Poco meno di due settimane fa, il 31 gennaio del 2012, spariva nel nulla Splinder e, con esso, il mio vecchio blog. Sono rimasta connessa al vecchio “Rottami e diamanti” per tutto il 31 gennaio nella speranza di cogliere l’attimo vertiginoso della cancellazione del blog, di assistere alla distruzione del mio vecchio castello di stracci, ormai deserto. Ma a tarda sera il momento della fine non era ancora arrivato, e così ho lasciato perdere. Poi ho cercato Splinder il giorno successivo e ho scoperto che Splinder non c’era più. La fine era già arrivata e me la ero persa. Ma nessun nodo in gola, neanche una lacrima. La fine di Splinder non ispira in me pensieri sepolcrali o amare riflessioni sulla caducità di tutte e cose. Casomai, mi fa capire che a volte la fine di qualcosa è l’inizio di una cosa più bella. E Worpress è stata una piacevole novità per me. Questo nuovo castello è più grande e meglio attrezzato. Quindi, brindo alla fine di Splinder, lo ringrazio di tutto e guardo avanti. Ma prima devo capire a che scopo.
Ancora oggi, se digito “reginadistracci” su google, escono fuori i link dei post del vecchio blog di Splinder. Se anche è vero che i link rimandano a WordPress, dal momento che ho fatto da tempo il “redirect”, la domanda rimane: come è possibile che Google peschi nella rete dei link che rimandano a Splinder, se Splinder non c’è più? Che cosa sono questi link: fantasmi digitali? (Sai che bel soggetto per un horror soprannaturale se ne potrebbe ricavare….) Fantasmi a parte, la più triviale verità è che, probabilmente, nella rete non si può cancellare davvero mai nulla. La rete non conosce l’oblio. Tutto nella rete è al presente, soprattutto il passato. Durante i lunghi lavori di trasloco virtuale, tutto il mio passato di blogger mi è passato davanti agli occhi. I vecchi post, le vecchie discussioni, le vecchie amicizie digitali. Finite anzi mai iniziate, come tutte le amicizie. Mi sono ricordata del primo giorno su Splinder. Era l’agosto del 2007 e non sapevo neppure bene perché stavo aprendo un blog. Sfuggivo dall’angoscia. Scelsi Splinder perché il mio blogger preferito, che allora già non scriveva più, e che nessuno ha mai saputo eguagliare, e che ancora spero di poter ritrovare sul web, aveva un blog su Splinder. Arrivata di fronte al modulo dell’account, dovetti pensare in fretta. Chiusi gli occhi e mi ricordai che anni addietro, in un diario, avevo scritto che mi sentivo una regina coperta di stracci. Poi cercai delle parole in me e trovai in pochi secondi “rottami e diamanti”. Ho sempre pensato che dagli accostamenti ermetici di parole che denotano cose molto diverse e molto lontane fra loro si sprigioni una speciale magia. Insieme, il nick e il titolo del blog alludono al mio gusto per le cose da buttare: stracci e vestiti logori, rottami arrugginiti, vetri rotti, cocci e carabattole di poco prezzo. Per me quasi diamanti. Cerco di trovare i riflessi di una bellezza superiore anche nelle cose apparentemente brutte e insignificanti . In fondo, su un piccolo frammento di vetro rotto può riflettersi il sole. E i diamanti per me non sono simboli di lusso arrogante. In quelle pietre chiare e lucenti vedo il simbolo anzi, la viva immagine di tesori superiori, spirituali.“Parev’a me che nube ne coprisse\ lucida, spessa, solida e pulita, \ quasi adamante che lo sol ferisse” (Paradiso, canto II). E poi, nessuna espressione mi descrive meglio dell’espressione “reginadistracci”. La mia mente è un regno pieno di tesori, fuori dal mio regno sono soltanto una “stracciona” ossia non contro nulla. Prima di sucitare facili sacsmi a base di ma-chi-ti-credi-di-essere, chiarisco i tesori in me non sono tesori in sé – evvai col gioco di parole – ma tesori secondo me e per me.
Osservando questo mio passato digitale, sono costretta a chiedermi perché ho iniziato, perché continuo e perché non mi decido a mollare tutto. La domanda si tinge di dramma, perché mi accorgo di avere dato troppo a questo blog. Ma la riposta arriva quasi subito alla coscienza: do troppo perché non posso farne a meno. In realtà, non si tratta di dare qualcosa a qualcuno in cambio di qualcos’altro o di nulla. Si tratta del fatto che io ho già delle cose e, dovendo scegliere se buttarle via o regalarle, preferisco regalarle agli sconosciuti. Già le ho scritte e, se non le ho ancora scritte, le scriverei lo stesso. Certo, l’ideale sarebbe farmele pagare. Ma questo ideale è ormai irrealizzabile nella società contemporanea, che da tempo è oppressa dalla dittatura commerciale della maggioranza incolta. Se sei giornalista o pubblicista, hai una pistola puntata alla tempia: o accorci fino all’osso il numero dei caratteri-con-spazi ossia abbassi il più possibile il livello del ragionamento o sei “fuori target” ossia muori. Siamo arrivati al punto che offrire il ragionamento e l’approfondimento significa suicidarsi, così come per un artista significa suicidarsi offrire arte invece che spazzatura. D’altronde, i social-network hanno aggravato la malattia della cultura occidentale, togliendo lettori perfino ai blog. Splinder si è dovuta suicidare perché aveva perso utenti a scapito di Twitter e Facebook, che hanno abassato ulteriormente la capacità di riflessione e approfondimento delle persone offrendo contenuti brevi e frivoli. I giornali dal canto loro, anche se si sforzano di ridurre i contenuti all’osso per inseguire lo stile Twitter, ormai sono morti che camminano: fra poco chiuderanno i rubinetti del denaro pubblico.
Molte delle cose che ho già scritto e che scriverò le considero molto più importanti della gratitudine altrui, che in ogni caso non ricevo mai. Infatti, non è stato un vano desiderio di avere successo che mi ha spinto ad aprire il blog. Questo desiderio, quando si presenta, cerco di soffocarlo, perché ne riconosco troppo bene l’illusorietà. Ho aperto un blog perché avevo l’urgenza di dire alcune cose. Sono sempre stata tormentata dal bisogno di combattere contro le menzogne partorite dalla modernità. Quando su un giornale leggo una palese menzogna contro la Chiesa e contro la storia e contro la scienza – le tre cose spesso coincidono (vedi Il caso Galileo)- di notte non dormo tranquilla. E così, se nessuno interviene, provo ad intervenire io. Mi sento come la famosa madre dell’esempio che, se nessuno entra nella casa in fiammea salvare il suo bambino, interviene lei. Prendiamo quella schifezza di Zeitgeist. D’accordo, è una schifezza, ma è una schifezza pericolosa che attira le menti deboli e suggestionabili come il fuoco attira e brucia gli insetti. Non potevo non intervenire. E sembrerebbe che il mio intervento, che non mi ha fruttato nulla, neppure un grazie, sia servito molto a molti. Linkati un po’ ovunque in forum e siti cattolici, i miei articoli su Zeitgeist e Zeitgeist Addendum hanno molta visibilità e sono molto letti. Nell’altro blog il primo post su Zeitgeist ha raccolto molto più di duecento commenti, adesso non ricordo la cifra esatta. Poiché quasi tutti i commenti che si accumulavano, alla spicciolata, sotto questo post erano caratterizzati da un tasso insolitamente alto di idiozia e di odio, all’incirca verso il centesimo commento ho deciso di non approvarne più nessuno. E il bello è che ne sono continuati ad arrivare fino all’ultimo mese di vita di Splinder. Il fatto che una serie di post pubblicati su un blog marginale, con scarsissima visibilità, abbiano attirato così tanta attenzione dovrebbe suggerire che il caso Zeitgeist non deve essere preso sottogamba. Bisognerebbe indagare per capire le esatte dimensioni e il grado di influenza di quel movimento, ispirato direttamente da colui che fa di tutto per far credere che non esiste.
Insomma, su Rottami e Diamanti ho portato avanti tante piccole battaglie contro le menzogne della modernità: innanzitutto le menzogne contro la Chiesa (vedi Chiesa ed ebrei) e poi quelle a favore della libertà sessuale (vedi Pornografia e vergogna), del comunismo (Il marxismo è una conseguenza della corruzione materialistica del capitalismo), della socialdemocrazia, del darwinismo e altro. Per quanto riguarda l’interesse sucitato, i miei articoli contro il darwinismo sono secondi solo ai post su Zeitgeist. Il bello è che da quando mi sono convertita fino a poco tempo fa, non solo non ho mai avuto il benché minimo dubbio sulla teoria di Darwin ma non mi ha mai neppure sfiorato l’idea che questa teoria potesse mettere in pericolo la fede. E infatti, non la mette affatto in pericolo. Illudendosi, i neo-darwinisti credono di poter trasformare la teoria evolutiva in una sorta di paradossale “prova a-teologica dell’inesistenza di Dio”. Ma si illudono: Dio continuerebbe ad esistere anche se Darwin avesse ragione (ne parlo approfonditamente in questi post). Consapevoli del fatto che nessun “anello mancante” potrà mai nulla contro la fede, la stragrande maggioranza dei cattolici trascurano di verificare la fondatezza della teoria di Darwin e la danno subito vinta ai darwinisti per quieto vivere: “Vi diamo subito ragione così poi ci lasciate in pace e possiamo parlare d’altro”. So che questo non fa di me una persona migliore, ma io personalmente al quieto vivere ho sempre preferito l’ardore delle polemiche; alla “pace armata” ho sempre preferito lo scontro aperto con gli anti-teisti . Dopo avere letto alcuni articoli appassionanti di Marco Respinti, ho deciso di approfondire l’argomento. Molto semplicemente, gli argomenti contro la teoria di Darwin portati dai sostenitori dell’Intelligent Design mi sembrano molto più convincenti degli argomenti a favore di Darwin. Invece, gli argomenti sul “progetto” e sul “Progettista” mi interessano poco, perché dubito che si possa dimostrare Dio tramite la scienza. Dubito che la paleontologia o la biologia molecolare possano rendere superflua l’azione della grazia. Invece, un numero crescente di cattolici, che tuttavia sono ancora in minoranza rispetto ai cattolici evoluzionisti (che si dividono in indifferenti che accettano l’evoluzionismo per pigrizia e in teo-evoluzionisti entusiasti), abbracciano con entusiasmo la teoria dell’Intelligent Design. Essi credono fermamente che sia sufficiente fare fuori definitivamente la teoria di Darwin per riportare tutto il mondo alla fede. Pia illusione. Sebbene infatti la scienza si fondi sulla fede (Impetus! Come la fede aiuta la scienza), tuttavia la fede non si fonda sulla scienza. La scienza potrà fornire al massimo indizi, ma mai e poi mai prove scientifiche a favore della fede, che è “sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi” (Dante). Se l’Id potesse dimostrare Dio, “mestier non era parturir Maria” (Dante).
Dunque, sono convinta che la teoria di Darwin non possa nulla contro la fede e che, simmetricamente, la teoria dell’ID non possa nulla contro l’ateismo. A mio parere, la teoria di Darwin è pericolosa per altre ragioni. La prima è che il clima di terrore inquisitorio creato dai darwinisti, che controllano quasi tutte le facoltà di biologia e quasi tutte le riviste scientifiche peer-reviewed, sta danneggiando la scienza. Occultando sistematicamente l’enorme quantità di prove contrarie alla teoria evolutiva e mettendo a tacere chiunque osi proporre argomenti nuovi, impediscono alla scienza di progredire (ne parla anche Berlicche). La seconda è che dalla teoria di Darwin derivano necessariamente l’eugenetica e il culto della violenza. Ripeto: necessariamente. In termini più precisi, dalla teoria di Darwin derivano necessariamente i campi di sterminio nazisti. Lo ripeto ancora: necessariamente. Nei post della serie Darwinismo fa rima con nazicomunismo (I, II, III e IV, V, VI, VII) ho illuminato a giorno i legami fra il darwinismo e le peggiori ideologie della modernità: non solo l’eugenetica e il razzismo, ma anche il nazismo e il comunismo. Legami innegabili, mai negati e anzi rivendicati con orgoglio dai diretti interessati. Poche storie: eugenisti e nazisti hanno giustificato i loro crimini contro l’umanità con gli stessi argomenti usati da Darwin ne L’origine dell’uomo. Adesso, mi resta il compito più arduo, in un certo senso titanico: dimostare che, appunto, i campi di sterminio sono la conseguenza necessaria e inevitabile delle fede evolutiva. Non si può credere in Darwin senza credere anche nell’eugenetica, e non si può credere nell’eugenetica senza approvare le politiche naziste volte allo smaltimento industriale degli umani “inadatti”. Insomma, mi resta da combattere contro l’ultima, più sottile menzogna, cui per inciso credono ciecamente anche certi cattolici “adulti”: la menzogna secondo cui eugenisti e nazisti avrebbero distorto e tratto conseguenze sbagliate dalla teoria di Darwin, la quale sarebbe in se stessa buona. Se fosse correttamente interpretata – dicono – la teoria di Darwin porterebbe addiritura alla negazione dell’eugenetica e all’estinzione definitiva di ogni tentazione nazista. Questo non è vero. Se la teoria di Darwin non è contro la fede, è tuttavia contro la legge divina-naturale. Se Darwin avesse ragione, verrebbe meno il decalogo: infatti, non sarebbe più lecito soccorrere i bisognosi. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Dunque, su Rottami e diamanti ho ingaggiato delle piccole, piccolissime, microscopiche battaglie culturali “in proprio”, a spese mie, contro le menzogne della modernità. Ogni tanto, mi concedo di parlare del mio argomento preferito, quello che conosco meglio: l’arte e la filosofia estetica. Anche in questo campo, la modernità ha sparso menzogne. Le conseguenze pratiche, materiali, tangibili delle immateriali idee estetiche, o sarebbe meglio dire anti-estetiche, degli modernisti le vediamo nelle Biennali e nelle grosse esposizioni internazionali (vedi i post della serie Il fallimento dell’arte contemporanea qui e qui). Confesso che progetto da tempo di scrivere un saggio sull’argomento. Forse ci riuscirò. E d’altra parte, non posso restare con le mani in mano mentre la cultura contemporanea nega l’esistenza della bellezza. Infatti, la bellezza è un bene di prima necessità, come il pane o più. E poi negare la bellezza è come negare Dio, che è somma bellezza. Oltre che di arte figurativa e poesia, ogni tanto parlo anche di cinema, e spero di parlarne più spesso. Mi piace scoprire valori estetici e verità importanti anche dove meno me lo aspetto. Ad esempio, di recente scoperto inaspettatamente dei significati in qualche maniera legati alla teologia in un film di Dario Argento.
Insomma, di me si può dire tuto tranne che non abbia la capacità di spaziare da un argomento all’altro. E in effetti, secondo Edith Stein la mente femminile tende tipicamente alla “universalità” ossia cerca costantemente il “filo rosso” che lega fra loro tutti gli aspeti del’universo. Se la mente maschile tende a concentrarsi su un solo argomento, approfondendolo fino in fondo, invece la mente femminile tende a “ficcare il naso” in ogni argomento e “impicciarsi” degli argomenti altrui, col rischio però di rimanere sempre alla superficie, di non approfondire mai niente. E a proposito, ho parlato anche di femminismo e questione femminile (ad esempio Vanitas vanitatum e Benevenuti nell’era della porca femmina). Sebbene mi sia sforzata di rimanere nel giusto mezzo, sebbene abbia denunciato la piaga del maschilismo senza tuttavia mai negare né sminuire di una virgola la piaga speculare del vetero-femminismo sessantottardo, sono divenuta bersaglio di critiche orrende, non ci sono altri aggettivi per definirle. In pratica, i miei critici non volevano che io rimanessi inequilibrio fra due eccessi contrari: pretendevano che io condannassi uno solo dei due eccessi e abbracciassi incondizionatamente l’altro. Non si davano pace perché non riuscivano a ottenere da me un atto ufficiale di sottomissione ad una ideologia mefistofelica secondo cui quasi tutti gli uomini sarebbero virtuosi e geniali mentre le donne sarebbero tutte completamente prive di genio e quasi tutte “peccatrici” – eufemismo per troie – , ragione per cui gli uomini avrebbero il diritto e il dovere di esercitare un dominio assoluto sulle donne e contemporaneamente le donne, per evitare la dannazione eterna, dovrebbero farsi dominare in silenzio. Naturalmente, dal loro punto di vista lo stupro sarebbe una invenzione delle femministe: nessun uomo stuprerebbe se non fosse “indotto in tentazione” dalla donna… Scusate ma prima di andare avanti un VAFFA è obbligatorio. Bene, mi sento meglio, possiamo procedere. E adesso mi sento ancora meglio. Infatti, i miei avversari mi offrono, metaforicamente parlando, la “palla gol” a porta vuota. Con qualche bella citazione puntuale, prima sfondo la loro porta e poi infierisco su di loro mentre stanno riversi per terra a piangere la sconfitta. Dunque, i miei avversari non sanno di darsi la zappa sui piedi tirando in ballo la pornografia, dal momento che su quell’argomento ne so troppo. Infatti, è stato proprio un “trauma” a sfondo pornografico a spingermi sulla strada della scrittura di tipo giornalistico. Per farla breve, anni fa la lettura di un articolo finto-ironico sulle merci da sex-shop mi provocò un piccolo choc. Infatti, capii immediatamente che quell’articolo finto-ironico, pubblicato non a caso su una rivista fighetta della sinistra radical-chic, era una in realtà una pubblicità occulta della pornografia. Capii che le élite culturali fighette stavano iniziando a portare avanti una campagna occulta di “normalizzazione” della pornografia, che si inseriva in una strategia più ampia tesa alla distruzione della famiglia e alla rimozione degli ultimi avanzi della eredità morale e culturale cristiana. Per combattare questa piaga purulenta, scelsi l’arma delle parole. Ma per prima cosa, andai in biblioteca a fare incett di saggi scientifici sul’argomento.
Dunque, se ho ben capito, i miei avversari sostengono, fra le altre ignobili cose, che a monte della diffusione pandemica della piaga della pornografia ci sarebbe l’emancipazione delle donne. Da quel che ho capito, la stragrande maggioranza delle donne, ossia tutte tranne quelle che accettano la sottomissione, non solo farebbero uso di pornografia ma morirebbero dalla voglia di fare le attrici porno. Infatti il sogno segreto di ogni donna, secondo loro, sarebbe quello di sedurre e corrompere quanti più uomini possibile, distoglierli dai loro casti e puri pensieri e portarli sulla via della perdizione. Davvero? Peccato che gli studiosi comportamentali abbiano dimostrato che, sebbene siano in aumento gli “utlizzatori finali” di sesso femminile, la stragrande maggioranza degli “utilizzatori finali” dei prodotti pornografici sono e saranno sempre di sesso maschile. Perché la pornografia è un prodotto concepito dagli uomini e per gli uomini, totalmente conformato alle fantasie maschili. E adesso infierisco con le citazioni. Il racconto pornografico ruota attorno al “super-maschio” che “esercita la sua onnipotenza sulla donna”, la quale “deve assumere comportamenti seduttivi richiesti dall’immaginario maschile, che vagheggia un mondo di ‘donne facili’… brave ragazze, brave casalinghe ‘fare’ le prostitute senza esserlo”. Quindi nella pornografia “molto raramente il rapporto sessuale uomo\ donna nasce su un piede di parità, per libera e reciproca scelta”, ragione per cui non bisogna sottovalutare il fatto che il consumo di pornografia sia più alto fra i detenuti per violenza contro le donne che fra i detenuti per altri reati (Renato Stella, L’osceno di massa. Sociologia della comunicazione pornografica, Milano, Franco Angeli, 1991). La «pornografia, in quanto connubio di sesso e potere, non contempla l’uguaglianza. Non può farlo. L’uguaglianza, infatti, eliminerebbe il potere, il concetto chiave della pornografia, il quale abbisogna per la sua pensabilità, di asimmetria. Il sogno venduto dalla pornografia dipinge le donne in balia del potere» (Annalisa Verza, Il dominio pornografico, Liguori 2006). In questa gustosa intervista, la porno-attrice Selen testimonia che nei set porno il piacere femminile è quasi un tabù: per godere, il maschio deve vedere donne “piangenti e sottomesse”. Non a caso «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito», e anche in età adulta «registrano una maggior frequenza di esposizione a foto o a libri che descrivono rapporti sessuali»(Goldstein e Kant, Pornography and Sexual Deviance, 1978). (Alcune citazioni le ho prese da questo articolo). Ma scommetto che siete pronti a dire che gli autori di questi studi sono “femministe” anche se sono uomini. Allora ascoltiamo un cattolico molto ortodosso, ma non tradizionalista, come Vittorio Messori: “proprio i credenti nel peccato originale dovrebero sapere che ‘normalità’ significa anche attrazione per ciò per ciò che è oscuro; inclinazione, da sorvegliare costantemente, per la dimensione del vizio se non del pervertimento. ‘Normale, dunque – e proprio in una prospettiva cristiana – non è l’uomo che allontana istintivamente, con ribrezzo, l’erotismo, anche quando si presenta nel suo volto porrnografico; ma, al contrario, ‘normale’ è colui che ne avverte l’inquietante attrazione che solo Grazia e volontà da essa sostenuta possono vincere. (…) E parliamo di ‘uomini’ non come categoria filosofica, che comprenda cioè anche le persone di sesso femminile: ma di ‘uomini’ in senso proprio, fisiologico; di maschi, cioè. Le donne non sono certamente esenti dalle conseguenze della caduta di Adamo ed Eva, ma sono vulnerabili ad altre tentazioni: non a quella – e parliamo, anche qui, di casi nella norma, non escludendo ovviamente qualche eccezione – della pornografia. La quale, per definizione, è l’esibizione del sesso staccato dall’amore: proprio ciò che non interessa nella prospettiva femminile, per la quale l’amore è il prius indispensabile e il sesso la conseguenza”. Certamente le affermazioni di Messori devono essere ridimensionate, dal momento che, oggettivamente, il pubblico femmile del porno è in crescita. Ma la crescita del pubblico femminile non modifica di una virgola il carattere maschile della pornografia. Tanto è vero che studiosi comportamentali e psichiatri interpretano la figura della protagonista femminile del racconto prnografico come uno “pseudo-maschio” ossia una donna che nel campo sessuale si comporta esattamente come il maschio medio si comporta o sogna di comportarsi. Ossia, la “zoccola” non è una donna-donna, ma piuttosto una donna… mascolinizzata.
In conclusione, credo che la cultura occidentale non sia rimasta immune dall’influsso dei totalitarismi religiosi extra-occidentali, tutti ferocemente maschilisti. Penetrato a fondo da questo influsso, l’Occidente ha partorito un nuovo tipo di totalitarismo ideologico: un totalitarismo neo-maschilista post-moderno che è il contrario speculare del vecchio femminismo sessantottardo. Secondo i miei avversari il “maschilismo” sarebbe una invenzione delle femministe. Suppongo che essi pensano – ma naturalmente non dicono – che bisognerebbe piantarla di fare campagne contro l’oppressione e la violenza sulle donne, in quanto opprimere le donne significherebbe in realtà tenerle al loro posto. E invece io insisto: il maschilismo esiste ed è sbagliato. Cercare della “cause” all’epidemia di violenza sulle donne che ammorba i paesi avanzati, continuare a cianciare con Risé della “crisi del maschio” di fronte alla “emancipazione della donna”, significa giustificare e legalizzare questa violenza. Diciamo che il femminismo è stato la risposta sbagliata ad un problema reale: il maschilismo. Quindi, sono sbagliati entrambi. Il femminismo è sbagliato perché vuole fare della donna uno pseudo-maschio, il maschilismo è sbagliato perché vuole fare della donna un essere inferiore al maschio. Mentre la donna deve essere donna. Ma naturalmente la mia parola non conta nulla. Allora non state a sentire me. Se vi fidate della mia testimonianza, vi dico che la scorsa domenica nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, durante la messa festiva, il monsignore che la celebrava (purtroppo non sono riuscita a saperne il nome) ha usato l’espressione “maschilismo”. Quella parola è giunta alle mie orecchie come un dono del cielo. Commentando il brano del Vangelo relativo alla cena di Gesù in casa del fariseo, faceva notare che Gesù, accogliendo le manifestazioni di affetto della prostituta, in un certo senso “scandalizza” i suoi commensali. Infatti, per gli ebrei di quei tempi, caratterizzati da una mentalità profondamente MASCHILISTA, una donna come quella era da disprezzare non soltanto in quanto “peccatrice” ma proprio in quanto “donna”.
Ora, chi professa un credo totalitario manifesta dei sintomi inequivocabili, fra essi la tendenza ad accusare di “pazzia” o almeno di qualche scompenso psichiatrico chiunque osi negare il credo totalitario medesimo. In Urss, ricordiamolo, i dissidenti erano mandati in manicomio a farsi l’elettrochoc. I neo-sovietici del maschilismo, atteggiandosi a profondi conoscitori della psiche umana in generale e della mia in particolare, urca!, hanno detto che avrei dentro un “veleno rabbioso”, che sarei interiormente “ferita” e che tutto questo veleno su tutte queste ferite – haia che male! - mi indurrebbe a “pensare sempre al sesso”. Davvero? Grazie di avermelo detto, perché sapete, da sola non me ne era mai accorta, succede che uno pensi ad una cosa senza saperlo, mi avete aperto gli occhi. A parte questo, chiunque tu sia, “ferite”, “pensi solo al sesso” e “veleno rabbioso” lo dici a tua sorella, la rabbia nel senso della malattia canina ce l’avrai tu, ignorantello\a che non sai neppure che cosa sia il Don Giovanni di Mozart. Se non conosci il Don Giovanni, che c… vivi a fare?
E scusate per questa divagazione sui commenti altrui, ma dovevo proprio togliermelo dalle scarpe il sassolino del “veleno rabbioso”. E d’altra parte, dagli albori di Rottami e Diamanti ad oggi di commenti violenti ne ho ricevuti tanti. In calce a certi post che toccano argomenti caldi si sono svolte delle risse furibonde fra cattolici e anti-cattolici. Il numero dei commenti superava troppo spesso le tre cifre. Io come padrona di casa non ce la facevo a leggere tutti i commenti, figuriamoci a rispondere. Poi i cattolici hanno disertato in massa il mio blog e sono rimasta da sola a fronteggiare decine di commenti violenti. Ad un certo punto, ho dovuto smettere. Rispondere per le rime alle obiezioni dei trolls anti-cattolici mi prendeva troppo tempo. Quindi ho deciso di mettere tutti i commenti in moderazione al fine di bloccare quelli de soliti trolls anti-cattolici che i hanno preso di mira. Se togliessi il filtro, sarei costretta a trasformare il blog in un posto di lavoro a tempo pieno. Ma me lo pagate voi, lo stipendio? Tanto i trolls anti-cattolici ripetono sempre le stesse cose: Galileo, crociate, inquisizione e via discorrendo di menzogne. Adesso di commenti ne arrivano meno di un decimo di quelli che arrivavano un tempo. Un po’ naturalmente mi dispiace, ma in fondo è megio così. Meglio ricevere pochi commenti ma buoni.
Più che rispondere ai commenti, mi interessa scrivere dei post. Più ancora che scrivere post, mi interessa scrivere e basta. Non ho ancora detto che il blog è per me, soprattutto, una palestra personale di scrittura. Ho l’ambizione di diventare una umile artigiana delle parole. Guardo con ammirazione e invidia a quei giornalisti che, decenni addietro, quando non c’era ancora il pc, sapevano produrre in pochi minuti un “pezzo” battendo fuoriosamente le mani sulla macchina da scrivere. Perché in fondo non conta neppure quale sia il contenuto el “pezzo”. Conta la capacità di sapere usare le parole con chiarezza, di saperle unire in maniera coerente. Se non mi fossi già dispersa in troppi interessi, studierei la linguistica. Infatti, tutta la nostra vita è appesa alle parole e alla relazione delle parole fra loro. La nostra stessa sopravvivenza fisica dipende dalla capacità di comunicare dei messaggi agli altri. La mia stessa esistenza di blogger e la possibilità di entrare in relazione con qualcuno tramite il web dipende dalle parole. Io per voi sono solo un insieme di parole su uno schermo.
In conclusione, per me non conta il numero dei comnenti, non conta lo “share”, non conta il successo. Per me conta soprattutto diffondere delle idee. Io non faccio nulla per “alzare lo share”. Se volessi alzare lo share, dovrei parlare in maniera facile di cose facili ossia di porcherie assortite, specialmente porcherie sessuali. L’esito fisiologico della mia ostinazione a pubblicare post lunghi e approfonditi è il progressivo abbassamento della share. Io infatti parlo solo alle persone che sono all’atezza di capire quello che dico, ossia una esigua minoranza. In cima alla piramide ci sono pochi posti, alla base invece è pieno di gente. La mia speranza, che purtroppo non si è ancora realizzata, è di entrare in contatto e interloquire con questa esigua minoranza. Infatti, sono le esigue minoranze che muovono la storia e fanno rifiorire le civiltà.


Sopra: immagine tratta dal quindicinale “Milano si può”, 4 maggio 2011.
Ora, la Pop Art americana celebra le icone della società dei consumi, esalta la democrazia del mercato. Diceva più o meno Andy Warhol: “La Coca Cola è democratica: la beve sia l’ultimo degli operai che il presidente”. Oggi le immagini della Pop Art diventano quasi simboli del capitalismo e della liberal-democrazia occidentali, che hanno sconfitto il gigante sovietico.

