. Ne deduco che per provare diletto sia necessario immedesimarsi nel carnefice, che in altri termini  per amare lo splatter sia necessario essere un poco sadici. Naturalmente, non tutti sono poco o molto sadici. Se è vero infatti che, a causa del peccato originale, in qualche oscuro anfratto dell’inconscio di ciascuno di noi c’è un piccolo marchese De Sade, nella maggior parte di noi dorme. E’ sveglio solo in quelli che  liberamente e consapevolmente  lo svegliano: l’ultima parola spetta sempre al libero arbitrio. Tuttavia, il liberto arbitrio non è immune dagli influssi ambientali. Nel nostro caso, gli spettacoli a base di troppa violenza solleticano nel “paziente” certi impulsi dormienti e poi il “paziente” può decidere di risvegliare del tutto.

Certo, esiste anche la possibilità che lo spettatore non soffra con la vittima né goda col carnefice, ma si limiti a osservare la scena dall’esterno, con un misto di distacco ludico e di morbosa curiosità. Egli vuole dimostrare a sé stesso e agli altri di saper guardare l’orrore con coraggio,  senza chiudere mai gli occhi. Insomma, egli vuole sentirsi un vero “duro”. Dal momento che li fa sentire dei “duri”, per gli adolescenti la visione di film horror rappresenta quasi un rito di iniziazione. Ma in ogni caso, credo che da parte degli spettatori l’atteggiamento di  morbosa curiosità sia meno frequente dell’atteggiamento sadico. 

Esagero se parlo di pornografia della violenza? Lo splatter non ha soltanto un fondo sadico: è anche espressione di quel gusto della dissacrazione che, secondo Roger Scruton, attraversa la maggior parte della produzione artistica e cinematografica contemporanea.  Scruton sostiene che dietro  il gusto della dissacrazione delle cose sacre ci sia la volontà di liberare se stessi dal “peso” di quegli atteggiamenti di sacrificio, di abnegazione e in generale  di serietà nei confronti della vita  che  le cose sacre richiedono all’uomo. Per liberarsi dunque dall’obbligo di essere seri nella vita ed abbandonarsi senza rimorsi ai propri bassi istinti, è necessario dissacrare la vita e le altre cose sacre.

Almeno qui in Occidente, è opinione largamente condivisa che ogni persona umana sia una cosa sacra e che, di conseguenza, l’omicidio sia il più grave dei reati. Se la vita umana è la cosa più sacra, l’omicidio è l’atto più intollerabilmente dissacratorio. A questo punto, dobbiamo chiederci se la rappresentazione artistica di questo atto dissacratorio sia anch’essa sempre e necessariamente dissacratoria. No, non necessariamente, come spiegherò subito. Per prima cosa, bisogna sottolineare che l’arte  (e qui con la parola arte alludo, naturalmente, a tutte le arti compresa la settima) ha il compito di interpretare tutti gli aspetti della vita umana: quindi anche la violenza e la morte. Si sarebbe potuto chiedere a Shakespeare di non mettere morti violente nei suoi drammi? Tuttavia, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte, così come c’è modo e modo di rappresentare l’amore sessuale. Ora, non credo ci sia bisogno di spiegare perché rappresentare l’attività sessuale in maniera iper-realistica e particolareggiata sia sbagliato dal punto di vista della morale naturale, che poi coincide con la morale cristiana. Invece, è necessario spiegare perché ciò è sbagliato anche dal punto di vista artistico. Lo è per almeno due ragioni. La prima è che l’arte non deve fotografare la realtà bensì interpretarla in senso poetico e fantastico (il realismo assoluto è un punto morto per l’arte); la seconda è che la rappresentazione iper-realistica dell’atto sessuale determina nel fruitore un tipo di coinvolgimento emotivo, a tutti ben noto, che limita o addirittura impedisce il diletto estetico e poetico. Infatti, l’opera d’arte non deve produrre nel fruitore né un diletto sentimentale qualsiasi né, tanto meno, un diletto sessuale, bensì un diletto estetico  (chi è  all’altezza di tanto alto argomento, si rilegga il brano relativo alla “contemplazione senza possesso” contenuto nella Critica del Giudizio di Kant).  Impegnando sia la sfera razionale che la sfera emotiva del fruitore,  l’esperienza estetica non può non  impregnarsi di sentimenti naturali quali l’amore, la paura eccetera. Ma il diletto estetico in sé stesso rimane distinto da un qualsivoglia diletto di natura sentimentale-emotiva, direttamente o indirettamente legato alla sfera sessuale  (per questo un’arte “sentimentale” è un’arte volgare:  è basso romanticismo, melodramma, fotoromanzo, soap opera…). Se il diletto estetico può dunque legarsi, sebbene indirettamente, alla sfera dei sentimenti, invece non può mai e poi mai compromettersi, pena l’annullamento, con quei bassi istinti che hanno a che fare con l’oscenità.

Non escludo che un bravo e ben intenzionato regista possa essere in grado di dirigere una scena di sesso esplicito in maniera ineccepibile dal punto di vista estetico, che sappia riempirla di altissimi significati poetico-filosofici (Bertolucci ci ha provato con Ultimo tango a Parigi). Ma anche nella scena di sesso  più artistica del mondo  l’eccessivo realismo finisce inevitabilmente con l’annullare tutti i valori estetici e tutti i significati poetico-filosofici, facendo franare il tutto nella pornografia. Infatti, il realismo sessuale  solletica nel fruitore bassi istinti che finiscono per distrarlo dall’atto della contemplazione estetica, rendendolo così poco o niente ricettivo  nei confronti dei valori propriamente artistici.  Per fare un esempio celebre, credete che gli intellettuali che nel 1972 correvano a vedere Ultimo tango a Parigi fossero più colpiti dalla poetica di Bertolucci che dalle graziose nudità della protagonista? Insomma, censori avevano qualche buona ragione per intervenire.

E come dunque esiste una pornografia del sesso, così esiste una pornografia della violenza. Rappresentare la violenza e l’omicidio in maniera iper-realistica e particolareggiata è sbagliato sia dal punto di vista della morale che da quello  dell’arte. E’ sbagliato moralmente perché, come ho detto, solletica la parte sadica dello spettatore (e fra parentesi, se è vero che per essere sadici bisogna volerlo, è altrettanto vero che siamo capaci di resistere a tutto fuorché alle tentazioni e quindi chi ha orecchie per intendere intenda che il cineasta che espone gli spettatori a delle tentazioni non è senza peccato). E’ sbagliato artisticamente perché l’arte non deve riprodurre ma interpretare. Quindi, in linea di principio lo splatter e il gore sono agli antipodi dell’arte. La rappresentazione iper-realistica e particolareggiata di un atto sommamente dissacratorio come un omicidio efferato è essa stessa dissacratoria, oltreché anti-artistica. Una scena in cui è rappresentata in maniera iper-realistica  la distruzione di una persona umana, la trasformazione di un corpo vivificato dall’anima in carne morta, esprime non soltanto del banale sadismo ma anche una visione nichilista in cui la persona umana, che è immagine e somiglianza di Dio, perde totalmente di valore.

Come dicevo, c’è modo e modo di rappresentare la violenza e la morte. Stabilito dunque che rappresentarle in maniera iper-realistica è contrario sia alle ragioni della morale che a quelle dell’arte, è facile concludere che la morale e l’arte impongono di rappresentarle con meno realismo e più stile. Se dovessi scegliere  due sole parole per spiegare che cosa significa in concreto ” meno realismo e più stile”,  direi: meno dettagli. Il vero artista non “fotografa” tutti i dettagli dell’oggetto (per questo c’è già la fotografia): rappresenta a modo suo  solo  quelli più significativi. Analogamente, un vero regista deve essere in grado di rappresentare anche il più efferato omicidio mettendo in evidenza i dettagli più significativi  e occultando quelli che non è bene mostrare. Per suscitare un sentimento di orrore, cosa che è essenziale nel genere horror, c’è davvero bisogno di mostrare lo strazio delle carni? Io non credo.

Ma a questo punto bisogna anche distinguere fra splatter e macabro.  Dal Frankenstein di Mary Shelley (1818) ai Racconti di Edgar Allan Poe fino al Dracula di Bram Stocker, la letteratura del migliore romanticismo e del migliore decadentismo (da distinguere sempre dal basso romanticismo e post-romanticismo melodrammatico) è attraversata dal gusto per il macabro, che da vocabolario è “ciò che desta orrore, funereo, raccapricciante”. In generale, è macabro ciò che è legato alla morte, ai cadaveri, ai cimiteri, ai fantasmi. Ma appunto, anche in virtù del fatto che la parola scritta è per definizione meno realistica della fotografia, nella letteratura macabra romantica  troviamo sempre  “meno realismo e più stile”. Lo scrittore macabro – e qui penso soprattutto ad Edgar Allan Poe – non mira a solleticare pulsioni sado-masochistiche bensì a suscitare dei sentimenti naturali di orrore e spavento e, con essi, a destare l’intuizione tipicamente romantica di un mistero sopra-razionale. Ossessionato dal male e dalla morte, lo scrittore  macabro è naturalmente orientato alla fede, e non importa che alla fede poi riesca davvero ad arrivarci. L’importante è che susciti comunque nel lettore delle angosce cui solo la fede può porre rimedio, delle domande cui solo Dio  può rispondere.

Trovo che Inferno sia un film intimamente romantico. Peccato per le scene splatter. Dal mio opinabile punto di vista, le scene splatter non solo non aggiungono nulla ma forse tolgono qualcosa al film. Sono sicura che Argento non sia un sadico e non voglia lusingare la parte sadica di noi spettatori. Probabilmente, vuole che noi spettatori ci immedesimiamo non con i carnefici ma con le vittime, che soffriamo con le vittime. Nelle sue intenzioni, le sequenze a base di armi da taglio, carni squarciate, schizzi e colate di sangue dovrebbero servire soltanto a moltiplicare il nostro spavento, a fargli raggiungere il diapason al termine di un crescendo di tensione.  Tuttavia, una cosa sono le intenzioni e una cosa sono i fatti. Ebbene, nei fatti la rappresentazione realistica  dello strazio delle carni non può non compromettersi col gusto della dissacrazione di cui si è detto, e non è escluso che in taluni soggetti possa risvegliare pulsioni sado-masochistiche.

Oltretutto, la sceneggiatura è il vero punto debole di Inferno: gli omicidi sono troppi e hanno troppo spazio per un solo film. Più che altro, il “plot” consiste un una sequenza di scene di omicidio e poco altro. Ma  le carenze della sceneggiatura e la poca coerenza logica sono ampiamente riscattate dalla potenza visionaria delle immagini. In Inferno le “location” gotiche (fra cui riconosciamo piazza Mincio a Roma), le scenografie degli interni e perfino gli arredamenti hanno quasi più importanza dei personaggi, sono quasi personaggi. Investiti da una miscela sapiente di luci colorate (specialmente rosse e blu), i luoghi assumono caratteri onirici. I personaggi si aggirano fra appartamenti tanto lussuosi quanto cupi, biblioteche e librerie piene di misteri, corridoi e stanze che aprono su altri corridoi e altre stanze e poi scale, cunicoli e sotterranei sconfinati che sembrano prolungarsi fino, appunto, all’inferno. I sotterranei  in rovina, labirintici e oscuri,  ingombri di vecchi oggetti e spesso invasi dall’elemento liquido, alludono in primo luogo ai sotterranei dell’inconscio e più in generale alla sfera interiore ed emotiva. Noto per inciso che in molti capolavori del cinema post-moderno troviamo sotterranei in rovina e bassifondi urbani degradati, perennemente bagnati (essendo l’acqua simbolo per antonomasia dell’elemento femminile). Essi alludono chiaramente  alla dimensione emotiva e irrazionale dell’uomo, che prende il sopravvento dopo il crollo delle certezze del razionalismo modernista.  La ragione modernista fallisce perché non sa guardare oltre la natura. E appunto, in Inferno è presente la dimensione soprannaturale, che invece è totalmente assente in Tenebre.

A mio parere, due film di horror soprannaturale come Inferno e Suspiria sono molto più terrificanti di due thriller a sfondo psicanalitico come Tenebre e Profondo rosso. L’elemento soprannaturale, infatti, fa penetrare la lama del terrore molto più in profondità nell’anima. Certo, la cosa è curiosa. La scena in cui una ragazza viene inseguita da un maniaco psicolabile  armato di accetta (Tenebre) dovrebbe fare più paura della scena in cui, durante una tempesta, un braccio che di umano ha ben poco rompe dall’esterno i vetri della  finestra di una stanza sul terzo o quarto piano  di un palazzo (Suspiria) o della scena in cui due mani altrettanto poco umane  sbucano all’improvviso da dietro un pesante tendaggio (Inferno). Infatti, nella vita reale ti può sempre capitare di incontrare un maniaco omicida munito di arma da taglio, o un balordo pronto a farti fuori solo per prenderti il portafoglio, mentre ho ragione di dubitare che a qualcuno possa capitare di vedere materializzarsi certe paure infantili sul mostro in agguato dietro le tende o dietro le finestre. Ho ragione di credere che a nessuno capiterà mai di incappare in una mater tenebrarum o in una combriccola di streghe sanguinarie dotate di veri poteri soprannaturali, mica ciarlatane del Wicca. Dirò di più: le streghe e altri personaggi soprannaturali ci fanno molta più paura del maniaco “naturale” anche quando non uccidono. Ad esempio, in Shining di Stanley Kubrick c’è da una parte lo scrittore (Jack Nicholson) che scende lentamente negli inferi della follia omicida, dall’altra ci sono dei fantasmi che non uccidono mai.  Eppure, le misteriose presenze che inspiegabilmente appaiono in diverse occasioni in diversi punti del leggendario Overlook hotel fanno molta più paura del maniaco sanguinario munito di accetta. Analogamente, la scena di Suspiria in cui una strega dorme dietro un lenzuolo bianco è una delle scena più terrificanti di sempre. Eppure tutto quello che vediamo è l’ombra cinese della strega e tutto quello che udiamo è il suo respiro cavernoso: e  non  una goccia di sangue. Riflettendo sulla strega dietro il lenzuolo e sui fantasmi nell’albergo capiamo che lo splatter non aggiunge nulla al terrore, quello vero, quello profondo, quello che tocca i fondali  inesplorati dell’inconscio, ma anzi forse toglie qualcosa. In Inferno e in Suspiria gli squartamenti – chiamiamoli così – sono eccessivamente materiali, a loro modo triviali, e quindi un poco rovinano la splendida atmosfera onirica, impregnata di mistero.

Ma bisogna ancora rispondere alla domanda: perché i personaggi soprannaturali fanno più paura dei serial killer? La risposta, in realtà, è semplice: perché il soprannaturale negativo esiste. Le streghe non ciarlatane, le tre madri e pure i vampiri sicuramente non esistono, sono figure letterarie. Ma queste figure riescono a risvegliare in noi  l’intuizione oscura, che non può essere razionalizzata, di una presenza reale che ci cammina sempre al fianco: il Nemico della stirpe umana e le sue legioni. Sto parlando del diavolo.  Da qualche parte nei sotterranei del nostro inconscio c’è un fascicolo segreto con dentro alcuni indizi  dell’esistenza di colui che fa di tutto per convincerci della sua inesistenza. Non escludo che anche l’ateo Kubrick lo abbia avuto questa intuizione del soprannaturale negativo, anche se evidentemente non ha saputo o voluto andare a fondo di essa. Infatti, nel suo Shining  il maniaco-Nicholson non agisce di sua iniziativa: è manovrato dai fantasmi, che quindi sono più potenti di lui. In una scena sibillina, un fantasma in forma di donna letteralmente lo seduce: infatti il diavolo è tentatore.  E Kubrick ci fa capire che questi fantasmi non se li è inventati il maniaco. Infatti, in una delle scene finali i fantasmi li vede pure la moglie, che nel corso del film è apparsa sempre come una persona equilibrata e concreta, per nulla incline alle allucinazioni. Insomma, al cinema i fantasmi e le streghe ci fanno molta più paura dei molto più verosimili maniaci con armi da taglio  perché a livello inconscio intuiamo che il soprannaturale negativo non solo esiste ma dobbiamo temerlo più della violenza materiale dei maniaci e dei violenti in generale. Infatti, il maniaco di turno puoi sempre sperare di fregarlo, come in Shining il bambino “frega” il padre maniaco con l’astuzia (niente spoiler).  Invece contro il diavolo non puoi nulla. Cosa più importante, intuiamo che il soprannaturale negativo è la radice remota della violenza materiale in tutte le sue forme, come in Shining i fantasmi sono alla radice o, meglio, coltivano la follia del maniaco. Intuiamo che il soprannaturale negativo  è anche alla radice dei nostri piccoli peccati quotidiani.

Perché lo spettacolo di Castellucci non mi scandalizza, mentre le manifestazioni contro Castellucci sì.

I pochi che seguono da tempo il mio blog sanno bene che io sono tutto fuorché accondiscendente nei confronti di quella che in termini evangelici si chiama “la mentalità di questo mondo”. Sanno bene che sul mio blog porto avanti in proprio una piccola, piccolissima battaglia culturale contro tutto il marcio della cultura contemporanea, figlia dei Lumi. Sanno bene che non mi tiro mai indietro quando c’è da prendere di petto gli anti-teisti, che accortamente distinguo dagli atei. A causa della mia intransigenza, sono stata spesso insultata col termine “trinariciuta” non dagli anti-teisti ma dai cattolici cosiddetti “adulti”, ossia da quei cattolici che credono che essere caritatevoli significhi non criticare mai gli anti-teisti e anzi, se possibile, abbracciarne le posizioni. La piaga del catto-comunismo non si chiude mai. Se c’è una sola cosa di cui posso vantarmi, è di non essere mai stata acriticamente “tollerante” nei confronti del “mondo”. Tuttavia, non sono neanche o, meglio, cerco di non essere neppure acriticamente intollerante. Ho detto più volte che non si combatte un errore con l’errore opposto. Se l’eccesso di tolleranza acritica tipica del catto-comunismo è sbagliata, è altrettanto sbagliata l’intolleranza cieca tipica del tradizionalismo cattolico.  Infatti, Cristo non ci ordina di essere intolleranti verso quelli che non Lo conoscono, ma casomai di farLo loro conoscere. “Andate e predicate il mio nome” e non “Andate e combattete contro quelli che non conoscono il mio nome”. E San Paolo non ci ha detto di buttare a mare tutto ciò che non è cattolico bensì di giudicarlo, separando il buono dal cattivo: “Vagliate tutto e trattenete ciò che vale”.

Prendiamo il caso Castelucci. Premetto che il contenuto più o meno artistico dello spettacolo di Castellucci mi interessa molto poco. Piuttosto, mi interessa discutere dell’atteggiamento che noi poveri catttolici dobbiamo avere nei confronti di uno spettacolo come quello.  E’ noto che, per tutta la durata dello spettacolo di Castellucci,  il palcoscenico è sovrastato da una gigantografia dello splendido volto di Cristo dipinto da Antonello da Messina. Ora, all’inizio era circolata la notizia che, nel corso dell spettacolo, quella gigantografia fosse fatta oggetto di un lancio di escrementi.  In seguito si è detto che no, non erano escrementi ma “inchiostro delle Sacre scritture”. Quancuno ha parlato anche di “sassi”. Ora, può benissimo darsi che Castellucci, dopo le contestazioni subite in Francia, abbia modificato di nascosto lo spettacolo, mettendo nottetempo  l’inchiostro al posto liquame. Ma io personalmente ritengo che, se egli avesse cambiato dall’oggi al domani gli “accessori di scena”, sarebbe stato sgamato subito. Quello che credo più probabile, è che egli abbia sempre usato un qualcosa, non so cosa esattamente, inducendo però gli spettatori a vedere in quel qualcosa tutto quello che ci volevano vedere. E così in Francia ci hanno visto liquame, mentre in Italia ci hanno visto l’inchiostro delle Sacre Scritture.  E poi io ho il vizio di fidarmi delle persone di cui mi fido. Ebbene, ben quattro persone fidate (Amicone, Socci, Corradi e Rondoni) mi assicurano che in quello spettacolo di liquame ce n’è molto, fino alla nausea, e tuttavia la gigantografia del volto di Cristo non ne viene toccata. A me personalmente la loro testimonianza basterebbe per chiudere la faccenda e parlare d’altro. Ma continuiamo a parlarne lo stesso.

Dal punto di vista culturale e simbolico, fra l’inchiostro e gli escrementi c’è una differenza abissale, che credo superfluo spiegare. Quindi, se nel suddetto spettacolo volassero realmente degli escrementi, i cattolici avrebbero il diritto e il dovere di protestare. Ma c’è modo e modo di protestare.  Guardate che non è una questione di buone maniere, di galateo del buon manifestante. Non è una questione di forma: è una questione di contenuto. Qui è in gioco il contenuto della fede cattolica. In che cosa crediamo noi: in un Dio che si incarna per salvare tutti i peccatori, ossia tutti gli uomini, incaricando i credenti di predicare il suo nome ai non credenti, oppure in un Dio che manda i suoi credenti a distruggere i non credenti? In altre parole, crediamo in Dio uno e trino oppure crediamo in Allah? Anche a me, come  a Socci, è sembrato di vedere delle preoccupanti somiglianze fra le isteriche e rancorose manifestazioni anti-Castellucci che alcuni tradizionalisti cattolici hanno inscenato in  Francia ed analoghe manifestazioni di fondamentalisti islamici. Il sospetto doloroso è che nella società multiculturale i cattolici abbiano assorbito dalle comunità musulmane, “per osmosi” direbbe Giussani, almeno un po’ del veleno del fanatismo e dell’intolleranza. C’è da dire che questo fanatismo e questa intolleranza già ce le avevamo in casa prima dell’arrivo delle comunità straniere. Per farla breve, ci sono delle sorprendenti analogie fra la teocrazia islamica e i totalitarismi ideologici partoriti dalla cultura occidentale apostata. Il fanatismo e l’intolleranza nascono da uno schema di pensiero che è tipico di tutte le ideologie moderniste, da quella giacobina a quella marxista:  uno schema binario secondo cui gli adepti delle ideologie medesime sarebbero i massimi rappresentanti del bene mentre tutti quelli che avversano o si limitano a non aderire a quelle ideologie sarebbero i massimi rappresentanti del male e meriterebbero dunque di morire. E così i giacobini mandavano i “nemici del popolo” sulla ghigliottina, mentre i comunisti li mandavano nei gulag.
I cattolici tradizionalisti francesi più o meno vicini alla tradizione dell’Action Francaise (che per inciso fu fondata da un ateo) assumono lo stesso schema binario di pensiero: noi cattolici tradizionalisti siamo il bene e tutti quelli che non sono cattolici e tutti i cattolici non tradizionalisti  sono servi del demonio (vedi questo commento apparso sul sito di Claudio: http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2012/01/13/holy-shit/comment-page-1/#comment-14821). E così questi cattolici sono all’eterna ricerca del nemico eretico\massone\ebreo\demopluto che, dal loro malato punto di vista, sarebbe il responsabile di tutto il male del mondo. Adesso nella mitologica categoria degli eretici\massoni\ebrei\demopluto che tramerebbero incessantemente contro la Chiesa da dietro le quinte del mondo i tradizionalisti vorrebbero fare rientrare anche Castellucci. Ma per farla breve, chi assume la visione binaria secondo cui noi-cattolici saremmo il bene e i non-cattolici sarebbero il male PECCA DI SUPERBIA. La Chiesa infatti ci educa ogi giorno a prendere conscienza del fatto che noi non siamo meno cattivi degli altri.

(Noto inoltre, fra parentesi, che le manifestazioni di piazza sono di per sé seducenti. Scendere in piazza con quelli che la pensano come te a urlare slogan contro quelli che non la pensano come te è terribilmente eccitante. Ti fa sentire parte di un corpo collettivo, illusoriamente indistruttibile, illusoriamente eterno. Non c’è una grande differenza fra le manifestazioni di piazza e le partite di calcio. Impossibile descrivere l’ebbrezza violenta che prova un tifoso quando sta in mezzo agli altri tifosi a urlare slogan a favore della sua squadra durante le partite. E per prolungare l’eccitazione della partita, molti tifosi cercano fuori dagli stadi lo scontro con i tifosi della squadra avversaria. E’ avvilente vedere dei cattolici  che si approcciano ai non cattolici come i tifosi di una squadra si approcciano ai tifosi di un’altra squadra).

In conclusione, se scopriremo che nello spettacolo di Castellucci volano realmente dei liquami immondi contro il volto di Cristo, avremo il diritto di protestare, ma avremo anche il dovere di farlo in maniera civile. La nostra superiorità di cattolici si dimostra proprio in questo, che noi sappiamo protestare con una civiltà, una dignità e un rispetto pieno di carità che gli altri neppure riescono a concepire. Una civiltà, una dignità e un rispetto che, di per sé, potrebbero essere una importante testimonianza di fede. Gli altri distruggono, minacciano e uccidono se appena gli tocchi il fondatore (vedi la vicenda delle vignette danesi), noi invece, se qualcuno offende la nostra fede, usiamo l’arma de dialogo e al limite, se la situazione è molto grave, chiediamo aiuto alla legge. Il reato di vilipendio della religione cattolica è tuttora in vigore, mi pare.

Ma rimane ancora un’ultima possibilità. Qualcuno ha detto più o meno: “D’accordo, è inchiostro. Ma che sia inchiostro o che siano liquami non fa una grande differenza: è blasfemo il gesto stesso di gettare qualcosa, non importa che cosa, contro il volto di Cristo “.  Ebbene, qui non sono d’accordo. In primo luogo, l’inchiostro non è lontanamente paragonabile ai liquami dal punto di vista simbolico e culturale. Invece il gesto in sé, come spiegherò più oltre, non è niente più che un  “colpo di teatro”.  Quindi, se si scopre che in quello spettacolo volano  escrementi, protestiamo pure, ma facciamolo con civiltà, dignità, rispetto e carità.  Se invece si appura definitivamente che vola solo dell’inchiostro, è più che sufficiente dialogare e criticare. Se poi lo spettacolo è talmente nichilista da fare schifo, scriviamo qualche robusta critica ben argomentata e magari qualche solenne stroncatura (io non lo farò perché, come ho accennato, per criticare dovrei vedere, e piuttosto che vedere quella roba intellettual-scatologica preferisco la Corazzata Potionkin durante la finale dei mondiali).

E veniamo al “gesto in sé”. Fra le tante idee inovative e rivoluzionarie portate dal Cristianesimo nel mondo, c’è l’idea della storia e del progresso (leggersi Stark). A differenza dei musulmani, dei confuciani e di tutti gli altri, i cristiani hanno sempre avuto coscienza di quello che si chiama “contesto storico”. Ogni genere di gesto e atteggiamento deve essere giudicato all’interno del suo contesto, sennò non lo capisci. Ora, all’interno di una società come quella medievale, in cui bene o male tutti condividevano la fede cristiana, il gesto di gettare una cosa qualunque su un dipinto o una statua raffigurante Cristo  poteva apparire di  estrema gravità. Infatti, tale gesto assume indubitabilmente la connotazione blasfema  se a compierlo è un cristiano, dal momento che per bestemmiare bisogna credere. I bestemmiatori nell’inferno di Dante fanno gestacci contro il cielo perché sanno che il cielo non è vuoto.  Ebbene, la nostra società è ben diversa da quella medievale. Oggi i credenti-praticanti  sono molti ma non rappresentano la maggioranza assoluta. Quindi, i gesti che in un contesto socio-culturale cristiano potevano apparire intollerabilmente blasfemi, in un contesto  socio-culturale largamente – anche se non interamente – impregnato di ateismo perdono ogni connotazione blasfema. Come può bestemmiare contro Dio chi non crede in Dio? Come può imbrattare il volto di Cristo chi non crede che Cristo esista e abbia un volto? Dunque, se è compiuto da un ateo come Castellucci, quael gesto può essere tutto fuorché blasfemo. E’ un “colpo di teatro” che può significare tutto e niente: non escludo  che nelle intenzioni dell’autore debba significare una invocazione disperata ad un Dio cui non si crede ma cui si vorrebbe tanto credere.  Al limite, possiamo decidere che quel gesto è una offesa alla nostra sensibilità di credenti: ma questa offesa, se ci fosse, non sarebbe “blasfemia” (e  non credo esistano leggi contro la blasfemia)  bensì soltanto “vilipendio della religione cattolica”, che significa appunto offesa a quanti credono.

Riepilogando, se in scena volassero liquami, Catellucci non peccherebbe di “blasfemia” bensì al massimo di “vilipendio della religione cattolica”. Se  invece volasse solo inchiostro, mi sembrerebbe eccessivo accusare Castellucci di “vilipendio”. Ma c’è dell’altro. Mi sono tenuta per ultima la considerazione più importante: per scandalizzarsi di fronte a un po’ di liquido non meglio identificato gettato  su una gigantografia del volto di Cristo bisogna davvero essere all’oscuro di quello che bolle nelle pentole delle esposizioni della cosidetta arte contemporanea. Come dicevo, bisogna tenere sempre presente il contesto storico. Ebbene, in questo contesto storico gesti che fino a ieri potevano sembrare, se non blasfemi, almeno scandalosi, adesso sono soltanto ridicoli. Pensate alla cosa più orrenda e disgustosa possibile. L’avete pensata? Vi assicuro che, se cercate bene, in qualche museo di arte contemporanea troverete qualcosa che assomiglia ad essa. Ormai i cosiddetti artisti hanno esaurito le scorte degli scandali e stanno finendo di raschiare il fondo del barile. E vi assicuro che la basfemia e il nichilismo, quelli veri, c’entrano ben poco. Non è che artisti e galleristi non credano in nulla: credono solo nel denaro. Ci credono troppo. Ci credono talmente tanto che, pure di farlo aumentare a dismisura, sono disposti ad uccidere la vera arte, come ha confessato in un sofferto mea culpa apparso su Repubblica un gallerista pentito di New York (se lo trovo ve lo linko). Il meccanismo è semplice: oggi l’artista  e il gallerista per guadagnare devono attirare l’attenzione della gente danarosa e frivola che non capisce nulla di arte, per attirare l’attenzione della gente danarosa e frivola eccetera devono usare l’arma dello scandalo, per scandalizzare devono mostrare le cose che da che mondo e mondo scandalizzano:  genitali, escrementi e sacrilegi assortiti. Ma in questa fiera dello scandalo a scopo di profitto, il sacrilegio stesso si svuota di contenuto, divenendo un volgare espediente pubblicitario (non vi dico che cosa è stato esposto a New York anni addietro, perché non riesco neppure a pronunciarlo). Dietro questi sacrilegi da luna park non c’è tanto il peccato di bestemmia, quanto il vizio capitale dell’avidità. L’unico problema è che l’arma dello scandalo si usura in fretta. A furia di scandali, non ti scandalizza più niente. Chi dunque è informato, come me, di quello che oggi circola per i musei, non ce la fa proprio a sentirsi scandalizzato da uno spettacolino che gioca sull’equivoco fra escatologia e scatologia (parole di Castellucci). Se invece a voi l’opera di Castellucci vi scandalizza ancora, allora l’ultima cosa che dovete fare è parlarne, protestare e organizzare picchetti fuori dal teatro. Ancora non avete capito che, così facendo, gli fate un favore? Nessuno  vi ha informato del fatto che oggi nel campo dell’arte vale il principio: “che se ne parli male, purché se ne parli”? Non avete capito che gli state  facendo tanta buona pubbblicità gratis? A questo punto, chiedetegli almeno una percentuale sugli incassi…

IL CASO CASTELLUCCI. Non abbiamo bisogno di un nemico da abbattere

Desidero segnalare due articoli sullo spettacolo presunto blasfemo di Castellucci:

Rodolfo Casadei

Antonio Socci

La mia risposta sul “caso Castellucci” (con un invito ad andare a leggere sul sito della Chiesa francese)

Rodolfo Casadei sostiene che, in linea di principio, lo stato avrebbe il diritto e il dovere di vietare spettacoli che esaltano la dissoluzione di tutti i valori che stanno alla base della civile convivenza democratica.  Dal suo punto di vista, attaccare i valori non negoziabili significa anche incitare la gente, in maniera implicita o implicita, ad assumere comportamenti anti-sociali.   Sono abbastanza d’accordo con Casadei. Da sempre sostengo che la censura sia uno strumento indispensabile per proteggere la civiltà e da sempre invoco una ferrea politica anti-porno.   Quando si decideranno gli stati occidentali a difendere i loro cittadini da un bombardamento più insidioso e distruttivo di quello delle bombe: il bombardamento degli stimoli pornografici? Se le bombe distruggono il corpo, invece la pornografia distrugge l’anima. Più precisamente, distrugge delicati equilibri interiori, impedendo così a chi ne è vittima di sviluppare la capacità di stabilire un rapporto equilibrato con le persone dell’altro sesso e creando sovente una devastante “addiction”. Ma adesso non voglio parlare di pornografia.

Tanto per mettere i puntini sulle i, la censura non la hanno inventata i cristiani. Molto prima di Cristo, i virtuosi e valorosi romani dell’era repubblicana non riuscivano neppure a concepire che in una società si potesse fare a meno dello strumento della censura. Non è vero che ogni pensiero abbia il diritto di manifestarsi. Non a caso, la moderna cultura giuridica riconosce l’opportuinità di vietare tutte le forme di “apologia di reato” e “incitamento alla violenza”, compreso l’incitamento al suicidio. (Peccato che non riconosca ancora, o non del tutto, la necessità di vietare le forme di “incitamento alla masturbazione, alla fornicazione, alla peversione e alla violenza carnale”, ma questo è un altro discorso). Col senno di poi, riconosciamo che  sarebbe stato opportuno vietare ad Hitler di esprimere le sue idee. Il Mein Kampf non avrebbe mai dovuto arrivare nelle librerie. A questo proposito, gli americani devono urgentemente rivedere il loro famoso Quarto Emendamento, che di fatto ormai è diventato uno scudo a protezione dei pornografi macellai e degli estremisti violenti di ogni risma.

Posto dunque che in linea di principio sono abbastanza d’accordo con Casadei, è necessario passare dalla “linea di principio” al caso concreto. Ebbene, nel caso concreto non troviamo né “apologia di reato” né “incitamento alla violenza né, infine, un attacco esplicito ai valori non negoziabili. Antonio Socci ci informa che in esso non troviamo neppure NESSUN ATTO DI CARATTERE ESPLICITAMENTE BLASFEMO. Certo, noi cattolici non possiamo e non dobbiamo condividere la visione nichilista e anche un po’ gnostica della vita che Castellucci esprime nei suoi spettacoli. Tuttavia, nella misura in cui non incitano apertamente alla violenza, non compiono atti di vilipendio della religione cattolica e non esaltano apertamente la dissoluzione di tutti i valori che sono alla base della civile convivenza democratica,  i nichilisti hanno tutto il diritto di esprimere il loro nichilismo. Ma dirò di più: è bene che i nichilisti si esprimano. Più si esprimono e meglio è.

Premessa: c’è nichilismo e nichilismo. C’è un nichilismo gaio ed edonista, che non è se non il pretesto di un sensualismo superficiale e disimpegnato compromesso con la peggiore pornografia, che merita il massimo disprezzo. La quasi totalità della produzione artistica contemporanea “mainstream”, quella che macina miliardi nelle aste e nelle esposizioni internazionali, ne è infettata. Ma c’è anche un nichilismo doloroso e sofferto, che attraverso l’esaltazione della mancanza di senso esprime inconsapevolmente una potente domanda di senso per la vita. Esaltando la sete, questo nichilismo ti fa sentire di più il desiderio dell’acqua. Quell’acqua che Cristo diede alla samaritana. L’acqua della vita eterna. Anni fa, qualcuno su Civiltà Cattolica faceva notare che nel secolo scorso gli esistenzialisti hanno avvicinato alla fede molta più gente di quanta ne abbiamo avvicinato i devoti e spesso melensi scrittori cattolici.

Io non ho visto lo spettacolo di Castellucci e quindi non so quanto gaio o quanto sofferto sia il suo nichilismo. Tuttavia, dal poco che ho letto mi sembra di capire che nel suo nichilismo ci sia almeno un po’ di sana sofferenza. Meglio così. Tuttavia, anche nel caso in cui il suo spettacolo non esca dal recinto del nichilismo gaio e quindi meriti il massimo disprezzo da parte nostra, non ci sarebbero comunque gli estremi per invocare la censura, la quale, ripeto, si può usare solo nei casi di esplicito incitamento alla violenza  e nei casi di esplicito vilipendio della religione cattolica. Forse ha ragione Casadei quando dice che   uno spettacolo come quello fa male alla società in ogni caso. Se qualcuno mi convince che la vita umana non avrebbe né alcun senso né valore alcuno – argomenta più o meno Casadei – perché mai dovrei trattenermi dalla voglia di commettere reati contro la vita e la proprietà altrui?  Ma a mio parere è estremamente difficile stabilire dove finisce il nichilismo e dove inizia la propaganda contro i valori che sono alla base della società. Diciamo che un conto è attaccare apertamente i valori non negoziabili e incitare a non rispettarli, altro conto è esprimere una visione della vita in cui quei valori non suscitano più entusiasmo. Sono differenze molto sottili, di cui però non è possibile non tenere conto. Se non ne tenessimo conto, carissimo Casadei, dovremmo incriminare pure Giacomo Leopardi. In una poesia terribile come A se stesso il nostro caro poeta non esprime forse una visione disperatissima basata sulla negazione assoluta di ogni senso che mal si concilierebbe, in linea di principio, col valore della sacralità di ogni vita umana? Quindi in conclusione, piuttosto che censurare, io personalmente preferisco criticare e discutere. Piuttosto che buttare via il bambino con l’acqua sporca, preferisco tenermi un poco di acqua sporca. Piuttosto che punire l’ “eretico”, preferisco dialogare con l’ “eretico”, fargli capire dove e quanto sbaglia.

Socci ha ragione da vendere: per sentirsi vivi, i comunisti e tutti i rappresentanti delle ideologie moderniste hanno bisogno di un “nemico di classe”, noi cattolici invece no. Non abbiamo bisogno di fabbricarci dei nemici quando non ci sono e non abbiamo il diritto di odiarli quandi ci sono. Infatti CRISTO CI HA ORDINATO DI AMARE I NOSTRI NEMICI.

IL FALLIMENTO DELLO STATO SOCIALE BASATO SUL TASS-ASSASSINIO. Post dal 12 luglio al 16 ottobre 2011

Dunque, c’è una crisi economica globale. I posti di lavoro muoiono come mosche, gli stipendi si dimezzano, i consumi calano a picco dall’estremo Occidente all’estremo Oriente. Quindi, la gente ha qualche ragione per arrabbiarsi. Solo che si arrabbia con le persone sbagliate.  ll comunismo forse, ma non ne sono sicura, è morto, ma i comunisti sono vivi e vegeti. Solo che non si chiamano più comunisti: si chiamano no-global, indignados, popolo viola, black block e tanti altre cose. Ora, questi neo-comunisti in incognito ipnotizzano le masse colpite dalla crisi, convincendole che i colpevoli del delitto sono loro: i capitalisti, i banchieri, i finanzieri! Il comunismo si basa su di una idea semplice e seducente, che fa leva sull’invidia sociale: il ricco è colpevole della povertà del povero. In termini vetero-marxisti, il capitalista ruberebbe “plusvalore” al proletario. “I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri”, ripetono, mentendo, i giovani no-global spalleggiati da vecchie cariatidi rosse che sfasciano vetrine dal 1968. “Noi diventiano poveri perché qualcuno si sta arricchendo alle nostre spalle!”, pensa l’uomo-massa ipnotizzato dai comunisti. Analogamente, i rivoltosi nella Milano dei Promessi Sposi erano convinti che la carestia fosse provocata dai fornai. Questi avrebbero occultato tutta la farina nei loro magazzini solo per per innalzare il prezzo della farina e così arricchirsi sulla pelle della povera gente. Ricordate come andò a finire nel romanzo? I rivoltosi pre-comunisti depredarono e sciuparono enormi quantitativi di farina e di conseguenza la carestia si aggravò, agevolando fra l’altro la diffusione dell’epidemia di peste. Tornando al nostro secolo, ebbene la “lotta di classe” non c’entra niente con la crisi. Per essere precisi, la “lotta di classe” è poco più di una fantasia malata. Non è che nelle cantine di Wall Street i finanzieri-fornai stanno ammassando sacchi di farina-denaro rubato ai “lavoratori” a colpi di futures. La verità è che la crisi impoverisce tutti, sia i poveri che i ricchi. Proprio da un canale rosso, in mano al vetero comunista Corradino Mineo, come Rai news ho appreso che ogni giorno dalle parti di Wall Street decine di brockers fighetti, quelli che negli anni Ottanta si chiamavano “yuppies”, escono dai grattacieli in vetro-cemento con i pacchi di cartone in mano. Understand?
A causa della crisi, il ministro dell’economia è costretto a dimezzare – con mia immensa gioia – la spesa pubblica. E subito i comunisti e quelli da loro ipnotizzati scendono in piazza ad urlare alla “macelleria sociale”. “Per uscire dalla crisi non dobbiamo tagliare ma al contrario dobbiamo incrementare la spesa pubblica e raffforzare il welfare, ridistribuendo le ricchezze”, ti dicono, “ricordatevi del New Deal di Roosevelt”.  E qui siamo al bello. E sì, perché quello che i comunisti ritengono essere la soluzione invece è proprio la causa della crisi. Noi glielo ripetiamo in continuazione ma i comunisti e gli uomini-massa ipnotizzati dai comunisti proprio non vogliono capirlo, che la vera causa della crisi è la SPESA PUBBLICA,  che l’unico vero colpevole della crisi è lo STATO ASSISTENZIALE. Dall’estremo Occidente all’estremo Oriente, dal Giappone alla California, i grossi apparati statali cadono uno dopo l’altro nel baratro del default. Il governatore-Terminator della ricchissima e avanzatissima California ha dovuto dichiarare la bancarotta dello stato californiano. Perfino lo stato del futuristico Giappone è sull’orlo del default. E non fatevi ingannare dall’arroganza ariana dei tedeschi, perché se i loro conti non sono ancora in passivo comunque poco ci manca. Scusate, ma se non ce la fanno nazioni dieci o cento volte più ricche di noi a pagare i conti dello stato assistenziale-keynesiano, come potremmo farcela noi? E smettete di credere alle favole. Se non credete più a Biancaneve e i sette nani, come fate a credere ancora alla favola del New Deal? Ancora credete che l’enorme incremento della spesa pubblica, voluto da Roosevelt malconsigliato da Keynes, abbia fatto “ripartire i consumi” e quindi stimolato la crescita? Ma per favore. Per stessa ammissione del ministro dell’economia statinitense, nel 1939 il tasso di disoccupazione era identico a quello del 1929. Solo che c’era una cosa in più: un enorme debito pubblico. Insomma, il deficit-spending non solo non era servito ad un cazzo ma aveva aggravato la situazione. E da questa situazione si uscì solo perché la guerra, di lì a poco, avrebbe stimolato l’industria bellica statunitense, con effetti positivi su tutta l’economia.
A proposito: non è vero che i ricchi rubano ai poveri. Era vero nella società monarchica dell’ancient régime, quando i plebei erano sfruttati da una nobiltà parassitaria, ma non è vero all’interno della società liberal-capitalista moderna. Quanto più il capitalista diventa ricco, tanto più anche il lavoratore diventa ricco. Quanto più gli affari di Rockfeller, Steve Jobs e Bill Gates vanno bene, tanti più posti di lavoro vengono creati. Se raddoppiano sia il mio modesto salario sia il conto in banca di Bill Gates, il divario fra il mio salario e il suo conto aumenta in termini matematici, ma io sono lo stesso più ricca. I comunisti in incognito ripetono come un mantra: “nel mondo globalizzato aumenta il divario fra ricchi e poveri”. Si dimenticano solo di aggiungere che, quanto più aumenta questo divario, tanto meno i i poveri sono poveri.
A proposito. Ho spesso ripetuto che il capitalismo è figlio del cristianesimo. I comunisti odiano il sistema liberal-capitalista soprattutto perché questo sistema, nonostante gli innumerevoli errori dei suoi protagonisti, ha ancora una radice cristiana. Insomma, in fondo all’anticapitalismo c’è l’anti-cristianesimo. Volete una prova? Ieri le bestie incappucciate non si sono accontantate di bruciare i simboli della ricchezza e del capitalismo, come i bancomat  e le mercedes. Hanno pure devastato i locali di una parrocchia e hanno distrutto una statua della Madonna e un crocifisso. Non sanno quello che fanno.
giovedì, 11 agosto 2011

LONDON BURNING! Welfare State + multiculturalismo = barbarie

Avevo appena finito di parlare della fine dello stato assistenziale, o Welfare State, e la patria stessa del Welfare State ha cominciato a bruciare. London burning! Quando l’Europa era ancora abbastanza cristiana, la maggior parte dei ricchi, dei meno ricchi e pure dei poveri aveva la sana abitudine di aiutare i bisognosi. Infatti, in chiesa si insegnava loro che dare da bere e da mangiare ai bisognosi significava dare da bere a da mangiare a Cristo stesso. Per lunghi secoli, innumerevoli enti caritatevoli hanno alleviato le sofferenze dei poveri in ogni angolo d’Europa.  Insomma,  nei secoli cristiani era la carità a “distribuire le ricchezze”. Poi in era positivista un filosofo inglese di nome John Stuart Mill, stanco delle virtù cristiane, ha ha detto: perché non liberiamo le persone dal peso della carità affidando allo Stato il compito gravoso di distribuire le ricchezze? E ci sono cascati tutti, anche i cattolici democratici.
Nel post 11 luglio ho spiegato che il modello del Welfare State è una utopia sanguinosa in quanto, come tutte le utopie, si basa sulla negazione del peccato originale. Se volete, non chiamatelo peccato originale, chiamatelo come vi pare, ma non negatene l’esistenza. Non negate l’esistenza di quella debolezza interiore che ci rende difficile resistere alla seduzione dei sette vizi capitali. Ebbene, il Welfare State fa prosperare tutti i vizi, specialmente il vizio dell’accidia. Dai ad un essere umano un posto di lavoro pubblico (ossia un posto di lavoro in cui l’impegno e il merito non sono premiati e viceversa il demerito e il disimpegno non sono puniti) e ne farai immediatamente un essere pigro e svogliato. Moltiplica per svariati milioni gli esseri pigri e vogliati che vegetano nei posti di lavoro pubblici a spese dei lavoratori produttivi, altrimenti noti come contribuenti, e il risultato sarà il DEFAULT FINANZIARIO di una intera nazione. Insomma, il Welfare State distrugge le ricchezze nel momento stesso in cui pretende di distribuirle.
C’è dell’altro. Prendi un disoccupato immigrato e un disoccupato europeo autoctono, ingozzali entrambi di sussidi pubblici. Risultati: sia il primo che il secondo diventeranno due teppisti violenti, che non hanno altri interessi al di fuori delle ubriacature e delle risse. In effetti, il Welfare State ha la prodigiosa capacità di annullare le differenze fra le razze, rendendo bianchi, neri, gialli e rossi uguali nella bestialità. Al Welfare State aggiungi il multiculturalismo e otterrai una miscela esplosiva. Infatti, a causa delle politiche ispirate alla ripugnante ideologia multiculturale, i neri, i gialli e i rossi vivranno separati fra di loro e separati soprattutto dai bianchi autoctoni. E la separatezza si tradurrà in scontro. E infatti le periferie multiculturali come Tottenham sono costantemente dilaniate guerre fra bande di teppisti con la pelle nera, bande di teppisti con la pelle bianca, bande di teppisti con la pelle gialla e bande di teppisti con la pelle rossa. E tutti questi teppisti multicolori sono tutti parassiti dello Stato sociale.
Cosa? Come dite? Dite che in realtà dietro gli scontri c’è la “lotta di classe” fra i “ricchi sempre più ricchi” e i “poveri sempre più poveri”? Dite che i tumulti britannici sono causati da “tagli alla spesa sociale” attuati da quel cattivone di Cameron? Ma per favore. I “tagli” sono del tutto inevitabili perché i soldi non ci sono più, perchè il modello dello Stato assistenziale è fallimentare. La crisi finanziaria iniziata nel 2008 non ha fatto altro che accelerarne la fine. Non è vero, inoltre, che “i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri”. A causa della crisi dello Stato assistenziale, tutti si impoveriscono: anche i ricchi. Tutti pagano, tutti fanno sacrifici. Avete sentito parlare degli imprenditori che si suicidano? In ogni caso, di fronte ad una situazione di difficoltà, un essere umano maturo reagisce con dignità, rimboccandosi le maniche. Invece, quando dalla tetta esce meno latte a causa della crisi, i parassiti attaccati alla tetta dello Stato sociale reagiscono saccheggiando e distruggendo le città in cui vegetano. La cattiva idea di John Stuart Mill ha trasformato degli esseri umani in bestie incapaci di carità e di pietà verso il prossimo. Avete visto quel filmato in cui dei teppisti multicolori svuotano lo zainetto di un povero ragazzo che, a causa delle botte ricevute, non riesce a capire che cosa sta succendendo?

Ann Coulter conferma la mia impressione: in Inghilterra si rivoltano i parassiti ubriachi e  violenti dello stato sociale (questo articolo è talmente esplosivo che, quasi quasi, quando ho tempo lo traduco e lo metto fra i commenti). Massimo Introvigne aggiunge che, oltre allo stato sociale, fallisce il multiculturalismo.
Welfare + multiculturalismo = barbarie.

martedì, 12 luglio 2011

11 LUGLIO 2011: VA IN SCENA IL FUNERALE DELLA GRANDE ILLUSIONE DELLO STATO ASSISTENZIALE

11 luglio 2011: l’Italia subisce un attacco speculativo senza precedenti, mentre negli Usa Obama convoca riunioni su riunioni per fronteggiare una crisi finanziaria senza precedenti. Un filo rosso lega i due fatti: l’insostenibilità strutturale di un modello di Stato ipertrofico basato su di una tassazione crescente. Questo modello non funziona né in una nazione piccola e marginale come l’Italia né nella prima supepotenza mondiale. Non funziona neppure nella Svezia socialdemocratica, ma i giornali ce ne tengono accuratamente all’oscuro. Non funziona perché non può funzionare, perché non tiene conto della struttura dell’essere umano. Non tiene conto del peccato originale. L’essere umano, lasciato a se stesso, è sostenzialmente un essere pigro alla costante ricerca della maniera in cui lavorare il meno possibile, scaricando sul prossimo il peso delle sue incombenze. Ora la modernità ha disconosciuto il peccato originale e ha inventato il mito dello Stato che “ridistribuisce le ricchezze”, togliendo al singolo il peso della virtù e della carità verso il prossimo. In toria, ridistribuire le ricchezze significa togliere ai “ricchi” per dare ai “poveri”. In pratica, ridistribuire le ricchezze significa togliere alle persone che lavorano per dare ai fannulloni, ossia a tutti quelli che lavorano per lo Stato, direttamente o indirettamente. Solo una minima parte dei soldi delle tasse tornano a chi sono stati estorti sotto forma di servizi e previdenza sociale. Questa minima parte è destinata a diventare sempre più piccola a causa di sprechi, sperperi e ladronerie, che a causa del peccato originale sono del tutto inevitabili. Allo stesso tempo, gli eserciti di tutti coloro che in maniera diretta o indiretta lavorano per lo Stato diventano sempre più grandi, sempre più inefficienti e allo stesso tempo succhiano sempre più soldi, sempre a causa del peccato originale. Infatti, come ho detto, l’uomo è un essere pigro e svogliato. E chi glielo fa fare ad uno che ha lo stipendio assicurato, del tutto indipendente dal merito, di darsi da fare? Quindi, è del tutto inevitabile che negli ospedali pubblici la gente sia operata in sale operatorie lerce, che nelle scuole eserciti di bidelli nullafacenti col posto di lavoro blindato scarichino le loro incombenze su ditte di pulizia priate, naturalmente a spese dei contribuenti, che nello poste statali si faccia tutto fuorché consegnare la posta eccetera eccetera. Forse non sapete che nei solo apparentemente liberali Usa tutti quelli che lavorano per lo Stato sono più fannulloni di quelli che lavorano ai ministeri romani. La stampa conservatrice narra storie di stipendi rubati che vanno in scena a Whashington, che è sempre più l’equivalente wasp di “Roma ladrona”. Ve ne dico solo una: nel 2009 i funzionari statali incaricati da Obama di vegliare sui mercati finanziari non si sono accorti in tempo dell’arrivo della bufera dei crediti subprimes. In seguito, si è scoperto che passavano le giornate a scaricare illegalmente tramite internet film, in primo luogo film porno. Per fare spazio al materiale porno, cancellavano dai loro hard disk tutti i dati relativi ai mercati finanziari.
Insomma, se un essere umano ha lo stipendio assicurato, non c’è modo di farlo lavorare. E non c’è modo di introdurre la meritocrazia in ambienti di lavoro che succhiano i soldi dallo Stato. Infatti, per avere meritocrazia occorre qualcuno che controlli il merito. Ma in un posto di lavoro statale, anche chi controlla il merito si abbevera a sua volta al denaro pubblico, quindi chi glielo fa fare di controllare bene, di non fare favori e di non chiudere tutti e due gli occhi sulle schifezze che vede?
Quindi, tagliamo corto: per tamponare l’emorragia di denaro pubblico e rimettere in pari i conti dello Stato non bisogna aumentare le tasse, ma tagliare drasticamente la spesa pubblica. In sintesi: licenziamenti di massa. I fannulloni devono finire sulla strada a cercare una cosa nuova per loro: un vero posto di lavoro. Aumentando le tasse, non si arresta l’emorragia ma, paradossalmente, la si alimenta. Allo stesso modo, immettendo più acqua in un tubo bucato uscirà un poco più di acqua in fondo al tubo, ma ne uscirà moltissima dal buco. Il quale buco, metaforicamente parlando, non può essere mai chiuso. Non si può chiudere il buco: si può solo eliminare il tubo dell’idrovora statale, che per ridistribuire le ricchezze le distrugge.
Lo Stato assistanziale apparentemente ruba ai ricchi per dare ai poveri, in realtà ruba ai lavoratori per dare ai nullafacenti. Tuttavia, il mito illusorio dello Stato Roin Hood funziona sempre a livello elettorale, quindi è difficilissimo sbugiardarlo. Ogni volta che un ministro taglia qualche voce di spesa, le piazze si rimepiono di mandrie fomentate dai sindacati. Ma non c’è salvezza al di fuori dei tagli. O l’Occidente si decide a sotterrare il modello dello Stato assistenziale, o colerà a picco.

LIBERAZIONE SESSUALE, MASCHILISMO E QUESTIONE FEMMINILE. Post del 28 settembre e 6 ottobre 2011

giovedì, 06 ottobre 2011

LE DONNE E L’OCCIDENTE

Nei commenti al post precedente qualcuno mi ha accusato di misandria. Ora, non nego che in me ci sia un fondo di misandria. Ma il mio fondo di misandria è assolutamente simmetrico al fondo di misoginia che c’è in tutti gli uomini. La verità, ben nota agli psichiatri, è che in tutti gli esseri umani di un sesso c’è un fondo di ostilità per gli esseri umani del sesso opposto. Ciò è una conseguenza della “inimicizia fra l’uomo e la donna” introdotta nel mondo dal primo serpente. Più terra terra, il cervello maschile e quello feminile sono diversi e quindi incomprensioni e scontri fra uomini e donne sono inevitabili. La prima cosa di cui una ragazza si accorge, quando raggiunge l’età della pubertà, e che i suoi coetanei maschi non hanno la sua stessa profonda sensibilità umana. A torto o ragione, i compagni di scuola maschi sembrano tutti insensibili, egoisti, prepotenti e… maiali. Ora in questa impressione così approssimativa c’è un fondo di verità. Infatti, la zona legata all’empatia e ai sentimenti è meno sviluppata nel cervello maschile che nel cervello femminile, e allo stesso tempo il testosterone rende la sessualità maschile molto più aggressiva e spicciola di quella femminile. Ora, se l’uomo è fatto così c’è una ragione e bisogna accettarla. Non c’è nulla di più stupido e idiota della misandria ideologica a sfondo lesbico (digita Valerie Solanas su google), che in sostanza non perdona agli uomini di non essere donne. Ma criminalizzare l’uomo perché è uomo è come criminalizzare la natura stessa, come ribellarsi alle leggi della fisica.
Quindi lungi da me la misandria lesbica, considerando che oltretutto sono marcatamente etero. Tuttavia, fatta piazza pulita delle ideologie lesbico-sessantottarde, bisogna ammettere che, oggettivamente, l’uomo tende, a causa del peccato originale, a sviluppare certe inclinazioni peccaminose. Ebbene, io condanno queste inclinazioni peccaminose tipicamente maschili, non l’uomo in quanto uomo. Il mio fondo di misandria è la naturale, inevitabile, conseguenza della scoperta di queste inclinazioni, che purtroppo sono molto frequenti. Ora, non c’è ora tempo e spazio per descrivere nei minimi dettagli tutte le inclinazioni pecaminose tipiche dell’uomo, avessi il tempo ci scriverei un trattato. Però tutte queste inclinazioni peccaminose si fondono insieme e formano quella inclinzione generale che ha nome… di maschilismo. Il maschilismo consiste nella pretesa di essere superiore alla donna e dunque di avere il diritto di dominarla, riducendola ad una schiava obbediente e silenziosa, del tutto priva di personalità e creatività. Insomma, una gheisha.
Ora, il signor H. o Ch. R., che sono la stessa persona (non potete fregarmi simulando diverse identità, perché Splinder è in grado di identificare i singoli utenti tramite un codice) dice, testualmente, “non hai fatto il passaggio da femmina a donna”. Bisogna capire che cosa intendete col termine donna. Se per donna intendete la gheisha silenziosa, il fantasma sotto il burqua, ebbene no, non sono una donna e farò di tutto per non diventarlo mai. Purtroppo, ho la penosa impressione che il signor H. o Ch. R. dica donna per dire gheisha. Più in generale, ho già notato ampiamente che nell’ultimo decennio una ideologia che esalta quel peccato che ha nome di maschilismo abbia preso l’abitudine di andare in giro sotto la maschera politicamente corretta della critica al femminismo sessantottardo. Ora, non ci crederete, ma io sono pure autrice di un paio di articoli di fuoco contro il femminismo sessantottardo che sono molto girati in rete (naturalmente non vi dico il mio vero nome). Dunque, se volete criticare quel femminismo che riduce la donna ad un maschio mancato, che la induce a trascurare colpevolmente i figli per la “carriera”, sono con voi. Ma il problema è appunto che oggi la critica, legittima e opportuna, alle degenerazioni del femminismo diventa il cavallo di troia di una ideologia neo-maschilista post-moderna che ha tutti i caratteri del totalitarismo. Mi hanno insegnato che non si combatte un errore con l’errore opposto. Ebbene il femminismo sessantottardo  e l’ideologia neo-maschilista sono due errori uguali e contrari. Quindi, non si combatte l’uno mediante l’altro.
Ma torniamo alla gheisha e alla donna sotto il burqa. Che cosa hanno in comune queste due figure femminili tanto amate dai neo-maschilisti post-moderni? Vabbé, ve lo dico subito: non appartengono alla civiltà cristiana-occidentale. Io nella storia cristiana non trovo donne silenziose e sottomesse. Trovo sante, regine e intellettuali. Trovo santa Giovanna d’Arco, Isabella di Castiglia (santa, sebbene non ancora canonizzata), Matilda di Canossa, Ildegarda di Bingen, santa Teresa d’Avila (che per inciso nei suoi scritti supplicava Cristo, suo Sposo, di punire tutti quelli che umiliavano le donne anche dentro la Chiesa) e tante altre. E tutte queste figure femminili sono la conseguenza della predicazione di Cristo, quell’uomo che duemila anni fa, in Palestina, scandalizzava i suoi discepoli fermandosi a parlare con le donne. Mi dispiace darvi questa cattiva notizia, ma la donna silenziosa e sottomessa che sognate voi e Maurizio Blondet (e forse anche, ma ne dubito, Claudio Risé) non fa parte del Cristianesimo. Se vi piace tanto, fatevi buddisti o musulmani. Dunque la figura della donna forte, che vive da protagonista, si trova solo nella storia occidentale. Parallelamente, si trova solo nella storia occidentale la figura del gentiluomo colto e raffinato che venera le donne e cerca la loro amicizia anche quando non ha mire sentimentali. Fuori dell’Occidente si trovano solo maschi insopportabilmente rozzi che non rispettano le donne più di quanto non rispettino i capi pregiati di bestiame. Questo dovrebbe farvi capire che la questione femminile sta al cuore della civiltà occidentale. Provate a negare, se ci riuscite, che quella occidentale è la civiltà più grande di tutti i tempi, anzi forse l’unica civiltà che merita l’appellativo di civiltà in quel gran mare di barbarie che ha nome di mondo. Ditemi quale altra civiltà ha raggiunto le vette che ha raggiunto la nostra in tutti i campi, dall’arte alla scienza. Il piede di Armstrong è stato sospinto sul suolo lunare da duemila anni di Cristianesimo.
Ditemi quale civiltà ha mandato l’uomo sulla Luna e ditemi quale civiltà ha liberato la donna dalle catene del maschilismo. Spero che lo capiate da soli che fra il progresso e la liberazione della donna c’è un legame segreto. La civiltà occidentale è forte perché le donne occidentali sono forti. Il segreto della forza della nostra civiltà sono… “i tesori del genio femminile” (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem). Quindi io ai neo-maschilisti post-moderni secondo cui le donne che non accettano la sottomissione alle prepotenze maschili non sarebbero passate “dalla femmina alla donna” dico solo di andare non a quel paese, che è troppo generico, ma in Afganistan o, se preferiscono, in Israele, fra i discendenti ortodossi dei farisei. Infatti, i discendenti dei “sepolcri imbiancati” hanno le stesse vostre idee in fatto di donne. Addio, maschi-sepolcri!
Purtroppo per ragioni di tempo non posso approfondire alcuni passaggi fondamentali. Non ho tempo di dilungarmi sul fatto che l’Umanesimo, recuperando la cultura romana, pre-cristiana, tolse alle donne la parità che avevano conquistato nel Medioevo cristiano. Però tenetelo a mente. E non ho neppure tempo di dilungarmi sulle conseguenze del peccato originale sulla donna. Anche su questo ci sarebbe da scrivere un trattato. Per ora, tenete a mente che, se l’uomo tende al potere, la donna tende alla vanità. Ma poi, dove ho mai negato io che anche la donna è peccatrice?scrive il succitato signor  H. o Ch. R. scrive:Eh no Regina, l’ultimo giro ti sbagli. (…) Troppo spesso accusi di maschilismo persone ragionevoli che semplicemente ti dimostrano che la donna ha fatto del suo sesso un dio, persone che ti dimostrano la cattiveria di certe donne, persone che ti dimostrano che le ragazze troppo spesso sono tutt’altro che vittime. Non puoi prendere il caso limite delle prostitute sfruttate come esempio. (…) Vai al Mi-Sex, e ti accorgerai quante donne – ingannate dal demonio – fanno la fila per partecipare a quel mondo. (…) Direi che avendo la donna oggi assunto -contro se stessa – un criterio “maschile” del desiderio (cioè un criterio che non necessariamente è nel maschio, ma è cmq rapace) non è facile distinguere chi ricatta e chi è ricattato. (…) L’uso di pornografia da parte femminile è ai massimi storici. La donna nel porno non appare affatto reificata (è però più giusto dire “cosificata”), anzi appare molto gratificata, gode e lo prende come un’ossessa, anche in serie. Che poi la lettura di occhi cristiani vedano la realta, è faccenda di discernimento, non della percezione che il porno vuol trasmettere. Le donne il porno lo fanno e senza lasciarsi pregare. Poi si pentono: certo, è un orrore, è la morte dell’anima, è l’annientamento che prima o poi si fa sentire e quando vogliono tirarsi indietro sono avviluppate in un tritacarne, e piangono. Anche per l’uomo è la nullificazione, solo che per il diverso rapporto che uomini e donne hanno con l’affettività, le donne sembrano più usate, ma non è vero.

Senta, signor lei, abbia la cortesia di leggere bene quel che scrivo prima di offendere gratuitamente. Se avesse letto con attenzione tutti i miei commenti, e pure alcuni post precedenti, saprebbe con certezza che io non ho mai negato che molte donne usano sessualmente gli uomini esattamente come gli uomini usano le donne. Ho anzi sottolineato che la nefasta cultura della liberazione sessuale ha corrotto non solo gli uomini ma anche le donne, spingendole a diventare consumatrici di pornografia. Lo so e l’ho detto che che le donne vanno al Mi-sex e fanno la fila per fare film porno. Per quanto le sia difficile capirlo, è possibile criticare il maschilismo senza tuttavia negare i peccati femminili.

Da che mondo è mondo la seduzione è uomo? ma in che mondo vivi? non è affatto uomo, ma è proprio femminile, con la differenza diciamo l’uomo è più spregiudicato, perchè non resta gravido e perchè per la sua psiche – cosa che non accetti – è capace di cambiare parter con meno ferite (in teoria). Ciò non perchè l’uomo sia più cattivo, ma perchè è fatto così. I grandi seduttori dei romanzi sono tali sono perchè sono più conosciuti per le loro rocambolesche avventure, che implicano anche la seduzione, ma sono in primis uomini d’avventura a tutto tondo. Che poi le donne desiderose di essere amate si vendano per una caramella d’affetto è un’altra storia.

Da che mondo è mondo, lei dice? Disgraziatamente, adesso nella mia libreria non riesco più a trovare non ricordo quale enciclica o quale discorso in cui Giovanni Palo II parlava dell’episodio della lapidazione dell’adultera. Il papa faceva notare che la folla inferocita si scagliava contro la donna colpevole ignorando – colpevolmente – che accanto alla colpevole c’era pure un colpevole, un corresponsabile che aveva commesso peccato insieme a lei. Questa dimenticanza, seconco il papa, non era affatto casuale e si spiega col peccato originale. Da quando Adamo ha mangiato la mela, l’uomo ha l’abitudine di addossare alla donna la colpa dei suoi peccati, specialmente i peccati sessuali. Nei processi per stupro si ripete sempre la stessa scena: “Signor giudice, non sono io che l’ho violentata, è lei che mi ha provocato”. Quando cita i calendari sexy, lei ragiona proprio come gli imputati nei processi per stupro. Probabilmente lei pensa che se un uomo si maturba davanti ad un calendario la colpa sarebbe delle cretina sul calendario, non dell’uomo. Certo, la cretina nuda non è senza colpa, ma non toglie la colpa all’uomo.
Ma il papa va addirittura oltre. Ricordo nitidamente che il papa dice proprio la cosa che la sconvolge tanto: l’uomo è il seduttore per antonomasia. L’adultera evangelica è con tutta evidenza la sedotta, non la seduttrice. L’ho detto, io. Non dico che la donna non seduce l’uomo, che sarebbe una sciocchezza. Ma la seduzione esrcitata dalla donna sull’uomo è molto superficiale, è più legata al corpo che alla mente. Invece la seduzione esercitata dall’uomo sulla donna può essere incredibilmente profonda, può toccare e ferire i livelli più profondi dell’anima. La donna seduce ostentando le sue forme materiali (tette, culo, labbra… siliconate), l’uomo seduce con le parole, le gentilezze e con lo sguardo. Sono molti gli uomini che sanno fare i seduttori. E la maggior parte di questi seduttori mirano ad un solo scopo: prendersi piacere della vittima. Usarla e buttarla subito via. Quando riescono a raggiungere il loro scopo, si vanno a vantare con gli altri uomini della loro impresa: “Me la sono scopata!!!!!!”. Perché più ancora del piacere, a loro interessa l’ebbrezza della vittoria sulle resistenze femminili. “Vittoria!”, urla Valmont nelle Relazioni pericolose.  “I grandi seduttori dei romanzi sono tali sono perchè sono più conosciuti per le loro rocambolesche avventure, che implicano anche la seduzione, ma sono in primis uomini d’avventura a tutto tondo”. Ha ha ha! Si vede che lei non conosce cose come le numerose versioni letterarie del Don Giovanni, Le relazioni pericolose di Laclos e Il diario del seduttore di Kirkegaard, senza dimenticare le memorie di Giacomo Casanova. Nelle storie dei grandi seduttori c’è, diciamo, un terzo di avventure di cappa e spada e due terzi di avventure sessuali. Forse non sai che don Giovanni se ne è fatte “In Italia duecentoquaranta, in Alamagna duecentotrentuno, cento in Francia e in Turchia novantuno ma… ma… ma… in Spagna… ma in Spagna son già milletrè….milletré” (Leporino nel Don Giovanni di Mozart).
Se non trovo il brano di Giovanni Paolo II che cercavo, però ho ritrovato un prezioso articolo in cui Benedetto XVI denunzia le violenze e le umiliazioni che le donne subiscono da parte degli uomini in ogni parte del mondo. Benedetto XVI sottolinea che ad alimentare una cultura misogina hanno contribuito, putroppo, anche molti teologi cattolici, gli stessi che probabilmente a lei piacciono, i quali hanno dato una lettura distorta della Bibbia. (Dopo lo scannerizzo e lo pubblico in calce).

Ma veniamo agli insulti finali.

Non è il tizio che è atavico-maschilista, sei tu che non fai altro che utilizzare lo stesso argomento di critica per nascondere la tua invidia sessuale per l’uomo. La tua divisione interiore è così palese che non sai fare altro che pensare al sesso. (…) Regina da come leggo sembra tu non accetti il fatto che l’uomo non possa essere “zoccolo”. Non può esserlo, mettiti l’anima in pace. La donna che si dà è z*****a; l’uomo che ha tante donne no (anche se è ugualmente sbagliato). La donna è sempre posseduta, anche quando usa. Anzi, anche quando usa non può fare a meno di farsi possedere. Ti brucia, si vede.

Dunque, il signor H. sostiene che se l’uomo se ne scopa tante non va bene ma pazienza, se la donna se ne scopa anche solo due invece è irrimediabilmente zoccola. Appunto, gli uomini minimizzano i loro peccati e ingigantiscono a dismisura quelli delle donne, scaricando su di loro la colpa della loro concupiscenza. “Non sono io che me le scopo , sono loro che si fanno scopare da me”. Ma a parte questo, non sfugga il tentativo di darmi velatamente della zoccola. Il signor H. dice infatti che penserei sempre al sesso. Davvero? strano che non me ne sia mai accorta. Sostiene inoltre che mi brucerebbe il fatto che gli uomini no possano mai diventare “zoccoli”. Ah, sì, credo di avere capito perché dovrebbe bruciarmi. Io invidierei gli uomini perché  gli uomini possono scopare quanto vogliono rimanendo immacolati, mentre una donna, se sgarra una sola volta, diventa definitivamente zoccola. Insomma, io penserei sempre al sesso e morirei dalla voglia di “prenderlo come un’ossessa, anche in serie”, ma eviterei di soddisfare questa bollente voglia solo per evitare il marchio di zoccola. Insomma, avrei la vocazione della puttana… Complimenti, lei è un vero gentiluomo. Ma non mi offendo, più che altro mi viene da ridere. Chi mi conosce nella vita reale, non può che ridere di fronte a questa grossolana offesa nei miei confronti.. Oltretutto, la mia visione dell’amore e del sesso, che ho presentato in un post cui tengo molto, è estremamente platonica, spirituale. E ho pure speso molte parole per condannare il modello della donna sessualmente spregiudicata che sfrutta il corpo maschile.

mercoledì, 28 settembre 2011

TUTTO IL MONDO E’ MIGNOTTOPOLI

Alcuni mesi orsono, non ricordo bene le date, migliaia di donne si riunivano nelle piazze italiane ad insultare il premier al grido di “se non ora, quando?” Secondo la propaganda senonoraquandista, che si riflette in questa divertentissima “instant song” della Sora Cesira, il premier con le sue televisioni e i suoi bunga bunga avrebbe trasformato metà delle donne italiane in zoccole che la danno via come se non fosse la loro pur di fare carriera e tutti o quasi tutti i maschi italiani in porci che emarginano quelle che non la danno via come se non fosse la loro. L’antropologa Michela Marzano si è presa l’incarico di diffondere questa propaganda all’estero, in primo luogo in Francia, ottenendo l’importante risultato di convincere quelli che già disprezzano l’Italia a disprezzarla ancora di più. Grazie, Michela. E l’italo-svedese Erik Gandini, ha fatto pure un film (Videocracy) per convincere il mondo intero che le ragazze italiane sono tutte delle cretine il cui unico sogno è andare in televisione a fare le veline. Grazie, Erik (tralasciando il fatto che gli svedesi e specialmente le svedesi non possono davvero dare lezioni di sobrietà sessuale agli italiani). Mi dicono che oggi in certi paesi non puoi dire di essere italiano senza sucitare risatine e allusioni al bunga bunga. E non puoi dire di essere italiana senza sucitare offese a sfondo sessuale. Di che stupirsi? Le senonoraquandiste non urlano forse al mondo intero che in Italia sono tutte zoccole che vogliono soltanto fare le veline tranne loro? Siccome la matematica non è un’opinione, lo sprovveduto straniero che incontra una italiana avrebbe più del cinquanta per cento di probabilità di avere incontrato una zoccola ecectera eccetera.
Dunque, secondo la propaganda senonoraquandista le donne italiane si dividerebbero in zoccole lobotomizzate da Mediast e in senonoraquandiste colte & intelligenti. Non detto ma sottinteso, le zoccole lobotomizzate coinciderebbero con l’elettorato femminile del centro-destra, mentre le colte & intelligenti coinciderebbero con l’elettorato femminile della sinistra. (Insomma, anch’io sarei una zoccola…. strano che non me ne sia mai accorta). E d’altro canto, proprio uno molto addentro nelle cose di destra come il senatore Paolo Guzzanti assicura che nel Pdl vanno avanti solo quelle che offrono in tributo a Cesare-Silvio il tesoro su cui sono sedute.
Per mesi, il buon Guzzanti ha chiesto a noialtri che nonostante tutto rimaniamo con Silvio: come potete sopportare questa mignottocrazia? E noi per mesi glielo abbiamo ripetuto: la mignottocrazia non ci piace ma l’Unione Sovietica ci piace ancora meno, e l’unica maniera di evitare l’Unione Sovietica vendolian-bersaniana è rimanere con Silvio. Per mesi glielo abbiamo ripetuto e lui non voleva ascoltare. Poi e lo ha capito da solo. Dopo avere sbattuto dolorosamente la testa su Futuro e Libertà, ha recuperato il senno e adesso sta nel gruppo dei “responsabili” (leggete attentamente i post che pubblica sul suo blog “Rivoluzione italiana“).
Per mesi i sinistresi sinistrati hanno chiesto a noialtri che nonostante tutto rimaniamo con Silvio: vi rendete conto che in Italia, per colpa di Mediaset, la maggior parte delle ragazze italiane credono che, per andare avanti nella vita, sia necessario allargare le gambe spesso e volentieri? E noi per mesi abbiamo ripetuto fino a sgolarci: in primo luogo le televisioni dei paesi cosiddetti avanzati sono anche peggio di Mediaset quanto a “mecificazione del corpo femminile”, in secondo luogo non solo la maggior parte delle italiane ma anche la maggior parte dell donne degli altri paesi occidentali sono convinte che non sia possibile andare avanti nella vita senza allargare le gambe (e la bocca) spesso e volentieri e infine in tutti i paesi occidentali esiste e si allarga la piaga dello sfruttamento sessuale delle donne da parte dei datori di lavoro (“se non me la dai non fai carriera”). E per mesi i sinistresi sinistrati ci hanno risposto: mentite, non è vero, certe cose succedono solo in Italia…
Ora, sarebbe impresa troppo lunga riferire tutte le testimonianze e le prove che confermano che tutto il mondo è mignottopoli. Ma visto che ci sono, vi segnalo un gustoso articolo apparso su D. La repubblica delle donne del 17 settembre 2011: “Mi insegni a fare Gola profonda?” di Tiziana Lo Porto. L’articolo riguarda un libro che, a quanto pare, offre molti argomenti a coloro che combattono contro la piaga della pornografia di massa: The Other Hollywood. The uncensored oral history of the Porn Film Industry di Legs McNeil e Jennifer Osborne. Gli autori evitano di dare giudizi morali: si limitano ad esporre dei fatti e a riferire le testimonianze di coloro che nel tritacarne dell’industria pornografica ci sono passati. E i fatti parlano da soli: “la maggior parte della gente che ho intervistato per scrivere il libro adesso non c’è più. Sono morti quasi tutti” (McNeil). Infatti, pare che il tasso di mortalità fra i professionisti del porno sia molto alto, molto più alto che fra gli attori o i cantanti. Pare che un porno-attore abbia poche probabilità di arrivare indenne alla vecchiaia e di morirne serenamente, superando con successo gli scogli dell’aids, dell’alcolismo, della tossicodipendenza e del suicidio (video). La pornografia ti uccide dentro. Non lo dicono i vescovi: lo dicono i porno-attori pentiti riuniti nell’associazione Pink Cross.
Comunque, mettendo da parte il discorso sulla industria pornografica, mi ha colpito questo brano del succitato articolo: “Veronica Hart, pornostar, distingue il business del porno dagli altri business per il fatto che ‘nel porno per avere un lavoro non devi andare a letto con nessuno’”. Avete capito bene? Evidentemente non è che certe cose succedono solo nell’Italia di Berlusconi. Anzi, forse in certi paesi è pure peggio che in Italia. “per dirla con Al Goldstein (giornalista del settimanale pornografico Screw), in modo meno elegante ma sicuramente più efficace: ‘Soltanto in America puoi fare tanta strada con un pompino’” (Ibidem). Visto che ci sono, vi segnalo pure un vecchio articolo, tratto anch’esso da D. La repubblica delle donne, che mi ero conservata gelosamente: “Palinsesti scollacciati” di Guia Soncini, D 12 marzo 2011. La simpatica Guia Soncini, che non è certamente una belusconiana, smonta in poche righe a leggenda, rilanciata dall’italo-svedese di cui sopra, secondo cui certe schifezze si vedono solo nella tv italiana. Dopo avere descritto delle trasmissioni ad alto tasso di nudità che vanno per la maggiore in paesi come L’Inghilterra e la Germania, conclude: “Non sarebbe male smettere di dire che che solo in Italia c’erano e ci sono donne in mutande in televisione, e chiedersi perché, a parità di palinsesti scollacciati, loro abbiano avuto la Merkel o abbiano avuto la Tatcher, e noi abbiamo ‘un ministro che lavorava con Magalli, una che ha fatto un calendario,  una che era testimonial dei collant”. Me lo chiedo anch’io. Anch’io rimprovero Berlusconi per questo. Berlusconi non è affatto il mio idolo. Non penso affatto che egli sia un premier ideale. Penso soltanto che gli sia il meglio che c’è oggi in circolazione. Non è molto, ma occore accontentarsi, perché l’unica alternativa è l’Urss all’amatriciana di Vendola e Bersani. Tralasciando il fatto che nulla impedisce ad una “mignotta” reale o presunta di essere anche una brava donna politica, in generale le “mignotte” in parlamento fanno molti meno danni dei bolscevichi all’amatriciana coalizzati con i giudici.
In conclusione, piantiamola di dire che la televisione italiana è peggio delle televisioni degli altri paesi e che in Italia tutte le donne, tranne le senonoraquandiste, si inzoccoliscono per fare carriera. Piantiamola di dire che Berlusconi è la causa di questo generale inzoccolimento. No, Berluscni con i suoi bunga bunga non ne è la causa: ne è l’effetto. La cause deve essere ricercata più indietro, molto più indietro, e non a destra ma proprio a sinistra. La causa remota e unica di questa degenerazione dei costumi si chiama – mettetevelo bene in testa – LIBERAZIONE SESSUALE, i cui promotori sono gli stessi che oggi si stracciano le vesti, come verginelle, di fronte al bunga bunga. Sto parlando dei sinistresi sinistrati, che nel Sessantto andavano in giro a dire alle donne: “Se non me la dai sei fascista”. Come uno tsunami, la cultura della liberazione sessuale ha devastato tutti i paesi occidentali, trasformandoli in giganteschi bordelli. Tutto qui. No, un attimo, c’è pure, c’è soprattutto dell’altro. Quel tipo di tragica debolezza che spinge uno come Berlusconi alla bulimia sessuale e che spige migliaia di donne (e pure uomini) a usare il proprio corpo come merce di scambio c’è sempre stata, fin dai tempi remoti, nel cuore di ogni essere umano. Si chiama peccato originale. Solo che nelle epoche passate non c’è mai stata una cultura come quella della liberazione sessuale, che oggi non fa altro che aggravare questa tragica debolezza esaltando, santificando il peccato della lussuria. Ma per fortuna c’è una cosa molto più forte del peccato: si chiama misericordia. Siccome noi per primi non siamo senza peccato, dobiamo avere pietà di Berlusconi e delle ragazze che gli stanno attorno.

BENVENUTI NELL’ERA DELLA PORCA FEMMINA SFRUTTATRICE DEL CORPO MASCHILE. Dalle elezioni di Milano a Platone. 22 maggio 2011

domenica, 22 maggio 2011

BENVEVUTI NELL’ERA DELLA PORCA FEMMINA SFRUTTATRICE DEL CORPO MASCHILE. Dalle elezioni di Milano a Platone.

Che dire delle elezioni di Milano? Nulla, se non che Milano scivolerà lentamente nel Terzo Mondo. Le moschee, questi cavalli di Troia pieni di figli della suddetta, si moltiplicheranno incontrollate, mentre  le baby-gang sudamericane finirano di spartirsi le strade della città, i rom finiranno di rubare tutto quello che c’è da rubare e la mafia cinese finirà di comprarsi tutto quello che c’è da comprare. E i milanesi finiranno di scappare dalle zone più antiche e pregiate della città, lasciandole ai violenti di tutte le razze. A scanso di equivoci, non me la prendo con la maggioranza degli immigrati regolari, i quali lavorano onestamente e mostrano una sincera volontà di integrarsi, ma con minoranze sempre più consistenti di prepotenti, protetti dalle sinistre. Guai a fiatare se se un extracomunitario di qualsiasi provenienza ti rende la vita impossibile, perché ti ritroverai con il marchio infame di “razzista” stampato sulle carni. Agli occhi di Pisapia e dei vetero-marxisti come lui, tutti insediati nelle questure e nei consigli di zona, un extracomunitario vale dieci italiani. Infatti, Pisapia è sempre stato e sempre sarà un marxista. Ve lo dico ancora una volta che il marxismo non è affatto morto, che si è solo aggiornato, divenendo terzomondismo anti-globalista. Se per il marxismo classico i “borghesi” erano  i cattivi mentre i “proletari” erano i buoni, per il neo-marxismo post-moderno i “cattivi” ossia i nuovi “boghesi” sono gli occidentali autoctoni, nel nostro caso gli italiani, e i “buoni” ossia i nuovi “proletari” sono gli extracomunitari. I fumatori di hashish e di marxismo che frequentano i centri sociali e non si perdono  una manifestazione dei sindacati rossi, non ripetono forse in continuazione che l’Occidente sfrutta e opprime il Terzo Mondo? Ai loro occhi, l’extracomunitario che ruba, violenta e uccide gli autoctoni è solo una “vittima” che reagisce con proletaria violenza alle ingiustizie economiche che subirebbe nella malvagia “società borghese” occidentale. Ed è inutile che snoccioli loro i dati che confutano la loro visione lisergica della realtà, secondo cui l’Occidente sarebbe responsabile di tutto il male del mondo, perché il loro cervello è talmente annebbiato dalle sostanze psicotrope che non riescono a capire quello che dici.
Se Pisapia vincerà, come è probabile, la città finirà di riempirsi di donne impaurite che nascondono sotto spessi veli scuri  i capelli e i segni delle botte che prendono in casa da quei carcerieri che ancora si fanno chiamare mariti e che adesso sono in lutto la morte del Gran Topo di Fogna che nella tana di Abbottabad si drogava di pornografia e viagra (guarda un po’ che dicono ai microfoni del Fatto Quotidiano). E le donne occidentali ossia italiane? Bé, loro si sentono stupidamente al sicuro. Ancora non hanno capito che fra poco, quando interi settori della città saranno in mano ai barbari, non potranno uscire per strada senza essere molestate. Come oggi sono molestate le francesi autoctone nelle banllieue e le olandesi autoctone in certi quartieri di Amsterdam. Ancora non hanno capito che, se non si reagisce subito,  fra qualche anno caleranno le tenebre dell’oscuratismo maschilista assoluto, anche con la connivenza del povero maschio selvaggio occidentale, che invidia segretamente i maschi barbari. Ignorando il pericolo che incombe, le donne occidentali perdono tempo a prendersi qualche stupida rivincita nei confronti dei loro uomini. Quale è lo sport preferito dal maschio occidentale, se non usare la donna come un oggetto sessuale? Fino a qualche tempo fa, le femministe protestavano contro questo ignobile sport maschile. Oggi hanno fatto un salto di qualità: invece di invitare gli uomini a cambiare sport, ci partecipano anche loro. Tu mi tratti come un oggetto? Ed io ti tratterò come un oggetto. Tu allunghi le mani sulle ragazzine? Ed io allungherò le mani sui ragazzini. Tu fai il porco? Ed io farò la porca. Benvenuti nell’era della porca femmina sfruttarice del corpo maschile.
Prendiamo la pubblicità. E’ noto che basta mettere un po’ di anatomia femminile nello spot pubblicitario di un prodotto qualsiasi per incrementarne le vendite. Ovviamente, nessuno riesce a capire quale nesso logico, o illogico, ci sia fra l’anatomia femminile e una vernice, un formaggio, un dentifricio o qualunque altro prodotto inanimato. Chissà, forse il maschio medio crede che un prodotto nel cui spot abbondano tette e culi di prima scelta abbia il potere di materializzare magicamente tette e culi di prima scelta nella vita reale. In ogni caso, adesso le cose sono cambiate. Fino a cinque minuti fa, la priorità dei pubblicitari era di colpire la fantasia, alquanto rozza, degli uomini perché gli uomini guadagnavano di più e di conseguenza potevano spendere di più delle donne. Ma sembra che negli ultimi cinque minuti il potere d’acquisto delle donne si sia impennato. Me ne sono accorta guardando questo spot:

Mégane Coupé Cabriolet – TV Spot

Questo spot ci dice sulla decadenza della civiltà occidentale molto più di un intero saggio di sociologia. A suo modo, è divertente. Dunque, una bella donna sui quaranta o quarantacinque, ma forse anche cinquanta molto ben portati, sta guidando una automobile figa. Durante una sosta, un ragazzo sui venticinque comincia a lavare i finestrini dell’automobile. La splendida tardona ci prende gusto e, per prolungare il piacevole intervallo schiumogeno, abbassa il tettuccio dell’automobile. Quando il ragazzo tende le braccia verso il tettuccio per completare le operazioni di lavaggio, la maglietta e i pantaloni lasciano scoperti i giovani, voluttuosi fianchi che trasudano di testosterone fresco, mandando la tardona in estasi. Dopo il pagamento del servizio, il ragazzo sorride alla donna che si sta allontanando.
Complimentio ai creativi, che sono riusciti a concentrare in un filmato di pochi secondi una gran quantità di messaggi sociologici. La donna dello spot è il perfetto prototipo della donna di successo del ventunesimo secolo. Dalla splendida forma fisica, si arguisce che dedica la maggior parte del suo tempo libero al fitness e che investe gran parte del suo budget in cosmetici, massaggi, botulino e lifting. Dai bei vestiti e dalla bella automobile si arguisce che sul suo conto in banca ci sono molti soldini, che presumibilmente ha accumulato mettendo la carriera davanti alla famiglia. Se ha avuti figli, li ha lasciati alle cure delle tate extracomunitarie pagate in nero. Il padre dei suoi figli probabilmente non è più suo marito da qualche tempo, si è rifatto una vita con la segretaria di venticinque anni. E la splendida splendente, per vedicarsi di quel bastardo, investe i soldi che gli spilla con gli alimenti in belle automobili con cui rimorchia i giovanotti che non hanno ancora un filo di maniglie dell’amore. Dal canto suo, il ragazzo col secchio è il perfetto prototipo del giovane  contemporaneo, universitario squattrinato prima e disoccupato o precario dopo. Essendo povero, può fare acquisti solo da H&M o Decathlon quando ci sono i saldi, e come si sa quando ci sono i saldi  le taglie giuste finiscono subito, ragione per cui il ragazzo è riuscito a raccattare solo pantaloni di una taglia in più che gli calano in continuazione e magliette di una taglia in meno che scoprono l’ombelico tutte le volte che alza le braccia, per la felicità delle tardone. Essendo povero, accetta qualunque lavoro. Essendo inoltre un giovane maschio, come ogni giovane maschio ha in mente solo quello. E siccome lo spirito è pronto ma la carne è debole, non ce la fa proprio a tirarsi indietro quando una donna si mostra disponibile, basta che non sia proprio brutta e decrepita. E la spledida splendente, la falsa giovane, l’adolescente in pre-menopausa sulla macchina figa, non è né brutta né decrepita, al contrario. Oltretutto, qualcuno mi ha detto, ma non so se è vero, che  giovincelli son ben disposti a sfogare quel che resta degli impulsi edipici sulle splendide quaranta-cinquantenni. Quindi, si sospetta che il ragazzo non rifiuterebbe le avances della tizia over-anta, sia per ragioni economiche che per ragioni ormonali ed edipiche. Se gli dai qualche spicciolo, ti lava il finestrino dell’automobile; se gli allunghi qualche biglietto da dieci, magari gli viene voglia di farti il trattamento completo sul sedile posteriore, che tanto c’è il tettuccio a garantire la privacy. Alla faccia di quel bastardo del marito, che sbava sulle minorenni. Se poi lo copri di regali, ne fai il tuo devoto schiavo sessuale, tipo i ninfetti rimediati da Madonna, patrona della splendide tardone, dopo il divorzio dal cosiddetto marito. E te lo godrai almeno fin quando non si trova un posto fisso e un grande amore della sua età. E intanto tuo figlio che va al liceo deve essere comprensivo, se ti vede uscire con uno che potrebbe essere suo fratello.
Quale è dunque, in definitiva, il messaggo neppure tanto “subliminale” di questo spot? Il messaggio è che oggi le donne possono sottomettere sessualmente ed economicamente i maschi, che possono usare i maschi come oggetti, che in una parola le donne sono come i maschi.  Più che la parità dei diritti, il femminismo ha conquistato la parità dei vizi e dei peccati. Occhio per occhio, dente per dente: se tu fai il bastardo, anch’io faccio la bastarda. Una bella vendettina, non c’è che dire. Ma passati i cinque minuti di soddisfazione sadica per la vendetta, senti l’amaro in bocca. Già la vendetta di per sé non è una bella cosa (il desiderio di vendetta è una deformazione peccaminosa del desiderio di giustizia, tanto per intenderci). Ancora più devastante del desiderio di vendetta, individualmente e socialmente devastante, è il libertinaggio sessuale. E già, all’origine dello sfascio della società occidentale c’è lo sfascio della famiglia, all’origine dello sfascio della famiglia c’è il culto religioso della lussuria, inaugurato dal Sessantotto. Completate voi il sillogismo. Metti insieme gli spot ad alto tasso ormonale che ci aggrediscono da tutti gli schermi e la grande moschea che Pisapia vorrebbe a Milano, e ti scorreranno davanti agli occhi della mente le immagini apocalittiche del film che si intitola “fra qualche anno”: coppie scoppiate con un figlio o mezzo figlio da una parte, eserciti di immigrati arrabbiati e di immigrate velate e impaurite che passano da una gravidanza all’altra.
La cultura occidentale post-cristiana ha ucciso Dio ed ha divinizzato la materia. E così l’uomo moderno si è messo a cercare la beatitudine nella materia ossia nel corpo, nelle sostanze prodotte dal corpo e nelle sostanze introdotte nel corpo, negli ormoni e negli stupefacenti. Sesso e droga. Ma la droga non è ancora, si spera, un prodotto di largo consumo, sebbene in certe strade della città che rischia di finire fra le grinfie di Pisapia si respiri la cocaina. La lussuria, invece, è una droga di massa. Se dunque non c’è felicità possibile al di fuori dell’eccitazione sessuale, che senso può avere  rimanere col solito marito o con la solita moglie che non provocano più da molto tempo una decente scarica ormonale? Se le strade sono piene di frutti freschi e multicolori, perché addentare soltanto quel solito vecchio frutto raggrinzito che sta in casa? Per i figli? A dire il vero, il bene dei figli è una ragione più che sufficiente per stare alla larga dall’adulterio e dal divorzio, il quale è quasi sempre la conclusione logica dell’adulterio. Infatti, un uomo e una donna non stanno insieme per essere “coppia” ma per essere “famiglia”, che per inciso è famiglia anche se i figli non nascono. Però capisco perfettamente che oggi la parola “famiglia” è diventata incomprensibile, tanto è vero che non si dice più “famiglia” ma “coppia con figli”. E poiché “coppia” prevale su “figli”, alla coppia che scoppia non gliene potrebbe fregare di meno della sofferenza che, scoppiando, infligge ai figli.
Capisco anche che la morale ridotta ad arida matematica di “devi” e “non devi” non è capace di darti una sola valida ragione per rinunciare ad un piacere qualunque, tanto più al piacere incendiario della passione sessuale. Come non odiare le ingiunzioni morali che, come un inverno improvviso, gelano le primavere dei sensi? “Devi perché devi”, ti dice la morale di questo mondo. Come non odiare la parola “dovere”, se la parola “dovere” entra in conflitto con la parola “piacere”? La verità è che non si vive di “doveri” ossia di imperativi categorici della ragion pratica. Si vive di amore e di bellezza, almeno quel poco d’amore e di bellezza che si possono trovare in questa valle di lacrime. Dunque, si può amare il dovere solo se il dovere è servo dell’amore e della bellezza. Si può accettare il divieto morale di bere da tutti i calici del piacere che si incontrano lungo la strada della vita, solo se è certi che in fondo alla strada c’è un piacere infinito. No, mi correggo. Non si può vivere nell’attesa di qualcosa che appartiene ad un futuro imprecisato o all’eternità, soprattutto se non si crede all’eternità. L’unica valida ragione per rinunciare ai fuochi fatui della passioni pre ed extra- coniugali è che il rapporto coniugale, pure attraverso le inevitabili fatiche, possa dare più soddisfazioni dei fuochi fatui. Poi siamo tutti peccatori, lungi da noi l’idea di poter resistere da soli alle tentazioni della carne! Senza la grazia non possiamo fare nulla. Ma come accennavo, non c’è bisogno di credere all’eternità e alla grazia per capire, almeno capire, che la libertà sessuale è un inganno. Il dolce canto delle sirene, secondo la leggenda, prometteva di indicibili soddisfazioni. Ma invece delle soddisfazioni promesse, i naviganti che si avvicinavano alle sirene trovavano una fine orrenda sugli scogli. Analogamente, vivere in funzione delle passioni sensuali, ossia vivere secondo la dottrina della rivoluzione sessuale, è come vivere sfracellandosi continuamente sugli scogli, anche se si è convinti di vivere “al massimo”. Questo lo aveva capito un certo Platone, parecchi anni prima della nascita di Cristo. Vorrei riuscire ad esporre il pensiero di Platone in poche righe, anche perché io queste cose le avevo capite da sola ben prima di leggere i dialoghi del filosofo.
Dunque, ognuno di noi deve avere capito molto presto, diciamo in prima media, che l’istinto sessuale avrebbe determinato gran parte dei suoi pensieri e dei suoi desideri nel corso della sua vita adulta. Ma quale è lo scopo di questo istinto così potente? Senza dubbio, l’istinto sessuale è legato alla procreazione. Dal momento che senza quell’atto così scandalosamente materiale che normalmente due individui di sesso opposto compiono fra le lenzuola la nostra specie si estinguerebbe rapidamente, la natura ha fatto di tutto per renderlo piacevole e gradito. Tuttavia, solo una percentuale minima degli atti sessuali che si consumano fra individui fecondi si concludono con la fecondazione. Non sembra del tutto sbagliato affermare, quindi, che il fine primario dell”istinto sessuale non sia la riproduzione dell’individuo ma piuttosto la realizzazione di un legame sessuale fra l’individuo e un individuo di sesso opposto, di cui  la riproduzione sarebbe solo la conseguenza occasionale. In ogni caso, sarebbe opportuno distinguere fra istinto e desiderio. “L’uomo è una corda tesa fra la scimmia e il superuomo”, diceva Nietzsche. Io direi piuttosto che l’uomo è una corda tesa fra l’animale e l’angelo, fra la materia e lo spirito. Fra le tante cose che distinguono gli esseri umani dagli animali, c’è l’estrema complessità del desiderio sessuale umano. Se il desiderio degli animali si muove solo sul piano dell’istinto, il desiderio umano si muove su almeno quattro piani sovrapposti, intimamente legati e inseparabili: il piano dell’istinto, il piano dei gusti individuali, il piano del desiderio di bellezza e infine il piano dell’eros divino. L’istinto non ha se non le finalità naturali ossia materiali che abbiamo visto (la consumazione dell’atto sessuale e la riproduzione). Ma sul piano dell’istinto, il desiderio tende indiscriminatamente verso qualsiasi individuo fecondo e attraente del sesso opposto che capiti a tiro. Si capisce che, se esistesse solo l’istinto, tutti andremmo a vivere nelle comuni hippy. In maniera provvidenziale, i gusti individuali tendono a frenare  l’istinto, incanalando il desiderio in direzione di una gamma limitata di soggetti. “De gustibus”: ad uno piacciono le bionde, all’altro piacciono le more, all’una piacciono quelli atletici, all’altra piacciono quelli seri con gli occhiali eccetera. Sebbene, per fortuna, non tutti gli individui dell’altro sesso corrispondano ai nostri gusti, in ogni caso di quelli che corrispondono più o meno bene ai nostri gusti ne possiamo incontrare parecchi. Come scegliere? L’eros ci aiuta. Quando il demone superiore dell’eros si impossessa dell’anima, il desiderio si eleva al cielo dell’innamoramento, focalizzandosi in maniera esclusiva e prepotente su un solo individuo dell’altro sesso, più o meno conforme ai nostri gusti individuali. Ma il fenomeno dell’eros, già analizzato dal papa nell’enciclica Deus caritas est, dovrà essere esaminato a parte. Adesso esaminiamo il rapporto fra il desiderio sessuale e il desiderio di bellezza, che d’altronde è strettamente connesso all’eros. Prima ancora che un individuo conforme ai nostri gusti, il desiderio cerca un individuo che abbia in sé le caratteristiche della bellezza e della bontà. Non sto dicendo che si desiderano e si amano solo i belli e i buoni, perché sappiamo tutti che si può tranquillamente perdere la testa per una persona non proprio bella e non proprio buona. Tuttavia, la persona non propriamente bella su cui eventualmente si focalizza, a seconda dei casi, il desiderio effimero o la forza misteriosa dell’eros, a noi ci sembra bella o comunque troviamo in essa qualcosa di bello, così come nel suo carattere troviamo qualcosa di buono. Ma sappiamo anche bene che il desiderio è destato prevalentemente da persone oggettivamente belle e affascinanti. Le belle donne e gli uomini belli attirano gli sguardi per strada. A questo punto ci dobbiamo chiedere: che cosa è la bellezza? Per cominciare, quando parliamo di bellezza femminile e bellezza maschile, “bello” coincide in larga parte con “attraente”. Nelle donne attraenti, i tratti caratteristici del corpo femminile sono particolarmente ben sviluppati, così come sono particolarmente ben sviluppati tratti caratteristici del corpo maschile negli uomini attraenti. Ma se la bellezza fosse interamente contenuta nelle caratteristiche che rendono un individuo attraente, la bellezza umana non non potrebbe attivare altro che il mero meccanismo dell’istinto naturale, di cui abbiamo già parlato. Ma la bellezza attiva in noi qualcosa di molto più profondo. Ogni tipo di bellezza, non solo quella umana ma in particolar modo quella umana, suscita in noi un entusiasmo profondo, che si volge immediatamente nel presentimento di una felicità indicibile. In altre parole, sucita il presentimento di un mondo che sta oltre questo mondo materiale.  Lo aveva già capito Platone, che la bellezza e la bontà sono enti spirituali. Poco dopo Platone, Aristotele ha detto “forme”. Le forme spirituali “informano” la materia ma non sono materiali. Confrontate un informe blocco di marmo di un quintale con una statua di marmo di un quintale. La statua ha un elemento in più rispetto al blocco di marmo: la forma. Considerando che il blocco e la statua hanno il medesimo peso e sono fatti dello stesso materiale, possiamo concludere che la forma non ha né peso né materia, in sintesi non è materiale. Ora, le forme dell’arte e della natura dotate di bellezza sono molteplici. Se ci mettessimo a fare il catalogo di tutte le belle forme dell’universo, probabilmente il catalogo continuerebbe all’infinito. Viceversa, se cercassimo una sola forma in cui siano riunite tutte le perfezioni disperse nelle infinite forme belle dell’universo, non la troveremmo, non in questo universo. Infatti, la bellezza, nella sua pura essenza spirituale, ha una ampiezza infinita, che non può essere contenuta da nessun oggetto finito. Comunque, come non possiamo trovare su questa terra una forma perfettissima, così non possiamo trovare un solo uomo perfettissimo e una sola donna perfettissima. Infatti, sia la bellezza femminile che la bellezza maschile si esprimono in una molteplicità di forme, che passano attraverso molteplici individui. Si prendano migliaia o milioni di donne, tutte ugualmente attraenti e bellissime: non ce n’è una uguale all’altra. Ed è impossibile immaginare una donna in cui si riuniscano tutte le caratteristiche individuali di tutte le belle donne del mondo, perché, riunite, tali caratteristiche si annullano a vicenda (non è possibile essere mora e bionda allo stesso tempo, per dirne solo una). D’altra parte, la bellezza non è contenuta solo negli individui universalmente considerati belli. Scintille sfuggite dal sole infinito della bellezza si spargono ovunque, in una parte più e meno altrove. Per questo non si inganna chi trova del bello e perdutamente si innamora di una persona non propriamente bella.
E qui siamo ad un punto importante. Sembra assurdo, ma l’inganno della libertà sessuale non si installa solo al livello dell’istinto, ma anche al livello del desiderio di bellezza. Incapace di vedere la differenza fra l’uomo e l’animale, la scellerata ideologia della libertà sessuale mira a “liberare” l’istinto sessuale da ogni regolazione razionale. Se l’istinto degli animali contiene in se stesso la sua regola e la sua norma, negli uomini l’istinto è indeterminato e informe, oscuro, bisognoso della guida della ragione. Privato dunque della sua guida naturale, l’istinto sessuale umano non può che pervertirsi, scivolando nell’abisso fangoso della pornografia. Se da una parte deforma l’istinto sessuale, dall’altra l’ideologia della libertà sessuale inganna il desiderio di bellezza. Sotto questo aspetto, tale scellerata ideologia non è che la volgarizzazzione pop della filosofia di Don Giovanni. Per capire il dongiovannismo, dobbiamo prima prendere coscienza della nostra fatale incontentabilità. Nessuna delle cose che noi desideriamo ha il potere di soddisfare fino in fondo il nostro desiderio. Neppure il desiderio più ardente, il più profondo innamoramento, possono trovare una stabile soddisfazione nella persona ardentemente desiderata. La ragione è semplice e disarmante: perché l”anima umana, quando desidera una cosa o una persona, in realtà desidera l’infinito, e né l’uomo né la donna né nessuna altra cosa contengono l’infinito. Il desiderio sessuale desidera, desiderando visi belli e  corpi belli, la bellezza stessa, nella sua ampiezza infinita.  Ebbene, il dongiovannismo consiste, precisamente, nell’ingannare il desiderio di infinito, nello stordirlo con facili ebbrezze. Come un’ape non rimane su un fiore più del tempo necessario per prenderne il polline, così don Giovanni abbandona il momentaneo oggetto del suo desiderio non appena l’ebbrezza di sensi accenna a diminuire, passando immediatamente ad un altro oggetto, che susciterà una nuova, effimera ebbrezza. In fondo, don Giovanni cerca la donna perfetta, che contiene la perfezione ideale della bellezza muliebre. Dal momento che nessuna donna contiene intera questa perfezione, dal momento che ognuna ne contiene soltanto frammenti più o meno estesi, don Giovanni passa da una donna all’altra come volendo appropriarsi di ciascuno di questi frammenti , illudendosi di poterli poi rimettere insieme. Ed è qui l’inganno. Don Giovanni possiede corpi materiali, non la loro bellezza, perché la bellezza non è materiale. Nessun oggetto spirituale può essere posseduto materialmente. La bellezza può essere posseduta realmente solo tramite una “contemplazione senza possesso” (Kant). Per godere della bellezza di un dipinto, non devo avvicinarmi troppo e toccarlo: devo rimanere a distanza debita. Si dirà: d’accordo la contemplazione, ma anche la carne vuole la sua parte. Certo, la carne ha diritto alla sua parte. Ma perfino i sensisti del Settecento si erano accorti che nessun piacere, neppure il più materiale, è puramente materiale. L’ebbrezza dei sensi, in particolare, allude potentemente ad una ebbrezza ben diversa, superiore, spirituale. Ed effettivamente, è a questa ebbrezza superiore cui  l’anima anela, non al momentaneo ribollire del sangue. La moltiplicazione delle scariche ormonali e dei bollori non moltiplica l’ebbrezza, ma la stanchezza e la noia, cui si tenterà di porre rimedio con nuovi più potenti bollori, in una spirale senza fine (notare la somiglianza fra il libertinaggio e la tossicodipendenza).  L’abbandono incontrollato alle gioie dei sensi lascia sempre l’amaro della delusione in bocca. Quindi, don Giovanni è un personaggio drammatico, destinato a non trovare mai la strada della felicità. A differenza di don Giovanni, i don giovanni e le donne giovanne di oggi, i primi ammirati e le seconde additate come “whores”, si credono felici. In realtà si ingannano, e non fanno mai un passo verso la felicità.
Come uscire, dunque, dal vicolo cieco dell’istinto sregolato e del dongiovannismo disperato? Certo, i sensi e l’istinto hanno la loro importanza. Non si può sopprimere l’istinto senza danneggiare la specie. D’altra parte, non siamo creature puramente spirituali. Noi aneliano ad una felicità sperimentata non solo nello spirito ma anche nella carne. Quindi, non si tratta di reprimere l’istinto, ma di regolarlo, sottomettendolo all’amore. Ma per regolare l’istinto, c’è una sola strada, che passa attraverso i misteri dell’eros divino: la monogamia assoluta. E qui mi fermo, perché mi sono accorta di essere salita troppo in alto, e mi torna in mente qualcosa del Vangelo a proposito di “perle”.

OSAMA BIN LADEN, PISAPIA, REFERENDUM DIPIETRISTI E ANDERS BREIVIK. Post dal 7 maggio al 24 luglio 2011

sabato, 11 giugno 2011

NO AI REFERENDUM OSCURANTISTI, SI AL PROGRESSO.

Vorrei dire tante cose sul redeferndum, ma non ho tempo.Quindi dirò una sola cosa: NON ANDATE A VOTARE.Voi che vorreste votare “no”, non fatevi fregare: non dovete votare “no”, semplicemente non dovete andare a votare.

Non votate “no”, fate di più: dite NO AL REFERENDUM.

Questo referendum è una TRUFFA, un RAGGIRO, un IMBROGLIO.

Il “legitimo impedimento” è lecito e opportuno. Montesquieu ha teorizzato la necessità della separazione fra il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Quando scoppiò lo scandalo (pilotato) di “tangentopoli”, fu data ai giudici la possibilità di interferire col potere lesgislativo e il potere esecutivo. Da allora, i giudici possono colpire indiscriminatamente politici di ogni genere e grado. Sospendendo la separazione fra i poteri, è stata minata alla base la democrazia. Il “legitimo impedimento” è uno scudo sottilissimo, fragilissimo, a difesa di un rappresentante del popolo. Non togliamo questo ultimo scudo.

L’acqua è preziosa, talmente preziosa che non possiamo più permettere che delle tubature vecchie e danneggiate ne disperdano inutilmente più della metà. Per impedire questo spreco vergognoso, c’è una sola cosa da fare: togliere la gestione dell’acqua a politici corrotti e consegnarla a privati virtuosi, disposti ad investire i loro capitali nella riqualificazione delle tubature.

Sull’energia nucleare ho già detto tutto in LO TSNAMI, L’ENERGIA NUCLEARE, LA SCIENZA E CRISTO. In sintesi, l’energia nucleare è il futuro, è il progresso. Rinunciare all’energia nucleare significa rinunciare al progresso. L’eventuale, disgraziata vittoria dei sì, farà fare all’Italia un altro passo verso il Terzo Mondo. Non fatevi fregare dalle sirene antinucleariste. Dietro queste sirene, ci sono lobby avvelenate di ideologia malthusiana che vogliono il regresso, ribattenzandolo col nome di “sviluppo sostenibile”.

Dite sì al progresso.

I cristiani stanno con il progresso.

I costruttori di cattedrali diventano costruttori di astronavi.

venerdì, 27 maggio 2011

Cari cattolici che votate Pisapia…

MI HANNO DETTO CHE GRUPPI DI CATTOLICI PIUTTOSTO CONFUSI VANNO IN GIRO PER MILANO A FARE PROPAGANDA PER PISAPIA, DENIGRANDO LA MORATTI.ECCO UN BREVE RITRATTO DELL’UOMO CHE QUESTI CATTOLICI  VORREBBERO PORTARE A PALAZZO MARINOPISAPIA nel 1997 ha proposto la depenalizzazione dello spaccio di droga (proposta n. 4301) · nel 2001 ha proposto l’istituzione della “stanza del buco” (proposta n. 719) · nel 2002 ha proposto di legalizzare l’eutanasia (proposta n. 2974) · sostegno a chi vuole interrompere la gravidanza (programma elettorale p. 20) · i redditi familiari sopra i 30.000 euro saranno più tassati (programma elettorale p. 28) · istituzione del registro comunale per le coppie gay (programma elettorale pp. 22-23) · Polizia Locale sgravata dai compiti di pubblica sicurezza (programma elettorale p. 27) · sostegno alle esperienze di autocostruzione dei rom (programma elettorale p. 27) · Viale Padova come modello di integrazione da esportare in tutta la città (programma elettorale pp. 26-27).
(sintesi fornita dal signor W.)

CARI CATTOLICI ANTI-MORATTI, AIUTATEMI A CAPIRE: COME PUO’ UN CATTOLICO VOTARE PER PISAPIA?

P.S. Mi ha fatto ridere specialmente “Via Padova come modello d’integrazione”. Andatelo a chiedere agli abitanti italiani di via Padova, che bella aria di integrazione respirano.

giovedì, 26 maggio 2011

ESSERE SOVIETICI E NON VERGOGNARSENE. La gaffe di Pisapia.

In Italia, le campagne elettorali somigliano alle vecchie commedie dell’arte. In esse, ogni maschera era sempre uguale a se stessa e diceva sempre le stesse cose. Nella commedia della politica, le maschere di Montecitorio recitano sempre  lo stesso canovaccio da quando è crollato il maledetto muro.  Gli arlecchini di centro destra urlano “comunisti!” “estremisti” ai pulcinella incazzati di sinistra e questi, che fino a venti anni fa stavano con l’Urss, ribattono, col nasone nero che intanto cresce irrimediabilmente: “Noi non siamo comunisti, non siamo mai stati comunisti, il comunismo non esiste più, il comunismo non è mai esistito, noi non siamo estremisti, non lo siamo mai stati, siamo MODERATI!”. Il pulcinella bauscia che vorrebbe regalare la città ai “proletari” di etnia rom e di religione islamica, senza nessun pudore dice: “Io sono un MODERATO,  il caffé non lo prendo con i giovani dei centri sociali ma con gli impreditori e con i professionisti del ceto medio produttivo”. Intanto, il pulcinella Gad Lerner nel suo Infedele sta lì a prendere per il culo gli arlecchini di destra: “Vogliono diffondere la paura, vogliono fare credere alla gente che esista ancora il pericolo sovietico!”. Caro Lerner, la pianti di fare il cretino. La pianti con questo trucchetto imbecille: “Se hai paura del comunismo soffri di allucinazioni perché il comunismo non esiste più buha ha ha ha haaaaaa!!!!!” Sul serio, la pianti. Le assicuro che nessuno di noi poveri arlecchini di destra è all’ignaro del fatto che l’Urss non esiste più, che il comunismo è ufficialmente finito. Ma lei sa meglio di me che, se il comunismo è finito, le singole idee comuniste sono ancora vive, e infettano, come il virus dell’ebola, i programmi della sinistra che si pretende MODERATA. Quali idee? Quali finalità? Questa soprattutto: uccidere lentamente i “borghesi” del ceto medio produttivo e i  “piccoli borghesi” (i lavoratori dipendenti a basso reddito), con una tassazione crescente e regalare i soldi delle tasse ai “proletari” che rubano, spacciano, delinquono e fanno i terroristi, in una parola ai rom e agli islamici di viale Jenner. A questa finalità, che ancora sa di “lotta di classe”, se ne aggiunge una nuova, presa direttamente dai falsi liberali e autentici segaioli del Partito radicale internazionale: uccidere lentamente l’istituzione “borghese” della famiglia  favorendo qualsiasi accoppiamento che non sia quello fra uomo e donna. Alle coppie di banali “eterosessuali” essi concedono al massimo i PACS e i DICO, per tenerli lontane dalla tentazione di giurarsi fedeltà finché morte non li separi e  mettere su famiglia. “Vuoi mettere su famiglia? Oddio, come sei borghese!” Ora i pulcinella mai-stati comunisti si battono per i matrimoni gay. A quando le battaglie per i matrimoni sorella-fratello e adulto-bambino?
Ma parliamo ancora di Pisapia. Ragazzi, mi sa che quello doveva darsi alla recitazione, è un attore fantastico. Quando recita la parte del moderato che prende il caffé con gli impreditori, quasi quasi ci casco anch’io. Quando dice che non è comunista, che non ha nessuna nostalgia dell’Unione Sovietica, quasi quasi gli credo. Dunque io ero lì che quasi gli credevo quando mi è capitato fra le mani una pubblicazione che i miei (irrimediabilmente sinistrorsi) hanno preso ad un comizio del nostro.  E che ti trovo in prima pagina? Non ci posso credere! Caro Pisapia, un consiglio disinteressato: cambi collaboratori. La prossima volta, controlli le immagini propagandistiche prodotte dai suoi collaboratori, prima di dare il via libera alla pubblicazione.

CARO PISAPIA, LEI SUDA SETTE CAMICIE PER FARCI CREDERE CHE E’ UN MODERATO, PER CONVINCERCI CHE NON HA NESSUNA NOSTALGIA DELL’URSS, E I SUOI COLLABORATORI CHE FANNO? .

COPIANO UN FAMOSO MANIFESTO DELLA PROPAGANDA SOVIETICA!!!!

LO SA QUESTO COME SI CHIAMA? LAPSUS FREUDIANO! IL SUO INCONSCIO CI STA MANDANDO DEI SEGNALI INEQUIVOCABILI SUL FATTO CHE TUTTO IL SUO MODERATISMO E’ SOLO UNA MASCHERA.

SovietPisapiaSopra: immagine tratta dal quindicinale “Milano si può”, 4 maggio 2011.
Sotto: manifesto di propaganda sovietica del 1925: Gozizd di Aleksandr Rodchenko.

Qualcuno mi ha fatto notare, giustamente, che da sempre i grafici e i pubblicitari prendono spunto dalla grafica sovietica, in particolare quella di Rodchenko. In effetti, chiari riferimenti allo “stile Rodchenko” sono apparsi, nel corso degli anni, in molte immagini pubblicitarie. Ma nella maggioranza di esse, lo “stile Rodchenko” non appare come “stile sovietico” bensì come “stile anni Venti”. In sostanza, perde ogni legame con i suoi contenuti propagandistici originari. In certi casi, invece, i creativi richiamano lo lo “stile Rodchenko” proprio per richiamare i contenuti della vecchia propaganda, al fine di ribaltarli ironicamente. In effetti il contrasto, che caratterizza felicemente certe immagini pubblicitarie, fra la grafica austera del vecchio comunismo e il messaggio apertamente edonistico-consumistico appare molto ironico, a tratti comico:
Pubblicità tipo Rodchenko
Perché dunque nel manifesto di Pisapia il riferimento scoperto, quasi plagiario, al famoso manifesto di Rodchenko non dovrebbe avere significati ironici? Mi si fa notare che probabilmente i creativi al seguito di Pisapia hanno voluto lanciare un messaggo sarcastico di questo tipo: “Siccome siete così cretini da non esservi accorti che l’Unione Sovietica non c’è più, siccome basate la vostra campagna elettorale sulla paura del comunismo,  allora noi faremo finta di essere comunisti per prendervi per il culo, perché in realtà noi siamo MODERATI! Quanto siete cretini voi che avete ancora paura dei comunisti che mangiano i bambini uhahahahahahaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!”
Ora, io non metto in dubbio che nel manifesto di Pisapia ci sia anche questo messaggio sarcastico. Come ho scritto nel post, infatti, la tattica collaudata dei post-comunisti è proprio questa: ridicolizzare ogni critica a alle idee di chiara ispirazione marxista che impregnano i discorsi e i programmi della sinistra (sia quella presunta moderata di Bersani sia quella apertamente estremista di Pisapia) ripetendo, come un mantra, che “il comunismo non c’è più”. Dunque, nel  manifesto di Pisapia questo messaggo sarcastico è sicuramente presente. Ma se  vai un po’ a fondo, scopri che l’immagine ha anche altri significati. Innanzitutto, questa non è una immagine pubblicitaria: è una immagine di propaganda politica. Se fosse la pubblicità, che so, di un aperitivo, il riferimento al Rodchenko non avrebbe significati politici. Quando una immagine pubblicitaria richiama una immagine di propaganda, fa ridere. Quando una immagine di propaganda richiama un’altra immagine di propaganda, c’è poco da ridere. Ad un livello superficiale, il manifesto di Pisapia richiama la propaganda sovietica in maniera ironica, al fine di ridicolizzare tutti quelli che osano denunciare il carattere ancora sostanzialmente marxista di molte idee della sinistra. Ad un livello più profondo, il manifesto d Pisapia richiama la propaganda sovietica… proprio per richiamare gli ideali sovietici. Guardiamo bene l’immagine: oltre che a Rodchenko, in questa immagine c’è un chiaro riferimento all’artista pop americano Roy Lichtenstein:
Lichtenstein Ora, la Pop Art americana celebra le icone della società dei consumi, esalta la democrazia del mercato. Diceva più o meno Andy Warhol: “La Coca Cola è democratica: la beve sia l’ultimo degli operai che il presidente”. Oggi le immagini della Pop Art diventano quasi simboli del capitalismo e della liberal-democrazia occidentali, che hanno sconfitto il gigante sovietico.
Il manifesto di Pisapia, attraverso la mescolanza inedita fra lo stile sovietico e lo stile della Pop Art, veicola un messaggio molto chiaro per chi lo sa leggere: “Noi MODERATI vi proponiamo un aggiornamento in chiave edonistica, consumistica, allegra, ‘pop’, di quei vecchi ideali di assoluta giustizia sociale che erano al cuore del comunismo, e che i sovietici, purtroppo, non sono riusciti a realizzare. Noi riusciremo dove i sovietici hanno fallito”. Mi sembra scontato che i pisapiani evitino ogni riferimento a Lenin. Ormai Lenin non fa una figura tanto migliore rispetto Stalin. Il loro nuovo astro viene dall’America della Pop Art: Obamaaa!!!!!!

P. S.

Se ancora non avete le idee chiare sugli orrori del comunismo, un piccolo ripasso non vi farà male. Un’occhiata  a questo post:

http://edio71.splinder.com/post/24566375/lurss-e-laffare-nazino

sabato, 07 maggio 2011

Osama è finito non per merito di Obama ma per merito di Bush.

L’ultimo articolo di Ann Coulter è pura dinamite. Non potevo non tradurlo per intero. Con il suo linguaggio tagliente e politicamente scorretto, la Coulter spiega che Obama non solo non ha nessun merito della cattura di Bin Laden (che è piuttosto effetto delle politiche di Bush), ma sta aggravando la situazione in Medio Oriente. Più in generale, la recrudescenza del terrorismo islamico è effetto della miopia delle passate amministrazioni democratiche, da quella di Carter a quella di Clinton. L’unico che in Medio Oriente ha fatto qualche cosa di buono, è il “cattivo” Bush. Viva Bush, viva l’America, viva l’Occidente.
N.B. Come leggerete nell’articolo, Osama apprezzava molto i film “Rendition”, “Nella valle di Elah”, “Fahrenheit 9 / 11″. Si tratta di film anti-americani prodotti ad Hollywood, non in Arabia Saudita. Chi è che ancora non ha capito che Hollywood è in mano alla più becera sinistra anti-americana, anti-occidentale e terzomondista? .

LA PROSSIMA VOLTA, USA FEDEX
di Ann Coulter
4, maggio 2011

La CIA ha intensificato la ricerca di Osama bin Laden la scorsa settimana dopo essersi  nauseata della copertura del matrimonio reale, come tutti noi.

Operazioni di intelligence americana hanno trovato Osama seguendo i suoi corrieri di fiducia, i cui nomi sono stati dati da alcuni membri di al-Qaida nel corso degli interrogatori duri nei “siti neri” della Cia sotto il presidente Bush.

Sì, quegli stessi interrogatori denunciati all’infinito da tutto il Partito Democratico (salvo Joe Lieberman), i media mainstream, e una particolarmente indignata Jane Mayer sul The New Yorker.

Il terrorista più ricercato del mondo viveva in una ammuffita dimora da un milione di dollari in una comunità protetta appena fuori da Islamabad. Alla CIA sono stati necessari cinque anni per capire il codice a quattro cifre necessario per entrare

Un indizio importante che mancava era che Osama viveva a Via Vergini 72. Egli potrebbe essere ancora vivo oggi, se solo non avesse preso in prestito del suo vicino di casa dei lanciarazzi montati spalla, mai restituiti.

Il nostro potente Navy SEALs  non solo ha piazzato una pallottola nella testa di Osama, ma ha portato via i suoi computer, dischi e dischi rigidi. Finora, quello che tutti hanno evidenziato è che Osama aveva più Affitti Netflix di “Rendition”, “Nella valle di Elah”, “Fahrenheit 9 / 11″ e “Love Actually”.

Potete immaginare che cosa c’è in hard disk di Osama? Voglio dire, oltre la pornografia più becera. I pantaloni si stanno bagnando in tutti gli stabilimenti militari del Pakistan.

Il New York Times riferisce che il raid che ha ucciso Osama è aspramente denunciato nella televisione pakistana come una violazione della sovranità di quel paese. Osama, i nostri cari alleati dicono, non era un terrorista, né al-Qaida è mai stata ostile al Pakistan – a differenza degli Stati Uniti, che essi chiamano “un nemico del Pakistan e musulmani”.

(Inoltre, l’intera squadra  dei video (?) di bin Laden è oggi in fila all’ufficio disoccupazione di Islamabad. Grazie, Barack.)

L’unico paese islamico che ha apertamente applaudito la nostra  cattura di bin Laden è l’Iraq. Secondo i rapporti dall’interno del paese, le stazioni televisive stanno trattando il raid come una grande vittoria per l’Iraq – la battaglia finale in una guerra che fu combattuta per lo più da cittadini iracheni sul suolo iracheno. Essi vedono l’uccisione di bin Laden come il loro trionfo personale nella guerra contro il terrorismo islamico.

Analogamente, quando ci fu un’esplosione di violenza in tutto il mondo islamico in risposta ad alcune vignette danesi nel 2006, indovinate quale nazione islamica non era altro che placida contentezza? Ancora una volta: il nostro coraggioso Iraq. (a quanto pare i marines americani in mezzo a voi hanno una sorta di effetto tranquillizzante.)

E ‘ una grande cosa che abbiamo preso bin Laden, ma se l’ultima amministrazione democratica avesse fatto il suo lavoro, non ci sarebbe stato nessun Osama bin Laden e nessun attacco dell’11 settembre, tanto per cominciare.

I presidenti democratici sono sempre troppo febbrilmente impegnati nella ridistribuzione della ricchezza dentro casa per dedicare grande attenzione ai nostri interessi nazionali all’estero.

Obama arriva a raccogliere i frutti delle politiche di terrorismo dell’era Bush – politiche che lui, i suoi colleghi democratici e Jane Mayer hanno istericamente denunciato ai tempi – mentre Reagan e Bush hanno dovuto affrontare le conseguenze della politica iraniana di Carter e la politica su bin Laden di Clinton.

Secondo Michael Scheuer, che ha diretto l’unità di bin Laden alla CIA per molti anni, al presidente Clinton è stato dato da 8 a 10 possibilità di uccidere o catturare bin Laden, ma si rifiutò di agire, nonostante bin Laden avesse dichiarato pubblicamente guerra agli Stati Uniti e lanciato diversi attacchi contro di noi, uccidendo centinaia di americani.

(Se solo una di quelle occasioni si fosse presentata il giorno del previsto impeachment, invece di bombardare l’Iraq, Clinton avrebbe rimandato la soluzione dei suoi problemi in casa catturando finalmente bin Laden.)

Il direttore della CIA di Clinton, James Woolsey, non ha mai incontrato una sola volta Clinton in un incontro uno a uno. Questo è in contrasto con quello che è successo a Monica Lewinsky, che ha ottenuto circa una dozzina di incontri faccia a faccia – o faccia-a-qualcosa – con il presidente.

Questo è il motivo per cui Sandy Berger, consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton, è stato sorpreso a rubare i documenti dagli archivi nazionali durante le udienze  della Commissione del 9 / 11. Questo è anche il motivo per cui Clinton ha fatto esplodere una guarnizione (?) e ha costretto ABC  a cancellare l’uscita del DVD del docudrama “The Path to 9 / 11″ – basato sulla relazione della Commissione.

(Bush aveva a che fare con la bomba a orologeria di Osama bin Laden lasciata da Bill Clinton.

Tutti i presidenti hanno dovuto fare i conti con la bomba a orologeria innescata dalla passiva accettazione di Carter della rivoluzione iraniana del 1979, dando alla follia islamica la sua prima nazione-sponsor.

Quali le bombe a orologeria sono piazzate in tutto il mondo dal nostro attuale presidente democratico?

Seguendo il copione democratico, l’approccio generale di Obama per la sicurezza nazionale è quello di gettare inutilmente la nostra influenza e i nostri militari in tutto il mondo – in Libia, Egitto e Afghanistan – senza risultati evidenti per la sicurezza nazionale.

Grazie al nostro inetto presidente, la maggior parte del Medio Oriente si sta rapidamente degenerando in una pestilenziale palude terrorista.

I Fratelli Musulmani stanno emergendo come intermediari di potere in Egitto, Tunisia, Yemen e Libia. Nel frattempo, il movimento di “democrazia” in Siria sembra destinato a terminare con il presidente Bashar al-Assad che ottiene un miglior controllo sul potere, dopo aver ucciso gran parte del suo popolo, per ricordare loro perché è il loro presidente.

Tutti questi paesi stanno diventando peggio di quanto non fossero prima. (Sul lato positivo, Obama sta per annunciare che i SEALs  hanno appena trovato Joe Biden.)

Ma l’eredità di George Bush – l’Iraq – sarà in piedi, da sola, come l’unico punto di luce in un mare di oscurità islamica. E i media tuberanno su come è  rassicurante è che ora alla Casa Bianca abbiamo un presidente “riflessivo” invece di un cowboy.

SCIENZA, FEDE ED ESISTENZA DI CRISTO. Post dal 19 febbraio al 2 maggio 2011

lunedì, 02 maggio 2011

CRISTO E’ VERAMENTE ESISTITO E NON ERA UN ILLUSIONISTA. PAROLA DI ILLUSIONISTA.

  
Noto che i miei post su quella porcheria di Zeitgeist continuano a suscitare un certo interesse nell’ambiente virtuale del web. La ragione principale o forse l’unica di tanto successo è che nel web si ritrovano ben poche informazioni critiche su Zeitgeist. Sarebbe opportuno che qualche reporter di alto livello facesse una indagine approfondita su questo movimento, che attira le menti ottuse come la carne morta attira i cagnotti. Abbiamo visto che gli autori di Zeitgeist fondono insieme la teoria del grande complotto occidentale (ossia israelo-americano-sionista-massonico-capitalista-finaziario) e la nuovissima teoria del grande complotto cristiano (“la cospirazione di Cristo”), uscita dalla mente bacata di una ciarlatana di nome Archeria. L’incontro fra il complottismo anti-occidentale e il complottismo  anti-cristiano era inevitabile. Infatti, anti-occidentalismo e anti-cristianesimo sono due facce della stessa medaglia, dal momento che la civiltà occidentale è una conseguenza del Cristianesimo.
Ma torniamo più indietro. Nel primo post sulle missioni lunari della Nasa, ho spiegato che bastano pochi colpi di rasoio di Occam per fare a pezzi qualunque teoria del complotto. Per tagliare corto, l’esperienza insegna che più grandi sono le dimensioni di un complotto, più numerose sono le probabilità che sia scoperto. Se consideriamo che nemmeno le piccole congiure di palazzo riescono a rimanere segrete a lungo (tanto è vero che i libri di storia ne sono pieni), realizziamo che nessun complotto delle stesse mirabolanti dimensioni e della stessa prodigiosa durata dell’immaginario complotto israelo-americano-sionista-massonico-capitalista-finaziario potrebbe mai esistere.
Senza nessun senso del ridicolo, gli ignorantissimi autori di Zeitgeist ci dicono che fra qualche anno i membri del complotto capitalista-finanziatio-monetario ci impianteranno un microchip sotto la pelle, naturalmente a nostra insaputa. Ha ha ha ha haaaa!!!   Inoltre, ci dicono che Cristo non sarebbe mai esistito, che se lo sarebbero inventato i primi cristiani. Essendo a corto di idee, questi ultimi avrebbero scopiazzato varie divinità pagane… Ha ha ha ha haaaa!!!   Ora, delle radicali dissomiglianze fra Cristo e le suddette divinità pagane, in primo luogo tal Horus d’Egitto, ne ho già parlato. Adesso vorrei soffermarmi sull’idea secondo cui dietro la religione più diffusa al mondo ci sarebbe un vasto complotto, naturalmente collegato al complotto capitalista-finanziario-monetario di cui sopra. Vado subito a prendere un rasoio di Occam ben affilato. Come la teoria del complotto capitalista-finanziatio-monetario, così anche la teoria della “cospirazione di Cristo” cade a pezzi alla prima rasoiata. .
Per cominciare, gli autori di Zeitgeist non sono i primi a negare la storicità dei Vangeli. Di negazionisti del Cristianesimo ce ne sono tanti. Alcuni di essi sostengono la teoria secondo cui Cristo non sarebbe mai esistito, se lo sarebbero inventato i discepoli. Altri sostengono la teoria secondo cui Cristo sarebbe veramente esistito ma non avrebbe compiuto nessun miracolo: sarebbe stato solo un abile illusionista. Ebbene, la prima teoria è eccessivamente improbabile. Infatti, una gran quantità documenti e testimonianze depongono a favore dell’esistenza storica di Cristo. Adire il vero, gli studiosi  anti-cristiani degli ultimi due secoli hanno cercato di negare la validità di questi documenti e queste testimonianze. Gli storici pagani Cornelio Tacito e Giuseppe Flavio parlano di un nazareno di nome Cristo condannato a morte da Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea. Tacito in particolare era uno storico molto scrupoloso e informato. Aveva l’abitudine di verificare le notizie, prima di riferirle nei suoi Annales. Sicuramente, egli doveva conoscere il nome dei governatori romani dislocati nei vari territori dell’impero, non solo quelli del presente ma anche quelli dell’immediato passato. Ma gli storici anti-cristiani non sono disposti a credere che i brani di Tacito e quelli di Giuseppe Flavio su Cristo siano attendibili. Secondo loro, infatti, sarebbero stati manipolati da astuti ed infidi copisti cristiani. Non ancora soddisfatti, hanno sprecato una quantità sterminata di energie nel tentativo di dimostrare che Ponzio Pilato non sarebbe mai esistito. Il poeta mancato ed egittologo mancato Gerard Massey, di cui abbiamo fatto la conoscenza nel primo post su Zeitgeist, aveva addirittura cercato di dimostrare che il nome Ponzio Pilato contenesse l’anagramma di varie divinità tanto per cambiare egizie. Tutto andava per il meglio quando all’improvviso, nel 1961, il piccone impertinente di alcuni archeologi italiani rinvenne la lapide col nome di Ponzio Pilato, governatore della Giudea, nel teatro di Cesarea Marittima. Oltre che su Pilato, la foga negazionista si è accanita sul villaggio di Nazareth. Era ormai opinione comune che il villaggio di Maria e Giuseppe non fosse mai esistito, quando in Palestina emergeva dal suolo una pietra antica con una imbarazzante indicazione stradale: “Verso Nazareth”. Per corollario, si scoperto che la casa in pietra conservata nella basilica di Loreto, che secondo la tradizione sarebbe stata la casa di Maria, proviene effettivamente dalla Palestina ed ha almeno duemila anni. Ma come ci è finita a Loreto? Nel Medioevo alcuni crociati andarono a Nazareth, “smontarono” quella che i cristiani locali veneravano da sempre come la casa di Maria, trasportarono le pietre fino a Loreto e qui la rimontarono, stando bene attenti a mettere l’ingresso in direzione di Nazareth.
Riepilogando, Ponzio Pilato è esistito e ha condannato a morte un certo Christus, Nazareth è esistita e la casa di Loreto proviene da quelle parti. Se mettiamo insieme tutti questi indizi, e tanti altri, dobbiamo ammettere che l’ipotesi più semplice, secondo il principio del rasoio di Occam, è che un uomo di nome Gesù sia veramente esistito.
E adesso consideriamo i Vangeli. Per farla breve, l’ipotesi che i quattro evangelisti si siano inventati di sana pianta tutti i fatti narrati nei Vangeli è talmente improbabile da essere inverosimile. Ho sentito di uno studio comportamentale condotto di recente in una università americana. I ricercatori hanno chiesto ad un gruppo di volontari di mentire riguardo qualche circostanza della loro vita. Risultato? Nessuno dei volontari è riuscito ad inventare delle bugie dalla trama complessa. Quasi tutti avevano inventato delle bugie dalla trama molto semplice e poco estesa nel tempo. Quando i ricercatori hanno chiesto loro di inventare delle bugie con una maggiore estensione temporale, quasi tutti i volontari sono caduti in contraddizione. Insomma, questo studio non ha fatto che confermare quello che insegna l’esperienza poliziesca: quasi tutti i rei cadono in contraddizione quando sono sottoposti a dei lunghi ed estenuanti interrogatori. Sembra proprio che la capacità di inventare delle storie coerenti dalla trama complessa sia un dono riservato ai grandi scrittori.
Ora, gli evangelisti ci narrano una storia dalla trama indubbiamente molto complessa ed estesa nel tempo. Erano degli scrittori professionisti? Non si direbbe proprio. Il linguaggio degli evangelisti è veramente scarno, marcatamente anti-letterario. I retori romani lo definivano, con disprezzo, “sermo piscatorius”: “linguaggio da pescatori”.  Inoltre,  i quattro diversi evangelisti narrano gli stessi fatti. Si erano messi d’accordo? Ma perché mettersi d’accordo per scrivere in contemporanea quattro “romanzi” simili? Non era più facile scrivere tutti insieme un solo “romanzo”? Inoltre, gli evangelisti raccontano sì gli stessi fatti, ma ogni evangelista li racconta a modo suo. Un evangelista riferisce un dettaglio che un altro evangelista non riferisce e viceversa. La spiegazione più semplice di queste piccole differenze è che ognuno degli evangelisti, che non dimentichiamolo non erano dottori in filosofia, ricorda a modo suo gli stessi fatti cui ha assistito insieme agli altri tre. Prendete un fatto del passato che ha riguardato voi e altre persone. Ebbene, tutti insieme vi ricordate lo stesso fatto, ma ognuno se lo ricorda a suo modo. Voi vi ricordate di certi dettagli che magari ad altri sono sfuggiti, ed altri si ricorderanno di altri dettagli che a voi sono sfuggiti. In conclusione, gli evangelisti non sembrano davvero degli scrittori provetti. Sembrano delle persone umili che buttano giù rapidamente i loro ricordi, senza fronzoli letterari.
Ma ammettiamo che gli evangelisti fossero degli scrittori provetti e furbissimi, ammettiamo che si fossero inventati tutto, ammettiamo che avessero usato un linguaggio anti-letterario e abbiano inserito delle piccole differenze fra un Vangelo e l’altro proprio per ingannarci meglio, prevedendo che nel ventunesimo secolo questo linguaggio anti-letterario e queste piccole differenze ci sarebbero apparse come prove di sincerità. Ebbene, anche in questo caso i conti non tornano. Se tutta la storia della loro amicizia con quel Gesù se la fossero inventata, l’avrebbero inventata meglio. In primo luogo, come accennavo nel primo post su Zeitgeist, si sarebbero inventati la data della nascita di Gesù. In secondo luogo, avrebbero fatto abitare la sacra famiglia in un posto più famoso e più illustre di quel paesello dimenticato da Dio che aveva nome di Nazareth. In terzo luogo, avrebbero fatto nascere Gesù da un principe e da una principessa, non da una sconosciuta – sebbene lontanissima discendente di Davide – e da un falegname. E soprattutto, come vedremo subito, non si sarebbero mai sognati di scrivere che la sconosciuta avrebbe partorito per opera dello Spirito Santo.
Ma ammettiamo lo stesso che gli evangelisti si siano inventati tutto, compreso il dettaglio della concezione per opera dello Spirito Santo. A questo punto, dobbiamo chiederci: a quale scopo lo avrebbero fatto? Voi direte subito che il mondo è pieno di falsi santoni e falsi profeti che si inventano nuove religioni, una più strana dell’altra. Questo è vero. In America i fondatori di nuove e strane religioni pullulano. Ma tutti hanno uno scopo molto materiale: arricchirsi. Ognuno di essi cerca di attirare il maggiori numero di proseliti e, soprattutto, di spillare quattrini ai proseliti. In Palestina, ai tempi di Gesù, i falsi profeti pullulavano. Tutti avevano uno scopo molto concreto: rovesciare il governo romano e prendere il potere. E gli evangelisti? Bé, sicuramente il loro scopo non era quello di fare la bella vita, visto che  si sono volontariamente sottoposti a lunghi ed estenuanti viaggi attraverso i territori dell’impero. Se invece il loro scopo fosse stato quello di arricchirsi e\o prendere il potere, l’ultima cosa che avrebbero dovuto fare era di andare in giro a parlare di cose come Incarnazione, Morte e Risurrezione di Cristo, Dio fatto uomo. Cercate di stamparvi in testa che parlare di queste cose non solo nella terra degli scribi e dei farisei ma pure nel colto e liberale mondo pagano era la maniera migliore per attirare una gragnola di insulti e di sassi, se non di finire direttamente sul patibolo. E infatti gli apostoli sono stati perseguitati sia dai loro compatrioti giudei sia dai pagani. Pietro è finito crocifisso a testa in giù presumibilmente nel punto di Roma ove ora sorge san Pietro in Montorio, Paolo fu decapitato. E non potete venirmi a dire che non si aspettassero di finire male. Per quale ragione Pietro aveva rinnegato Cristo ben tre volte, se non perché sapeva di rischiare la pelle? E gli apostoli, dopo la morte di Cristo, non se ne stavano chiusi in una stanza proprio perché avevano una gran paura dei giudei? Quindi è stupefacente che gli apostoli abbiano intrapreso la loro missione apostolica dopo avere visto che trattamento avevano riservato al loro maestro sia i sommi sacerdoti che e le autorità romane, sia gli ebrei che i pagani.
Se consideriamo con attenzione le caratteristiche dei Vangeli, dobbiamo ammettere che l’ipotesi più semplice è che gli evangelisti non si siano inventati nulla, che abbiamo veramente seguito per tre anni quel Gesù e che abbiamo assistito di persona ai suoi miracoli. E a questo punto dobbiamo considerare la seconda teoria “negazionista”: Cristo sarebbe stato solo un abile illusionista e i suoi discepoli gli avrebbero fatto da spalla. Possibile? Allora proviamolo a chiedere ad uno del mestiere. Chi meglio di un vero illusionista potrebbe “smascherare” i presunti trucchi di quel nazareno? Per  cercare di capire se quel nazareno fosse stato per caso un suo collega, l’illusionista americano Brock Gill è andato in Terra Santa a girare un documentario: The miracles of Jesus. Si tratta di un documentario davvero sovversivo, un pugno in faccia a tutti gli Odifreddi, gli Augias, i Dan Brown e i seguaci di Zeitgeist. E sì, perché il giovane e intelligentissimo mago smonta uno dopo l’altro tutte le affermazioni del negazionismo anti-cristiano. Insomma, è davvero un mago in tutti i sensi. E a questo punto interviene il mago. Percorrendo i luoghi del Vangelo, cerca di simulare i miracoli di Cristo (ovviamente senza svelare i trucchi del mestiere). Moltiplicare i pani e i pesci con tecniche illusionistiche? Non c’è problema. Camminare sulle acque con tecniche illusionistiche? Anche questo si può fare. Fingersi morto, farsi chiudere in un sepolcro ed uscire, eludendo i controlli delle guardie? Con un po’ di pazienza, anche l’illusione della falsa resurrezione è servita. A questo punto, lo spettatore anti-teista si sente rincuorato: “Lo dicevo io, che i miracoli erano solo trucchi!”. E qui il nostro Harry Potter li frega tutti, dicendo più o meno: “Cari spettatori, il mio spettacolo vi ha divertito? Sono contento. Ma dovete sapere che ho dovuto prepararmi per mesi, ho avuto bisogno di una trentina di complici esperti e, soprattutto, ho dovuto usare alcuni strumenti tecnologici. Ebbene, Gesù e i suoi discepoli andavano sempre in giro da un posto all’altro a predicare la buona novella, non avevano il tempo per preparare trucchi come quelli che vi ho mostrato. Inoltre, le tecniche illusioniste sono state inventate di recente, è inverosimile che Gesù e i suoi discepoli le avessero inventate prima del tempo. Senza contare che ai tempi di Gesù non c’erano gli strumenti tecnologici di cui ho avuto bisogno per preparare lo spettacolo”. Ma certamente la sua parola di mago da sola non basta. Bisognerebbe sentire anche un’altra campana, non trovate? E infatti, nel corso del documentario, ha modo di dire la sua anche uno degli assistenti del mago David Copperfield. L’intervistatore gli chiede: “In base alla sua esperienza, lei crede che sia possibile simulare i miracoli di Cristo con tecniche illusionistiche”. E lui: “Sì, certamente”. L’intervistatore: “E allora, Cristo non poteva essere un illusionista?”. A questo punto l’assistente di Coppefield si mette a ridere.  Poi dice: “Lei si immagini la scena: Cristo e i suoi discepoli che camminano per il deserto della Palestina…. seguiti da tre tir pieni di attrezzi di scena”. E Brock Gill conclude il documentario con queste parole: “Noi illusionisti possiamo anche simulare alcuni miracoli. Ma nessun illusionista al mondo potrebbe simulare il miracolo più grande: la diffusione inarrestabile prima nei territori dell’impero e poi nel mondo intero  di una religione che fu combattuta per secoli dal governo di Roma, che era il governo più potente dell’antichità. Inoltre, gli illusionisti non cambiano la vita della gente. Invece Gesù la cambia. Il vero miracolo è questo cambiamento del cuore”. Che altro dire? Io a questo mago gli farei un monumento.
Nel corso del documentario intervengono anche archeologi, studiosi delle Sacre Scritture, studiosi delle religioni antiche, latinisti e perfino psicologi. Secondo tutti costoro, nessuno escluso, l’ipotesi più semplice, sempre dal punto  di vista di Occam, è che Cristo sia veramente esistito e abbia veramente compiuto i suoi miracoli. Nella prima parte del post ho riferito alcuni dei loro argomenti. Prima di concludere, vorrei accennare anche agli argomenti psicologici e psichiatrici. L’intervistatore chiede ad uno psicologo: “Nel Vangelo c’è scritto che ai miracoli di Cristo assistettero diverse centinaia di persone. È possibile che siano state vittime di fenomeni di allucinazione collettiva?”. E lo psicologo: “Assolutamente no, il concetto di allucinazione collettiva è controverso, non si sono mai registrati dei veri casi. Le allucinazioni sono sempre individuali e non sono trasmissibili”. L’intervistatore: “San Paolo dice di essere stato folgorato sulla via di Damasco. Può essersi trattato di una allucinazione?” Lo psicologo: “No, perché le persone vittime di allucinazioni, normalmente credono al contenuto delle loro allucinazioni, dal momento le allucinazioni sono frutto della loro mente. Invece san Paolo non credeva in Cristo. San Paolo era un fariseo, aveva dedicato la sua vita alla persecuzione dei cristiani. È del tutto inverosimile che egli abbia potuto auto-ingannarsi, immaginando di essere interpellato proprio da quel Cristo che egli riteneva fermamente essere un impostore”.
Anche quelli che videro Cristo risorto sembrano tutto fuorché vittime di allucinazione. Nel Vangelo c’è scritto che le pie donne andarono al sepolcro e lo trovarono vuoto. Alla Maddalena non passò neanche per l’anticamera del cervello che Gesù potesse essere risorto: era convinta che qualcuno ne avesse trafugato il cadavere. Quindi vagò per il giardino e vide qualcuno che gli sembrò un giardiniere. Si avvicinò e gli chiese dove era stato messo il corpo del suo maestro. Ebbene quello non era un giardiniere. Ma alla Maddalena sono stati necessari alcuni istanti per capirlo. Non ci voleva credere che quello fosse proprio Gesù! Quindi corse subito a dirlo ai discepoli, che all’inizio si rifiutarono di crederle. Ma poi cambiarono idea e corsero a vedere il sepolcro vuoto. Ora, normalmente le allucinazioni consistono nello scambiare un evento normale per un evento straordinario, soprannaturale. Ad esempio, io vedo nella penombra una persona assolutamente normale e la scambio per una persona morta o per un angelo o per un alieno (e quanti ce ne sono, che vedono gli alieni). Ma alla Maddalena è successo esattamente il contrario: ha visto una persona risorta da morte alla luce del giorno e la sua mente ha creduto di vedere un normale essere umano in veste da giardiniere. Similmente, i discepoli di Emmaus hanno creduto di cenare assieme ad un normalissimo compagno di viaggio, senza accorgersi che quel compagno di viaggio era proprio Gesù. Talmente non se ne sono accorti, che gli hanno confidato la loro amarezza: noi volevamo bene a quel Gesù, credevamo in lui e adesso è morto… E invece no: è risorto.
giovedì, 28 aprile 2011

L’alternativa fra fede e incredulità coincide con l’alternativa fra razionalità e irrazionalità.

Lo ha detto il Santo Padre Benedetto XVI durante l’ omelia del sabato santo. Ho rubato la citazione direttamente dal blog Libero Arbitrio:

 San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale [del racconto della creazione] in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della creazione che abbiamo ascoltato prima è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà.
Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l’assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà, amore il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? È questa la domanda di cui si tratta in ultima analisi. Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana.
Non è così che nell’universo in espansione, alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo si formò per caso anche una qualche specie di essere vivente, capace di ragionare e di tentare di trovare nella creazione una ragione o di portarla in essa. Se l’uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata.

Siccome sono recidiva, ho sottolineato la frecciatina del papa alla teoria evolutiva in salsa neodarwiniana. In quest’era di postmodernismo trionfante, che rinnega il razionalismo, esalta il caos e afferma la relatività di tutti i valori, i cristiani sono gli ultimi depositari del più prezioso tesoro dell’Occidente: la Ragione, la Libertà e l’Amore. Ciao.

sabato, 19 febbraio 2011

IMPETUS! Come la fede aiuta la scienza.

Accidenti, non ci avevo mai pensato. Non mi ero mai soffermata a riflettere sul fatto che tutti gli oggetti inanimati che si muovono sono mossi! L’acqua dei ruscelli è mossa a valle dalla forza di gravità, il proiettile è mosso da una piccola esplosione che avviene all’interno della pistola, un sasso che vola è mosso da un braccio. Non essendomi mai soffermata a rifletterci, avevo sempre sottovalutato la prova filosofica EX MOTU di San Tommaso d’Aquino, secondo cui il fenomeno del movimento prova l’esistenza di Dio come “motore primo” del cosmo. Non è una cosa da poco. Il concetto di “motore immobile” permetteva di spiegare il movimento degli astri.

Prima che san Tommaso se ne venisse fuori col “motore primo”, andava ancora per la maggiore l’opinione dei greci, secondo cui gli astri avrebbero avuto una sorta di anima spirituale. In effetti, il pensiero greco dominante – imperniato sulla triade Socrate, Platone ad Aristotele – non riusciva ad emanciparsi dal panpsichismo. Da Wikipedia: “Il panpsichismo o pampsichismo[1] è un concetto appartenente all’ambito filosofico. Esso ritiene che tutti gli esseri, viventi e apparentemente non viventi, posseggano delle capacità psichiche. Hanno inserito concetti panpsichici nelle loro dottrine Talete, Platone, Telesio, Campanella,[2] Giordano Bruno,[3] Patrizi,[4] Leibniz,[5] Maupertuis.[6]“. Vi sarà saltato subito all’occhio che fra i fans del panpsichismo non ci sono filosofi cristiani di provata ortodossia ma solo ed esclusivamente pagani, eretici (Bruno e Campanella) e pure un ebreo (Spinoza). Bisogna aggiungere solo i musulmani Avicenna e Averroè. Nota bene: dovreste ricordarvi che Dante prese da san Tommaso l’idea che le orbite dei pianeti siano regolate da “intelligenze motrici”. Al contrario di quanto sembra, l’idea delle “intelligenze motrici”, per quanto sbagliata, è molto lontana da ogni suggestione panpsichista. Tommaso si diceva convinto che la spinta impressa da Dio all’universo al momento della creazione bastasse a spiegare il movimento degli astri, ma non escludeva che Dio avesse incaricato delle intelligenze angeliche di regolarne le orbite. Ma se gli astri hanno bisogno di essere mossi dagli angeli, allora non hanno un’anima. Di conseguenza, si può affermare senza timore di esagerare che Tommaso ha dato il colpo di grazia al panpsichismo. E ha pure anticipato l’intuizione di quella gigantesca esplosione che ha dato origine al cosmo, facendolo espandere in tutte le direzioni.

Perché il pensiero cristiano è riuscito ad emanciparsi dal panpsichismo mentre il pensiero pagano no? La riposta è di una semplicità disarmante: perché i cristiani credono nel dogma della creazione, secondo cui l’universo ha avuto un inizio ed avrà una fine. Anche questa non è cosa da poco. I filosofi greci faticavano a pensare che il cosmo potesse avere avuto un inizio e potesse avere una fine. Infatti, ad occhio nudo la materia sembra eterna. Noi vediamo che le forme periscono più o meno velocemente ma la materia di cui sono fatte resta, trasformandosi e assumendo nuove forme. Quindi al filosofo greco la materia sembrava eterna, il cosmo sembrava eterno. E se il cosmo era eterno, anche il movimento degli astri doveva essere eterno. Dal momento che escludevano la creazione divina, i filosofi escludevano anche che gli astri fossero stati “lanciati” nello spazio dal “braccio” divino. A loro parere, gli astri dovevano muoversi da soli come gli esseri animati ossia erano essi stessi animati. Adesso vi chiederete perché mai i filosofi ebrei e i filosofi musulmani abbiano accolto l’opinione dei greci. I musulmani e gli ebrei non credono forse nella creazione, come i cristiani? Certo, credono che il cosmo sia stato creato da Dio. Ma non credono che Dio abbia creato il cosmo tramite suo Figlio, Cristo-logos. Non credendo che Cristo fosse figlio di Dio, credevano che il cosmo stesso fosse… figlio di Dio. E se il cosmo era figlio di Dio, doveva per forza avere un’anima (cfr. Stanley Jaki, Cristo e la scienza, Ed. Fede e Cultura, 2006; http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=1880).

In buona sostanza, di tutte le religioni mai apparse sulla terra solo il Cristianesimo distingue nettamente fra Dio e la creazione, bruciando così ogni equivoco panpsichista, panteista e magico. Distinguendo nettamente fra Creatore e creazione, i cristiani potevano concepire il Creatore come legislatore della creazione e quindi potevano concepire lo studio delle leggi volute dal divino legislatore. In altre parole, potevano concepire la scienza. Invece, il panpsichismo è del tutto incompatibile con la scienza. Se infatti si pensa che ogni oggetto del cosmo abbia una sua propria volontà, si deve anche pensare che non obbedisca a nessuna legge esterna. E come si potrebbe trarre una scienza dall’osservazione di molteplici volontà indipendenti da qualsiasi legge? Il panspichismo prepara la strada al pensiero magico.

Forse non avete compreso a fondo l’importanza del concetto di “motore immobile”. Rispolverate le memorie scolastiche: la fisica inizia proprio come studio del movimento! Ve la ricordate la prima legge della dinamica? Da Wikipedia: “Questo fondamentale principio fu scoperto da Galileo Galilei e dettagliatamente descritto in due sue opere, rispettivamente, nel 1632 e nel 1638: il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo e Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla meccanica e i movimenti locali. La sua prima enunciazione formale è di Isaac Newton (Philosophiae Naturalis Principia Mathematica)”. Dunque, questo principio fondamentale è stato scoperto da due cristiani: un cattolico che cercava “il pensiero di Dio impresso nella materia” e un protestante anti-trinitario che scriveva: « Non credo che ciò [l'Universo] si possa spiegare solo con cause naturali, e sono costretto a imputarlo alla saggezza e all’ingegnosità di un essere intelligente». Ma secondo recenti studi, la scoperta del primo prinicipio della dinamica deve essere retrodatatodi parecchi secoli. Fu il filosofo e logico francese Giovanni Buridano (1290-1358 circa) a scoprirla. Egli non parlava di “dinamica” ma, latinamente, di “impetus”. Forse già state pensando che la teoria dell’impetus sia stata respinta dalla Chiesa medievale… E invece no. In ogni convento e in ogni università dell’Europa trecentesca si conservava almeno una copia dell’opera di Giovanni Buridano. La grande quantità di copie dell’opera di Buridano rinvenute in Europa dimostra che la teoria dell’impetus era stata accolta con favore dagli intellettuali cattolici di allora e, naturalmente, dalla Chiesa ufficiale. Domanda: ma perché mai ad un tizio medievale è venuta in mente una cosa così geniale? Come ci era arrivato? Ma è semplice: perché la prova “ex motu” di san Tommaso gli aveva chiarito le idee. Essendosi finalmente sbarazzato dall’idea panpsichista che gli oggetti inanimati avessero una psiche, poté mettersi a studiare il moto dei corpi inanimati, nella speranza di scoprirne la segreta legge. E così, un poco alla volta, anche l’idea delle “intelligenze motrici” andò in soffitta.

La vicenda di Giovanni Buridano ci insegna che la scienza è figlia delle fede. Ma se la scienza è figlia delle fede, allora la fede viene prima della scienza. Per mettermi a fare scienza, devo prima avere fede. Devo credere che il cosmo non si basi sul caos ma sull’ordine, e devo credere che la mia ragione sia in grado di comprendere quell’ordine. In parole povere, devo avere fede in un Dio razionale  e devo credere di essere fatta ad immagine e somiglianza di questo Dio razionale. Ma se la scienza viene dopo la fede, allora deve anche sottomettersi alla fede? In effetti, tutti i dottori della chiesa concordano sul fatto che la ragione deve sottomettersi alla fede. Gli anti-teisti riuniti del mondo tuonano: imponendo alla ragione di sottomettersi alla fede, il Cristianesimo uccide la scienza! In realtà, a me sembra che alla scienza convenga sottomettersi alla fede. San tommaso diceva: la ragione non può mai essere in contraddizione con la fede e, viceversa, la fede non può mai essere in contraddizione con la ragione. Tuttavia, la fede è superiore alla ragione: se un ragionamento è in contraddizione con la fede, vuol dire che la ragione è giunta a false conclusioni e bisogna rifare il ragionamento da capo. Parole sante! Nel XIII secolo, alcuni dottori dell’università di Parigi (fra cui Sigieri di Brabante) si erano fatti convincere da Averroè che la materia fosse eterna. Quindi formularono la teoria della doppia verità: la verità della ragione non coincide con la verità della fede e tuttavia bisogna avere fede lo stesso. Infatti, a quei dottori la ragione diceva che la materia era eterna (e infatti ad occhio la materia sembra eterna) mentre la fede diceva che il creato aveva avuto un inizio ed avrebbe avuto una fine. Ebbene, se questi dottori avessero sottomesso la ragione alla fede, avrebbero intuito con secoli di anticipo la Teoria del Big Bang e il principio dell’entropia. Scusate se è poco.

COME LA DEMOCRAZIA DIRETTA DEL MERCATO STA FINENDO DI DISTRUGGERE LA CULTURA OCCIDENTALE, I, II. Post del 4 e del 14 aprile 2011

giovedì, 14 aprile 2011

Come la democrazia diretta del mercato sta finendo di distruggere la cultura occidentale, II.

Churchill diceva, più o meno, che la democrazia è la peggiore forma di governo ad esclusione di tutte le altre. Di certo, la democrazia è la migliore o la meno peggiore delle forme di governo nella società civile ma è la peggiore in assoluto nel regno della cultura e dell’arte. La democrazia sta all’arte come la peggiore delle dittature sta alla società civile.  I greci lo sapevano bene, i moderni fingono di non saperlo. La mente di questi ultimi, infatti, è ottenebrata dall’ideologia egualitaria di matrice illuminista. L’illuminismo prende il valore dell’uguaglianza dal Cristianesimo e lo deforma, svuotandolo di ogni contenuto spirituale. Se l’uguaglianza cristiana è in primo luogo l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e in secondo luogo l’uguaglianza degli uomini fra di loro (essendo la seconda una conseguenza della prima), invece l’uguaglianza illuminista è solo l’uguaglianza degli uomini fra di loro. Se il Cristianesimo attribuisce ad ogni uomo un valore infinito, invece l’Illuminismo attribuisce a tutti gli uomini lo stesso valore, che può essere alto o altissimo ma non più  infinito, essendo stato negato l’Infinito ossia Dio. Se in un’ottica cristiana il valore dell’uguaglianza non è in contraddizione con e le disparità fisiche e intellettuali fra gli uomini, invece illuministi e post-illuministi tendono a negarle più o meno implicitamente proprio nel nome dell’uguaglianza. I giacobini e i loro nipotini marxisti dichiarano di volere combattere contro  le ingiustizie sociali ma in realtà  combattono contro le differenze sociali, interpretando ogni differenza come una ingiustizia. I liberali, invece, sanno distinguere fra differenza e ingiustizia, fra  meritocrazia e aristocrazia. Se è ingiusto che una persona senza merito goda di determinati privilegi solo per diritto di nascita, invece è giusto che una persona meritevole sia premiata. Se gli antichi aristocratici parassitavano l’organismo della società, invece le persone talentuose apportano un vantaggio non solo a sé stesse ma alla società intera nella misura in cui fanno fruttare i loro talenti. Secondo la concezione meritocratica chi lavora di più e meglio deve guadagnare di più. Ora, questa concezione è accettata con riserve dai giacobini e con riluttanza dai marxisti, in quanto non si accorda con l’ideale astratto, da loro mai rinnegato, dell’assoluto egualitarismo economico. Se infatti si accetta l’idea che all’interno della società esista una gerarchia dei meriti bisogna anche accettare l’idea che esista una gerarchia economica (che, beninteso, non significa ingiustizia economica o oppressione economica dei deboli). Bisogna sottolineare che il merito non si basa soltanto sull’impegno e sulla dedizione al lavoro ma anche su delle capacità che non possono che essere innate. Per prendere il Nobel, non basta dedicarsi alla scienza venti ore al giorno: bisogna anche avere del genio. Dal momento che mal sopportano le differenze economiche, giacobini e marxisti mal sopportano anche le disparità intellettuali fra gli uomini. Non a caso la rivoluzione del Sessantotto, che rappresenta l’ultima rivoluzione della modernità, non si limita ad aprire le università a tutti: chiede anche la laurea per tutti. Che cosa era il diciotto politico, se non un attacco simbolico alla secolare tradizione meritocratica delle università occidentali? Comunque bisogna distinguere fra l’università aperta a tutti e la laurea per tutti. Aprire l’università a tutti, anche alle persone socialmente svantaggiate, era non soltanto giusto ma perfino in linea con la concezione meritocratica. Perché infatti la meritocrazia funzioni a pieno regime, bisogna dare la possibilità di coltivare i propri talenti a tutte le persone meritevoli, non solo a quelle economicamente vantaggiate. Al contrario, la laurea per tutti mette il merito e il demerito sullo stesso piano, distruggendo il primo. Ma sebbene l’episodio del diciotto politico sia passato in fretta, dopo la meritocrazia non ha più goduto di buona salute. La conseguenza principale dell’indebolimento della cultura meritocratica causato dal Sessantotto è stata l’estinzione progressiva delle élite intellettuali e il progressivo declino intellettuale delle nazioni occidentali.

I giacobini predicano l’ideale della democrazia assoluta basata sull’egualitarismo assoluto, che Rousseau lega al concetto di Volontà Generale. Quest’ultima non è semplicemente la volontà della maggioranza ma la volontà di tutti, anche di coloro che la pensano diversamente dalla maggioranza. Se non riuscite a capire non preoccupatevi: infatti si tratta di un concetto talmente astratto da rasentare l’assurdità. E difatti, quando tenta di entrare abusivamente nella realtà,  il concetto astratto di Volontà Generale diventa dittatura della maggioranza che schiaccia e perseguita la minoranza.  Al contrario, la vera democrazia, ossia la democrazia liberale, non è o non dovrebbe essere la dittatura della maggioranza bensì il rapporto dialettico, basato sul reciproco rispetto, fra maggioranza  e minoranza o fra tante minoranze. In ogni caso, come ho detto, il concetto astratto di democrazia assoluta nella realtà prende la forma concreta di dittatura assoluta: dittatura giacobina prima e dittatura di Napoleone poi, dittatura del partito bolscevico prima e dittatura di Stalin poi. Aggiungendo contraddizione a contraddizione, i giacobini da una parte inseguono l’ideale della democrazia assoluta, dall’altra predicano il controllo statale sull’economia. Se i giacobini si accontentano di mettere le redini al libero mercato, non credendo che la società possa farne a meno, i marxisti invece vogliono spazzarlo via dalla faccia della terra, condannandolo senza appello. Secondo la loro propaganda il mercato e il capitale sarebbero all’origine di ogni ingiustizia sociale. Per il resto, i marxisti condannano la democrazia liberale – che secondo loro sarebbe asservita agli “interessi della classe borghese” – ma conservano l’ideale giacobino della democrazia assoluta, intendendo la società comunista come una società perfettamente, infinitamente democratica. Ma come la democrazia giacobina, così la democrazia in salsa comunista non è altro che  dittatura della maggioranza. Marx non parlava forse di ”dittatura del proletariato”? Ebbene, condannando senza appello il mercato, i marxisti sotto un certo aspetto cadono in contraddizione. Infatti il mercato si basa proprio sulla dittatura della maggioranza. Una dittatura positiva e benevola, certo, ma pur sempre una dittatura. È la maggioranza dei consumatori a decretare il successo o l’insuccesso di un prodotto. Se un prodotto piace alla maggioranza, il suo prezzo si alza; se non piace, il suo prezzo si abbassa e, se si abbassa troppo, il prodotto va fuori mercato.

Poiché dunque la “democrazia” del mercato si accorda in qualche misura con l’ideale giacobino della democrazia assoluta, era naturale che, proprio a partire dall’età dei Lumi, si sviluppasse anche un mercato dei prodotti culturali. Mentre i mercanti d’arte e i galleristi subentravano agli antichi mecenati, gli editori cercavano di assecondare il gusto del grosso pubblico. Il problema è che il grosso pubblico ha un pessimo gusto. La maggioranza dei consumatori ha la capacità di giudicare con un sufficiente grado di obiettività il valore di un prodotto materiale ma non il valore di un prodotto culturale (artistico, letterario, filosofico eccetera). Non a caso, proprio nel secolo XIX inizia il problema dell’emarginazione sociale degli artisti degni di questo nome. Oggi l’espressione “genio incompreso” ha assunto una connotazione sarcastica. Dare a qualcuno del “genio incompreso” è come dargli del cretino, perché si pensa che nessun genio possa essere veramente incompreso e che quindi chiunque pensi di essere un genio incompreso non potrebbe esserlo per il solo fatto di pensarlo. Eppure, negli ultimi due secoli e mezzo di geni “compresi” se ne trovano ben pochi. Fra i geni universalmente riconosciuti, quelli che hanno avuto una situazione economica non dico agiata ma almeno serena si contano sulle dita di due mani, forse di una sola. Nel XIX secolo, mentre Arthur Rimbaud celebrava in versi la sua fame e gli impressionisti vivevano alla giornata, nelle librerie trionfavano degli scrittori che giustamente ci siamo dimenticati e nei salons parigini trionfavano i più stucchevoli pittori “pompier”. Similmente oggi, come ho detto, il vero cinema, la vera letteratura, la vera musica e la vera arte sopravvivono a stento ai margini del mercato. Quando andranno definitivamente fuori mercato, moriranno di stenti.

La verità è che il mercato punisce sempre la grande arte. Per inciso, il mercato punisce anche il grande pensiero (evito di sciorinare i dati deprimenti sulle vendite dei saggi di pensiero in tutto l’Occidente). Accecati dall’idolo dell’egualitarismo assoluto, astratto, i nipoti postmoderni dei Lumi faticano ad ammettere questa semplice verità. Peggio ancora, pensano che il pubblico abbia sempre ragione ossia che la maggioranza faccia bene a snobbare la grande arte. Dietro l’idea che il pubblico abbia sempre ragione non c’è soltanto una mentalità capitalista da produttori di Hollywood, avidi di profitto, ma anche, paradossalmente, la cultura marxista, la quale interpreta l’arte come “sovrastruttura” dell’economia. In termini marxisti l’arte sarebbe un mero “linguaggio” basato su segni astratti, come le cifre della matematica, che esprimerebbero i valori della classe sociale dominante. Prima della Rivoluzione francese l’arte avrebbe espresso i valori dell’aristocrazia, dopo la Rivoluzione francese i valori delle borghesia capitalista o, meglio, della élite intellettuale della classe borghese. Essendo prodotta dalla élite intellettuale per la élite intellettuale, l’arte “borghese” userebbe un linguaggio criptico, totalmente incomprensibile per la gran massa dei “lavoratori” ossia delle persone normali. Dal momento che i “lavoratori” non saprebbero che farsene, l’arte “borghese” ossia l’arte “colta” di tutte le avanguardie dei secoli XIX e XX non meriterebbe altro che di essere spazzata via dalla faccia della terra insieme al capitalismo. Non tutti sanno che Stalin trattava gli artisti d’avanguardia non meglio di come li trattava Hitler, con le sue “mostre di arte degenerata”. Dal momento che era incapace di allietare il dopolavoro degli operai, l’arte astratta e informale non poteva incontrare il favore di Togliatti, che non risparmiava critiche neppure agli astrattisti e agli informali iscritti al partito comunista. Fedele alla linea di Togliatti, un criticone sinistrese diceva a Nanni Moretti in Sogni d’oro: “Ma secondo lei il bracciante lucano, il pastore sardo, la casalinga di Voghera hanno voglia di vedersi questo suo bel film?”. Per farla breve, i marxisti vagheggiavano un’arte immediatamente accessibile a tutti, specialmente ai lavoratori poco istruiti. Un’arte facile, insomma. Quale sarà questa arte per tutti? I marxisti non si accorgevano di avere tutti i giorni davanti agli occhi, anche dentro casa,  un’arte più facile e più popolare del Realismo Socialista: il cinema, i fumetti, la musica e tutte le altre espressioni della cultura di massa dell’ovest capitalista. In ogni caso, il Realismo Socialista non è mai riuscito ad espugnare le gallerie d’arte dell’ovest, dove l’Astrattismo e l’Informale sono sopravvissuti a lungo. Tuttavia, questi ultimi avevano il torto di rivolgersi  ad un pubblico troppo ristretto di specialisti. Dopo la fine delle esperienze astratte e informali, i galleristi hanno cominciato a fare più attenzione al portafoglio. Occorreva un’arte capace di attirare l’attenzione di quella borghesia arricchita che è disposta ad investire molti soldi in arte non per amore dell’arte ma per amore di soldi (i giornali economici informano i risparmiatori che è più sicuro investire in opere d’arte, nella speranza che crescano di valore nel tempo, piuttosto che in immobili).  Scivolando lentamente sul piano inclinato del commercio, l’arte è diventata quell’arte-spettacolo grottesca e sensazionalista, fondamentalmente vuota, che attira masse svagate ed edoniste nelle sale dei musei. E meno male che Maurizio Cattelan si accorto di non avere più nulla da dire, ammesso che ne abbia mai avuto.

La cultura illuminista voleva portare la cultura a tutti. In realtà, ha abbassato la cultura al livello di tutti. Invece di innalzare il pubblico al livello dell’arte, ha abbassato l’arte al livello del pubblico. La dittatura del mercato nuoce gravemente all’arte e alla cultura. Alla dittatura del mercato aggiungi il materialismo assoluto, ed il declino della cultura occidentale è assicurato. Se assumiamo tutti i presupposti della mentalità materialista, oggi imperante, dobbiamo pensare che l’uomo sia solo corpo, che abbia solo bisogni fisici e che quindi l’economia sia tutto. Insomma , il materialismo azzera tutti i più alti valori spirituali assolutizzando il valore economico. In quest’ottica, il supremo se non l’unico scopo di ogni attività umana sarebbe l’immediato ritorno economico. Dal momento che sul mercato i prodotti culturali e artistici di alta qualità fruttano molto meno dei prodotti di bassa qualità, nessuno investe nei prodotti di alta qualità, a parte lo Stato. Ma lo Stato è un pessimo mecenate, incapace di distinguere i veri talenti dai parassiti. Per questo, i “tagli alla cultura” del ministro Bondi erano del tutto opportuni. Si dice che il ministro Tremonti abbia detto: “Con la cultura non si mangia”. In ogni caso, queste parole esprimo alla perfezione il punto di vista materialista sulla cultura. L’unico problema è che, paradossalmente, l’ideologia materialista danneggia pure la scienza, che dovrebbe essere l’attività materialista per eccellenza. Infatti, la ricerca scientifica “pura” non garantisce un ritorno economico immediato. Se con la cultura non si mangia, con la scienza non si mangia subito. Ho letto che oggi la ricerca scientifica “pura” è in ribasso in tutti i paesi occidentali in quanto i privati non investono se non in ricerche finalizzate alla produzione industriale. Per quanto tempo ancora potremo illuderci di essere all’avanguardia del progresso, prima di accorgerci che le potenze emergenti ci stanno superando anche nel campo scientifico?

L’Occidente sta male. Già oggi fatica a reggere la concorrenza economica dei paesi emergenti. Fra poco non riuscirà a reggere nemmeno la loro concorrenza scientifica e culturale. Il declino economico dell’Occidente è effetto del declino scientifico e culturale. Come infatti la mente muove il corpo, così la cultura umanistica e scientifica “muovono” l’economia. L’unica cosa da fare per arrestare il declino dell’Occidente è rimuovere le cause del declino, che sono: l’egualitarismo intellettuale anti-meritocratico, la dittatura del mercato e il materialismo. Occorre ricostituire una aristocrazia intellettuale umanistica, il cui compito sarà quello di proteggere i prodotti artistici e culturali di alta qualità dalla furia distruttrice del mercato. Infatti, la maggioranza democratica, che si esprime attraverso il mercato, disprezza tutto quello che è bello, nobile, degno di essere tramandato ai posteri. In primo luogo, è nemica del genio artistico. A dire il vero, il genio ha sempre pochi amici. Solo i contemporanei più sensibili, più intelligenti, più colti, più preparati – in una parola solo i membri di una aristocrazia intellettuale – riconoscono il suo valore. Infatti, l’opera del genio è, per definizione, troppo nuova, troppo difficile per la maggioranza democratica. La maggioranza non può riconoscere l’opera del genio. E tuttavia, ha bisogno dell’opera del genio più di ogni altra cosa. “Si privi l’uomo dei diletti spirituali: passerà a quelli carnali”, diceva san Tommaso. Che cosa dona l’opera del genio, se non diletti spirituali? «Infine, l’uomo detesta di superarsi. E l’arte vera non ha altro scopo che di fargli guadagnare qualche altezza su se stesso, da dove, stando sulla punta dei piedi, l’uomo avrà modo di scorgere la sua immagine purificata. L’arte acquista ancor più valore facendoci salire di un gradino. Certo non le è permesso di essere noiosa, perché uscirebbe dalla linea d’amore, ma le è permesso di essere difficile, le è d’obbligo di esigere da noi qualche tensione, perché la corda vibri. (…) Come la santità, non lusinga l’uomo e non lo invita a rilassarsi. Ma lo stimola a dominarsi e ad alzare la natura della sua sensibilità. Quest’arte non si volge verso il popolo per vedere se è seguita o no. Non si attiene che alla luce accecante del suo oggetto, che allo spirito e alla somiglianza con Dio. E’ nella somiglianza con Dio che l’arte trova la somiglianza con l’uomo». Compito dell’aristocrazia intellettuale non sarà soltanto quello di proteggere l’opera del genio, ma anche di educare la maggioranza democratica ad apprezzare l’opera del genio, a riconoscere e gustare la bellezza. «C’è nel popolo, c’è in tutto il pubblico, una inclinazione spontanea per la stupidità. Ci vuole una lunga educazione per insegnargli non a riconoscere, ma a gustare il bello. Allora il pubblico diviene ammirevole… Il pubblico che è trepidante quando le ultime note della IX Sinfonia sono cadute dalla bacchetta del maestro di cappella è il popolo che si impegnava per le crociate; è questa folla di bambini ispirati che acclamavano a Gerusalemme , al grido di Osanna!, la venuta del Figlio di Davide sul piccolo d’asina e gettavano rami di palme religiosamente davanti ai piedi del loro Messia.”» (Stanislas Fumet, Processo all’arte, Jaka Book 2002, pp. 97-101).

lunedì, 04 aprile 2011

Come la democrazia diretta del mercato sta finendo di distruggere la cultura occidentale, I.

La rete mondiale di Internet è una sorta di gigantesca megalopoli virtuale. I link sono le sue strade, i motorini ricerca sono le sue autostrade, i siti e i blog sono i suoi locali pubblici, le caselle di posta elettronica sono le sue abitazioni private.  Facebook ha piazzato nella maggior parte dei locali pubblici della megalopoli internettiana delle trappole per attirare a sé nuove prede.  Se clicchiamo su quel pollice celestino girato verso l’alto con annesso invito “condividi su Facebook”, sotto di noi si apre, in senso metaforico, una botola che ci fa precipitare in un mare di ozio, noia, lussuria e solitudine, dove rischiamo di annegare. Su You-Tube, al di sotto della finestra  di ogni video, troviamo dei pollici,  uno girato verso l’alto e uno girato verso il basso, quasi identici a quelli di Facebook, mentre nella maggior parte giornali on line, accanto ad ogni articolo, troviamo delle stelline o delle palline con annesso invito a votare. Per farla breve, ormai sono pochi i siti ancora privi di un qualche dispositivo di votazione. I gestori di ogni locale virtuale, metaforicamente parlando, ci chiedono di dare i voti ai loro “prodotti” (articoli, video, fotografie eccetera). Più ancora dei dispositivi di votazione diretta, contano – si perdoni il gioco di parole – i contatori. Il cosiddetto “indice di popolarità” di un sito o di un blog è direttamente proporzionale al numero di contatti (giornalieri e complessivi) registrati dal contatore. Se l’indice di popolarità è sufficientemente alto, il “locale” virtuale riesce ad attirare la pubblicità. Quindi, l’indice di popolarità è per un sito quello che l’auditel è per la televisione. Più è alto,  maggiori sono gli introiti pubblicitari per i gestori di un locale virtuale.

Si potrebbe dunque dire che la megalopoli internettiana sia fondata sulla democrazia diretta. C’è forse qualcosa di male in questa democrazia diretta, con i contatori al posto delle aule parlamentari e i pollici al posto delle cabine elettorali? A dire il vero, di bene ce n’è poco. Sarò breve e brutale: la stragrande maggioranza degli internauti, che coincide con la stragrande maggioranza delle persone, tende inevitabilmente a dare la preferenza ai “prodotti” di qualità inferiore. Lo so, è una verità scomoda e chi la dice si rende antipatico, ma bisogna dirla. Fra un lungo editoriale sulla situazione politica internazionale firmato da un giornalista autorevole e un articoletto di gossip a base di veline e tronisti, il secondo tende ad attirare più contatti rispetto al primo (con buona pace del grande capo…). Fra un corto d’autore pubblicato sul sito Babelgum di Spike Lee e un porno amatoriale pubblicato su You-porn, il secondo attira senz’altro svariate migliaia di contatti in più. Fra il filmato di un concerto di Bach e un video di Lady Gaga, il secondo attira giusto giusto qualche milione di contatti in più. Lady Gaga è molto simpatica e divertente ma voglio vedere se qualcuno oserebbe affermare che la musica di Lady Gaga sia anche solo lontanamente paragonabile a quella di Bach. Di esempi se ne potrebbero fare fin troppi.

Il rapporto fra la qualità e il successo di un “prodotto” esposto sulla vetrina di Internet forse non è inversamente proporzionale ma sicuramente non è direttamente proporzionale. Tuttavia, il problema del pessimo rapporto fra qualità e successo dei prodotti culturali è molto più vecchio di Internet. Ogni anno, in cima alla classifica degli incassi cinematografici troviamo i cinepanettoni e non i film che meritano di essere ricordati; in cima alla classifica delle vendite troviamo dei libri alla Moccia e non… Volevo paragonare i libri di Moccia a un capolavoro letterario contemporaneo ma non me ne è venuto in mente nessuno, mi sa che non c’è proprio. Siamo al capolinea. E per tornare a Bach, la musica classica antica e moderna riguarda solo il 5% del mercato dei cd in tutti i paesi occidentali. La musica dei più  grandi geni musicali di tutti i tempi è sopraffatta dalla concorrenza delle canzonette.

E veniamo alla stampa. Chi non sa che nessun giornale italiano, neppure il Corriere della sera, potrebbe sopravvivere senza i soldi dei contribuenti? Già prima dell’avvento di Internet in Italia si vendevano pochissime copie di giornali e di settimanali. Da quando c’è Internet se ne vendono sempre meno non solo in Italia ma in tutti i paesi occidentali. Per sopravvivere ai cambiamenti, molti giornali si stanno trasferendo gradualmente dalla carta al web. Entro un paio di anni il New York Times sarà disponibile unicamente in versione digitale. Ma un giornale digitale incassa molto meno, per definizione, di quanto incassava un giornale cartaceo nell’era pre- Internet. Non a caso, nelle redazioni dei maggiori quotidiani del mondo, in prima linea quella del New York Times, i posti di lavoro si dimezzano. Inoltre, un giornale digitale non può permettersi il lusso di mantenere un alto livello di qualità intellettuale. Infatti, per un giornale digitale l’unica fonte di guadagno è la pubblicità. Per incrementare gli introiti derivanti dalla pubblicità deve incrementare il numero dei contatti, per incrementare il numero dei contatti deve… abbassare il più possibile il livello della qualità intellettuale.

Ragazzi, date retta a uno che di mezzi di comunicazione se ne intende. Alcuni anni fa, durante una conferenza stampa, Silvio Berlusconi ha detto testualmente ai giornalisti presenti in sala: “Il futuro è digitale; i giornali hanno fatto il loro tempo. Le vostre battaglie sembrano quelle dei costruttori di carrozze che volevano impedire la diffusione delle auto. Non potete fermare il progresso. Non so indicarvi io la soluzione, ma quando ci sono dei prodotti che diventano obsoleti bisogna prendere altre strade”. Subito dopo ha puntualizzato che, per quanto riguarda la stampa on line, “gli sponsor investono quasi esclusivamente nella cronaca nera e nel gossip perché alle casalinghe interessa solo questo mentre gli articoli di politica e di cultura se li leggono solo i giornalisti fra di loro”.

Negli ultimi mesi, tutti i mass media d’Italia hanno concesso molto spazio ai fatti di Avetrana e Brembate. E si capisce. I servizi e le discussioni su Sara e Yara fanno impennare l’audience delle trasmissioni televisive, gli articoli su Sara e Yara incrementano le vendite dei giornali. Evidentemente, alla maggioranza degli italiani la cronaca nera interessa molto più della politica e della cultura. I soliti quattro benpensanti che contano interpretano l’interesse spropositato degli italiani per la cronaca nera come un sintomo, tanto per cambiare, di una profonda decadenza morale e intellettuale di cui Berlusconi sarebbe, tanto per cambiare, il responsabile unico. “È stato il caimano con le sue televisioni commerciali ad istupidire gli italiani”, dicono. Se si prendessero il disturbo di dare un’occhiata ai giornali italiani e stranieri di cinquanta o cento o più di cento anni fa, scoprirebbero che cinquanta o cento anni o più di cento anni fa i giornali davano più spazio del necessario a fatti simili a quelli di Avetrana e Brembate. Per la semplice ragione che anche cinquanta o cento anni o più di cento anni fa alla stragrande maggioranza delle persone interessava quasi esclusivamente la cronaca nera, la cronaca rosa e poco altro (molto istruttivo, a questo proposito, un film dei primi anni Cinquanta: Gardenia blu di Fritz Lang). Il famigerato Minzolini una volta ha spiegato che, se non riempisse il Tg1 di notizie pronte per la pattumiera sul clima o sulle diete, gli ascolti cadrebbero a picco e addio Tg1. Comunque, nell’era pre-Internet, il supporto cartaceo permetteva al giornale di rimanere nel mercato senza sacrificare la qualità intellettuale. In una stessa copia di giornale, infatti, erano affiancati i prodotti giornalistici di alta qualità, dedicati alla politica e alla cultura, e i prodotti di bassa qualità, dedicati alla cronaca nera e rosa. Se i primi non interessavano che ad una sparuta minoranza di lettori paganti, i secondi invece interessavano alla maggioranza e quindi garantivano la sopravvivenza economica del giornale.

Nell’era pre-Internet, le cose andavano, se non bene, poco male anche per i prodotti intellettuali di alta qualità. I saggi e i romanzi di alto livello non potevano competere con i bestselleroni all’americana, così come la musica classica antica e moderna non poteva competere con la musica pop. Se tuttavia di copie di saggi e romanzi di alta qualità nonché di vinili e cd di musica classica non se ne vendevano molti, se ne vendevano comunque abbastanza da garantire qualche guadagno ai loro autori. Oggi il computer e Internet hanno più che dimezzato le vendite di libri, cd e dvd. In pochi preferiscono acquistare legalmente un libro o un cd piuttosto che scaricarlo gratuitamente e illegalmente da Internet. Il flagello del “download” illegale danneggia molto più la produzione intellettuale di alta qualità che la produzione commerciale. Se nell’era pre-Internet di prodotti commerciali se ne vendevano molti, oggi se ne vendono la metà di molti, che non è poco. Invece, di prodotti di alta qualità se ne vendono la metà di pochi ossia quasi zero.

Quando avranno perso definitivamente il supporto cartaceo, i giornali faticheranno a rimanere sul mercato senza sacrificare la qualità intellettuale. Già oggi, come ho detto, i contatori di Internet rivelano impietosamente  che la domanda di prodotti giornalistici di bassa qualità è molto più grande della domanda di prodotti giornalistici di alta qualità. Pressati dalla necessità di sopravvivere economicamente, i giornali on line da una parte daranno sempre più spazio agli articoli sul gossip e sulla cronaca nera, dall’altra… cercheranno di abbassare la qualità degli articoli sulla politica e sulla cultura. A nessuna nuova Oriana Fallaci sarà concesso di pubblicare un pezzo lungo come La rabbia e l’orgoglio, perché gli articoli lunghi ed approfonditi non si addicono allo schermo dei computer e all’intelligenza media della stragrande maggioranza di quelli che vi stanno davanti. Nel disperato tentativo di competere con la nera e il gossip, gli articoli sulla politica e sulla cultura si ammaleranno di anoressia intellettuale, facendosi sempre più brevi e superficiali. E questo è male. Come è male che il vero cinema, la vera letteratura, la vera musica e la vera arte sopravvivano a stento ai margini del mercato. Poco ci manca che vadano fuori mercato ossia muoiano.
(Continua)